XII.

Nè meno foschi giorni si volgevano intorno alla figlia derelitta. Più non fioria sulla sua guancia il fior di giovinezza, più non le lampeggiava sul volto il sorriso già apportatore d'allegrezza, nè più s'udìa la sua voce dolce come il canto di capinera solitaria! Allorchè era sola più affannata la stringeva la melanconia: volgea nell'animo la fuggita felicità e la condizion presente, e vestìa di nuova tristezza il suo duolo: ogni piaggia ed ogni macchia ricordavale il suo Girani ed ogni speco e ogni valle faceva eco a' suoi lamenti. Stringeva al seno i colombi e l'agnelletta, e pareano quegli innocenti partecipare nelle sue pene; l'una con querulo belato le lambiva la mano, gli altri le svolazzavano sul petto e raccoglieano dalla sua bocca i baci. Mentre con essi confondea queste ingenue affezioni, le sembrava temperare alquanto le proprie amarezze, e ritrovare alcun refrigerio all'immenso fuoco che la ardeva.

Andava spesso sul colle della pianta ove Girani avea sparsi tanti sospiri ed ivi versava essa pure i suoi: ivi stava a lungo fisa nella via che doveva ricondurle l'amor suo. Sovente sporgendo le mani al cielo gli chiedeva il ritorno dello sposo: teneva sì in quello ferme le devote pupille, e pregava con sì dolorosi lamenti che parea ne sentissero pietà consci gli augelli della valle, e flebilmente alternassero a lei d'intorno i loro canti.

Allorchè era nel bosco e svolgea le sue querele il solitario usignuolo, quasi venisse l'augello pietoso compagno alla sua mestizia, stava Marcellina ad udirlo con placida quiete, come cara si ascolta la voce dell'amicizia. Spesso fra questo silenzio sentiva fischiare fra le fronde l'aura leggiera, e avvisandosi in pria che fosse l'orma del reduce amante, tendeva fiammeggiando l'orecchio, ma gli morìa tosto sul volto l'improvvisa gioja e la speranza, fatta accorta del suo errore. Talora si richiamava a quell'aura ingannatrice, talora se era più dolce la tristizia che la governava, cantando in voce lamentevole, rivolgevale nel proprio accento l'inno che soleano cantare le abitatrici del monte.

Aura soave e queta
Che intorno a me t'aggiri
E i flebili sospiri
Ascolti del mio cor;

Amica deh! li reca
In sen del caro bene,
Narragli le mie pene,
Narragli il mio dolor.

E se pietà gli desta
La lagrima amorosa,
Nel seno mio pietosa
Deh vienila a versar;

E un cesto ogni mattina
Avrai d'eletti fiori,
Ove sui primi albori
Le penne riposar.

Così a lungo giacea la sconsolata e sola, e spesso ivi dimentica delle sue cure usate, dimorò molte ore fra le preci ed il pianto, finchè non la richiamava al mesto focolare, o la voce de' reduci genitori, o il cadente raggio del giorno.