XVIII.

Torrenti che scendono furiosi da opposti monti e si mischiano frementi nella valle, nubi che s'incontrano e confuse ululando spargono lampi e tempeste, sono lievi immagini della crudele battaglia. Ondeggia il terrore sugli irti cimieri, morte splende negli sguardi dei combattenti, morte scaglia il declinare d'ogni spada. Nessun brando è digiuno di sangue, tace in ogni petto la pietà, è più lieto chi dissetò il suo sdegno nelle viscere di più nemici, e fin dalle chiuse visiere, come lampo da nube, trapela il livore e l'ira: accende un sol desiderio e il superbo cor del Signore e il tremante petto dell'ultimo schiavo.

Stefano, purchè ognor versi sangue, non risparmia la punta dell'acciaro nè al vincitore nè al vinto: è bufera che abbatte e l'alta pianta e l'ultimo virgulto: ogni volta che si gira la temuta destra cadono mietute teste, e le calpesta col piede che imprime orme di sangue e passa. Incoraggia i soldati col grido della vendetta e chiede del giovine Nebiolo. Questi, fido al suo giuramento, prode nel cruento certame, coglie mille palme sugli alleati e sfugge il fiero Sir di Stefanago.

Ma il Rosso dal colle mentre gioisce fra le uccisioni, vede in basso consumarsi miseranda strage de' suoi, vede piegar l'armi, e un terribile guerriero, quasi turbo in campo di biade, spargere lo sterminio e la morte. Alle insegne, al portamento ravvisa Anselmo, e barbaramente esultando precipitandosi a valle, lo chiama alla tenzone.—Cessino l'armi, soldati: lascia, vituperato rapitor di fanciulle, di mostrarti prode sul volgo: il bastone e non la spada si conviene all'imbelle tuo braccio. Qui, qui ti rivolgi, è la mia che ti attende e vuole insegnarti quanto valga un Nebiolo, eroe da tradimenti.—

Anselmo punto sì aspramente il riguardò e con disdegnoso ripiglio:—Uomo crudele, perchè il cielo ti diede una figlia, e tu non puoi imitare le sue virtù! Ammansa il tuo furore, omai Bianca è mia sposa: benedisci a questo nodo, dà la pace a' nostri cuori, a questi popoli.—Ah codardo! la pace al tuo cuore, daralla la punta della mia spada. Difenditi, nè colla pietà far velo alla tua paura.—

Seguì l'assalto agli acerbi detti, che non permise Stefano all'altro di rispondergli, ma lo investì furiosamente col ferro. Anselmo così costretto, chiamando in testimonio il cielo perchè non avea rotti i suoi giuramenti, difendendosi si pose nell'infausto duello. L'una e l'altr'oste immobile ristà, nè osa innalzare un solo accento pe' due combattenti, pende dai loro moti, e corrono gli sguardi dietro al fulminar de' ferri.

Qui ognuno trema, nè osa col pensiero tentare il futuro, mentre Guidone spargendo strage nell'oste, iva affannoso in traccia del figlio.