XIX.

Bianca, che palpitante considerava la pugna, e a cui nulla sfuggiva, vide dal poggio il padre a provocare Anselmo, e un gelo di morte tutta la cercò. Presentì inevitabile la zuffa, e anziosa di dividerli, paventando per entrambi, volò dal Castello nel campo. Sopravvenne agli sdegnosi mentre aveano dato principio al fiero assalto, e siccome la consigliava amore, osò, perchè cessassero dall'armi, interporre la sua spada in mezzo alle loro destre. Stefano il crede un tradimento, e mentre grida al rivale:—Vile, il mio braccio vale per te e pe' tuoi—il suo ferro è disceso nel petto dell'infelice Bianca. Essa dà un grido—Ah padre—cadde, e l'elmetto rovesciato lascia sprigionare il tesoro delle bionde chiome.

I due guerrieri la ravvisano, il Nebiolo ne resta stordito pel dolore: Stefano trae partito dalla sorpresa di lui per ordinare a' suoi soldati che si prendano la ferita e la trasportino a Stefanago. Anselmo s'avvede che gli è rapita la sposa, cerca invano di soccorrerla, chè il Rosso gli è sopra col ferro e il provoca di nuovo alla battaglia.

In tanto la mischia cresce e si fa generale; coloro che videro il miserando caso di Bianca alzano grida di orrore: vola d'ogni parte la ferale novella, accorrono guerrieri nell'angusta valle, e in suo sdegno terribile Guidone scende anch'esso anelante di pugnare col nimico. L'odio antico fa dimenticare lo sdegno novello; Stefano lascia Anselmo e si batte con lui, e tanto eran lieti que' fieri d'incontrarsi, che avresti detto scendessero al ballo e non al conflitto.

Mentre fremono intorno armi ed armati, e si oppongono scudo a scudo, elmo a elmo, spada a spada, Anselmo palpitante e addolorato, siccome gli persuade amore, silenzioso si ritira dal campo e segue la sposa.