LE ALLEGORIE.
I. — AMORE DI VIRTÙ.[31]
Calendrino [La calandra] è uno uccello, il quale si dice, che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia.
Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista, anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più tenebroso sito.
II. — INVIDIA.[32]
Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli sanza mangiare.
III. — ALLEGREZZA.[33]
L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti.
IV. — TRISTEZZA.[34]
La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede alquante poche penne nere.
V. — PACE.[35]
Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire, si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
VI. — IRA.[36]
Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [api, come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende.
VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37]
La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti upica [úpupa], i quali, conoscendo il benefizio della ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà.
VIII. — AVARIZIA.[38]
Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia: tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi.
IX. — INGRATITUDINE.[39]
I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto che caccia il padre, e tolli la mogliera [e gli toglie la moglie], facendosela sua.
X. — CRUDELTÀ.[40]
Il basalisco [basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
XI. — LIBERALITÀ.[41]
Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa aquila, perchè in tal modo si cibano.
XII. — CORREZIONE.[42]
Quando il lupo va assentito [va cautamente] a qualche stallo di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore.
XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [adulazioni].[43]
La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta sopra i navili, e occide li addormentati marinari.
XIV. — PRUDENZA.[44]
La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno, uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al tempo si pascono.
XV. — PAZZIA.[45]
Il bo’ [bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’ corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori l’occidano.
XVI. — GIUSTIZIA.[46]
E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano, e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
XVII. — VERITÀ.[47]
Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli, nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre.
XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48]
Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se ’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano, e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga ’mancare.
XIX. — FALSITÀ.[49]
La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [specie di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la lingua, e essa gli piglia la testa.
XX. — BUGIA.[50]
La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more, perchè si fa nota così la bugía.
XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51]
La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga.
XXII. — MAGNANIMITÀ.[52]
Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne fetida.
XXIII. — VANAGLORIA.[53]
In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda, quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa vincere.
XXIV. — CONSTANZA.[54]
Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali la consumano, e poi di novo rinasce.
XXV. — INCONSTANZA.[55]
Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto, per non sopportare alcuno minimo disagio.
XXVI. — TEMPERANZA.[56]
Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
XXVII. — INTEMPERANZA.[57]
L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal modo lo pigliano.
XXVIII. — UMILTÀ.[58]
Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che, spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere.
XXIX. — SUPERBIA.[59]
Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila, regina delli uccelli.
XXX. — ASTINENZA.[60]
Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e aspetti ch’essa acqua si rischiari.
XXXI. — GOLA.[61]
Il voltore [l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita (li eserciti).
XXXII. — CASTITÀ.[62]
La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee mai acqua chiara.
XXXIII. — LUSSURIA.[63]
Il palpistrello [pipistrello, come al n. LXIII], per la sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito.
XXXIV. — MODERANZA.[64]
L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella infangata tana — per non maculare la sua gentilezza.
XXXV. — AQUILA.[65]
L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella poca acqua. E, se i sua nati non po’ [possono] sostener la vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor non noce [Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia rimanente della sua preda.
XXXVI. — LUMERPA [uccello favoloso]. FAMA.[66]
Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la penna, che si spicca, più non luce.
XXXVII. — PELLICANO.[67]
Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente sangue bagnandoli, li torna in vita.
XXXVIII. — SALAMANDRA.[68]
La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive [non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza.
XXXIX. — CAMALEON [camaleonte]. [69]
Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che non po’ sostenere uccello, che lo seguiti.
A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola il camaleone.
XL. — ALEPO PESCE.[70]
Alepo non vive fori dell’acqua.
XLI. — STRUZZO.[71]
Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per l’arme [detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’ capitani.
XLII. — CIGNO.[72]
Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il qual canto termina la vita.
XLIII. — CICOGNA.[73]
Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la covano e pascano, in fin che more.
XLIV. — CICALA.[74]
Questa col suo canto fa tacere il cucco [cuculo]; more nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi.
XLV. — BASALISCO.[75]
Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide.