NOTE:
[1]. De fabulis quae media aetate de Publio Virgilio Marone circumferebantur, Berlin, 1837, 8 pag.
[2]. P. Virgilius per mediam aetatem gratia atque auctoritate florentissimus, Paderborn, 1852, 18 pag.
[3]. Virgilius als Theolog und Prophet des Heidenthums in der Kirche, in Evangelischer Kalender, Berlin, 1862, pag. 17-82.
[4]. Die Aeneis, die vierte Ecloge und die Pharsalia im Mittelalter, Frankf. a. M., 1864, 37 pag.
[5]. Quae vices quaeque mutationes et Virgilium ipsum et eius carmina per mediam aetatem exceperint, Lut. Par. 1846, 75 pag.
[6]. Leben und Fortleben des Publius Virgilius Maro als Dichter und Zauberer, Leipz. 1857, 85 pag. in-16.º
[7]. Memorabilia Vergiliana, Misenae, 1857, 38 pag. — Mirabilia Virgiliana, Misenae, 1867, 40 pag.
[8]. In questa categoria si distinguono per numero di appunti v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, pag. CXXIX-CXLVII, Massmann, Kaiserchronik, III, pag. 421-460.
[9]. De Virgile l'enchanteur, nei suoi Mélanges archéologiques et littéraires, Paris, 1850, pag. 424-478.
[10]. Ueber den Zauberer Virgilius nella Germania di Pfeiffer, IV, pag. 257-298.
[11]. Virgil's Fortleben im Mittelalter, Wien (Akad. d. Wiss.), 1851, 54 pag. in-fol.
[12]. Ved. le nostre note, vol. I, pag. 212, e vol. II, pag. 2.
[13]. Vol. I (1866), pag. 1-55; Vol. IV (1867), pag. 605-647; vol. V (1867), pag. 659-703.
[14]. Vergil in the Middle Ages by D. C. translated by E. F. M. Benecke with an Introduction by Robinson Ellis. London, New York 1895. Questa traduzione è condotta su questa seconda edizione di cui, richieste, furon mandate le prove all'autore, rapito immaturamente ai vivi poco dopo aver compiuto il suo lavoro. La traduzione però non fu da me riveduta.
[15]. I principali fra questi ved. rammentati a pag. 22 del vol. II e altrove.
[16]. Quanta parte avesse l'amicizia nell'enfatico «Nescio quid maius nascitur Iliade» di Properzio, è reso manifesto dalle espressioni che questi adopera anche a riguardo di un altro suo amico, Pontico, autore di una Tebaide che rimase affatto dimenticata (I, 7, 1-3):
«Dum tibi Cadmeae dicuntur, Pontice, Thebae
armaque fraternae tristia militiae,
atque, ita sim felix, primo contendis Homero, etc.»
[17]. I dotti di oltr'alpe commettono spesso un grave errore, di cui si risentono gli effetti molteplici in molte e varie loro opere, quando giudicano le idee e i sentimenti di un popolo eccezionale che si concentrava tutto in una città, e contava la sua esistenza ab urbe condita, con quelli stessi concetti con cui giudicano il popolo greco, e tenendo sempre la nazionalità greca dinanzi alla mente. La saga romana non poteva spaziare gran fatto al di là del campo proprio a quelle κτίσεις πόλεων che fra i greci naturalmente non potevano costituire la parte più spiccante del materiale leggendario nazionale. Se poi l'invenzione fantastica dei romani in quanto concerne il loro passato, rivela, come doveva, la loro tendenza politica e prattica, non per questo essa è sprovvista di una sua grande poesia. Fa piacere udire un uomo, che certamente non può essere accusato di parzialità pei romani, conchiudere un lavoro sul racconto di Coriolano colle seguenti eque parole: «Wer in diesen Erzählungen nach einem sogenannten geschichtlichen Kern sucht, wird allerdings die Nuss taub finden: aber von der Grösse und dem Schwung der Zeit zeugt die Gewalt und der Adel dieser Dichtungen, insbesondere derjenigen von Coriolanus, die nicht erst Shakspeare geschaffen hat.» Mommsen, in Hermes, IV, p. 26.
