XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.
Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti, colla coda si stóppa li orecchi.
XLVII. — DRAGO.[76]
Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta.
XLVIII. — VIPERA.[77]
Quest’ha nel suo [ha di proprio, di particolare], ch’apre bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli, in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre.
XLIX. — SCORPIONE.[78]
La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù.
L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79]
Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto, con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento, crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto.
LI. — BOTTA [rospo].[80]
La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con insgonfiato animo, forzatamente starle davanti.
LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81]
Il bruco [Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo.
LIII. — RAGNO.[82]
Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la quale gli rende, per benefizio, la presa preda.
LIV. — LEONE.[83]
Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte le fiere, che nella selva sono, fuggano.
Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi [allontanandosi] dai virtuosi.
Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [le sue astuzie; i suoi disegni].
LV. — TARANTA [tarantola].[84]
Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in quello che pensava, quando fu morso.
LVI. — DUCO O CIVETTA.[85]
Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha ordinato natura, perchè si cibino.
LVII. — LEOFANTE.[86]
Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova, cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè, quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi, solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il cielo, quasi come se sacrificare volessino.
Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti, l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi, con essi si ricomprano.
Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e vanno assentitamente [cautamente].
Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Qui: aggrinza, increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide.
Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua, e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò che ’l corso non li menasse via.
Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte, del nemico si vendica.
LVIII. — IL DRAGONE.[87]
Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Plinio: cratium modo, a uso di graticci], e, colla testa levata, passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così non si unissin, annegherebbono. Così fa unione.
LIX. — SERPENTE.[88]
Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca. Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½: avanzava colla testa tutte le piante d’una selva.
LX. — BOA.[89]
Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale avea tranghiottito.
LXI. — MACLI [Plinio: sorta di gran cervo (cervus alces)] PEL SONNO È GIUNTA.[90]
Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo, se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano; pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori, intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e, quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano, perchè è d’incredibile velocità nel correre.
LXII. — BONASO [bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91]
Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco.
LXIII. — PALPISTRELLO.[92]
Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù.
LXIV. — PERNICE.[93]
Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso, e fura [ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati seguitano la vera madre.
LXV. — RONDINE.[94]
Questa co’ la celidonia [Sorta di pietra favolosa, che si dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua ciechi nati.
LXVI. — ERMELLINO.[95]
Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che ’mbrattarsi.