XIII.
Se per lo innanzi una dolce malinconia governava l'animo di Marcellina, dopo questo giorno fatale divenne oltremodo tristissima. Non più brillavale negli occhi la festività dell'innocenza, non più ridea sul suo viso la gioja come raggio di sole sui fiori di primavera: era la pianta dell'autunno che mesta abbandona l'onor della chioma e il sorriso della verdura.
Non era più l'asilo del riposo il letticciuolo suo innocente; chè rifuggiva il sonno dalle sue pupille, e se talora coll'ali lievemente le blandiva, funeste immagini le si appresentavano in cui erano sempre confusi quella festa, quel velo e quel giovanetto. Non più correva gaja ad incontrare i reduci genitori, non più rallegrava il sereno loro albergo col suo festevole umore. Erano dimentichi i suoi polli e le altre cure predilette: invano l'agnelletta, già sua delizia e cura, veniva a lambirle la mano, a stropicciare il capo a lei d'intorno; invano quand'era seduta s'innalzava coi primi piedi sulle di lei ginocchia, e con teneri belati parea richiederle le carezze usate. L'altrui affetto le accresceva mestizia e le richiamava forzate le lagrime sul ciglio.
Spesso facea rampogna a sè stessa della propria miseria, nè sapea trovarne rimedio: siccome era assai religiosa, sovente quand'era sola si prostrava, e fisando gli occhi lagrimosi al cielo, gli dimandava compassione se questo era un castigo, pietà se era una follìa che la prendeva.—Oh cielo! chi, chi mi toglie il fiero malore che mi uccide? E che cosa è mai questa nuova inquietudine che mi turba, mi rende indifferente a quanto m'era sì diletto in prima? Quai nuovi pensieri agitano i miei sonni? Che cosa è che io sento qui nel mio seno, che mi preme, mi avvampa, mi dà dolore e mi piace?—
Così spesso fra sè si doleva la misera, ma pur temendo un qualche gran male la prendesse, nè più sapendo patire il dolente suo stato, pensò che assai bene le starebbe ove pigliasse consiglio.