[18]. Cfr. i molti luoghi d'autori che esprimono questo entusiasmo raccolti da Lasaulx, Zur Philosophie der römischen Geschichte, p. 6 sgg., ai quali però molti altri se ne potrebbero aggiungere, oltre al tono generale ed alla caratteristica tendenza di molti scrittori, quale principalmente Livio, che a chi lo paragoni coi greci (fra i quali nulla si trova di simile all'opera sua), offre il più evidente saggio di quanto siam venuti notando.
[19]. Vedine la enumerazione presso Teuffel, Gesch. d. röm. Litt., p. 27.
[20]. «Novissimum Aeneidem inchoavit, argumentum varium et multiplex, et quasi amborum Homeri carminum instar, praeterea nominibus ac rebus graecis latinisque commune, et in quo, quod maxime studebat, romanae simul urbis et Augusti origo contineretur.» Donat. Vit. Vergil. (presso Reifferscheid, Svetonii praeter Caesarum libros reliquiae, Lips. 1860) p. 59. [Notisi che in tutto il libro non citerò mai altra edizione della biografia di Virgilio attribuita a Donato che questa del Reifferscheid].
[21]. Donat. Vit. Vergil. p. 58. Serv. ad Bucol. VI, 3.
[22]. Questo era il primo soggetto e scopo dell'Eneide secondo il desiderio dello stesso Augusto, e così va intesa la notizia data da Servio «postea ab Augusto Aeneidem propositam scripsit.»
[23]. Donat. Vit. Vergil. p. 61.
[24].
«Mox tamen ardentis accingar dicere pugnas
Caesaris et nomen fama tot ferre per annos,
Tithoni prima quot abest ab origine Caesar.»
Georg. III, 46.
[25]. «De Aenea quidem meo etc.» presso Macrobio, Sat., I, 24, II.
[26].
«Actia Vergilium custodis litora Phoebi
Caesaris et fortes dicere posse rates,
qui nunc Aeneae Troiani suscitat arma
iactaque Lavinis moenia litoribus,
cedite Romani scriptores, cedite Grai
nescio quid maius nascitur Iliade.»
Propert. III, 34.
[27]. Sulla composizione dell'Eneide e la cronologia delle varie sue parti ved. Sabbadini, Studi storici sull'Eneide. Lonigo 1889, p. 70 sgg.
[28]. «Hoc loco per transitum tangit historiam quam per legem artis poeticae aperte non potest ponere.... Lucanus namque ideo in numero poetarum esse non meruit quia videtur historiam composuisse non poema.» Serv. ad Aen. I, 382; cfr. Martial. XIV, 194; Fronton. p. 125; Quintil. X, I, 90.
[29]. Cfr. Schwegler, Röm. Gesch. I, p. 279 segg.; Preller, Röm. Mytholog. p. 666 segg. Hild, La légende d'Énée avant Virgile. Paris 1883.
[30]. Erra gravemente Niebuhr (Röm. Gesch. I, 206 segg.) quando crede che Virgilio condannasse alle fiamme il suo poema perchè conscio della sua mancanza di base nazionale. Una idea simile a Virgilio non poteva mai venire in capo, e quanto sia assurda lo prova già l'immenso successo dell'Eneide, a cui il sentimento romano fu tutt'altro che estraneo. È noto che il suo contemporaneo ed ammiratore Tito Livio apre anch'egli colla saga d'Enea la sua storia, ispirata se altra mai da vivo sentimento nazionale. L'attitudine del suo spirito e il suo punto di vista nel riferire quelle favole, ei li dichiara nel proemio in modo che non può lasciar da desiderare, colle magnifiche parole così spesso citate: «Et si cui populo licere oportet consecrare origines suas et ad Deos referre auctores, ea belli gloria est populo romano etc. etc.» Come la saga di Enea stesse in armonia con quanto ispirava il resto della tradizione romana, lo vediamo nel lirismo d'Orazio là dove fa dire ad Annibale (C. IV, 4, 53 segg.):
«Gens quae cremato fortis ab Ilio,
Iactata Tuscis equoribus, sacra
Natosque maturosque patres
Pertulit Ausonias ad urbes,
Duris ut ilex etc. etc.»
Quando questo scriveva Orazio, appena allora era stata pubblicata l'Eneide (le odi del IV libro furono messe a luce, come si crede dai più, dopo il 18 av. Cr.). Le tendenze cesaree verso Troia, come la città sacra dei romani e della gente Giulia, sono vivamente rappresentate nella nota parlata di Giunone agli Dei che trovasi nell'ode 3.ª del III lib., certamente anteriore all'Eneide.
Vedere in tutto ciò e in tant'altro che potrebbe riferirsi di simile, retorica e adulazione, non ammettere la reale intensità e legittimità del sentimento a cui in tanto vera grandezza d'impero e di gesta corrispondeva, è un procedere assai leggermente, sacrificando la verità e la coscienziosità scientifica a tendenze paradossali ed a prevenzioni malamente allucinatrici.
[31]. Il titolo stesso del poema sarebbe stato dapprima, secondo alcuni, non Eneide ma Gesta del popolo romano; «unde etiam in antiquis invenimus opus hoc appellatum esse non Aeneidem sed Gesta populi romani; quod ideo mutatum est, quod nomen non a parte sed a toto debet dari.» Servio, ad Aen. VI, 752.
[32]. Niente di meno serio dell'idea espressa da qualche critico moderno (V. fra gli altri Teuffel, Gesch. der röm. Litt. p. 391) che la natura molle e mite di Virgilio non fosse tagliata per l'epopea. Dicano, di grazia, questi signori quale dei poeti epici della stessa categoria a cui Virgilio appartiene può dirsi nato per l'epopea. Forse il platonico Tasso, o il pio Milton, o il mistico Klopstock? E come fra tanti poeti d'arte così diversi per stirpe e per carattere, il solo molle Virgilio ha saputo fare il meglio in questo genere, mentre il titanico e multilaterale Göthe quando a ciò si è voluto provare ha messo fuori quell'aborto che è l'Achilleide?
[33]. «Qui bene considerat inveniet omnem romanam historiam ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Virgilium, quod ideo latet quia confusus est ordo: nam eversio Ilii et Aeneae errores adventus bellumque manifesta sunt: Albanos autem reges, romanos etiam consules, Brutos, Catonem, Caesarem Augustum et multa ad historiam romanam pertinentia hic indicat locus, cetera quae hic intermissa sunt in ἀσπιδοποτίᾳ commemorat.» (Servio, ad Aen. VI, 752. Cfr. anche Probo, ad Georg. III, 46, p. 58 sg. ed. Keil).
[34]. Secondo Boissier (La publication de l'Énéide in Revue de Philologie, 1884, p. 1-4) era già pubblicata quando Orazio scrisse il Carmen saeculare nel 737 (19) ossia due anni dopo la morte del poeta.
[35]. Nella letteratura latina oggi superstite il più antico autore che esprima ciò esplicitamente è Ovidio:
«Et profugum Aenean, altaeque primordia Romae,
quo nullum Latio clarior extat opus.»
Ars amator. III, 337.
«Tantum se nobis elegi debere fatentur,
quantum Vergilio nobile debet epos.»
Rem. am. 395.
L'Ars amatoria fu pubblicata l'1 o il 2 av. Cr.; i Remedia amoris l'1 o il 2 d. Cr.
[36]. «Inter quae (ingenia) maxime nostri aevi eminent princeps carminum Vergilius, Rabirius etc.» Vell. Paterc. II, 37.
[37]. Cfr. Wölfflin in Philologus, XXVI, p. 130.
[38]. Veggansi i raffronti considerevolmente numerosi raccolti dal Zingerle nel suo lavoro: Ovidius und sein Verhältniss zu den Vorgängern und gleichzeitigen römischen Dichtern (Innsbruck, 1869-71) II, p. 48-113. Per Tibullo, Properzio, Orazio, Livio ved. Sabbadini, Studi critici sulla Eneide. Lonigo 1889, p. 134-173.
[39]. «Vergilium vidi tantum» Trist. IV, 10, 15.
[40]. Questi ricordi, che si riferiscono ai retori del tempo d'Augusto, ci offrono le più antiche citazioni di versi dell'Eneide oggi conosciute. Ecco i luoghi principali: «Sed ut sciatis sensum bene dictum dici tamen posse melius, notate prae ceteris quanto decentius Vergilius dixerit hoc, quod valde erat celebre, «belli mora concidit Hector»: «Quidquid apud durae etc.» (Aen. XI, 288). Messala († 8 av. Cr.) aiebat hic Vergilium debuisse desinere, quod sequitur «et in decimum etc.» explementum esse. Maecenas hoc etiam priori comparabat» Suasor. 2; «Summis clamoribus dixit (Arellius Fuscus) illum Vergili versum «Scilicet is superis etc.» (Aen. IV, 379). Auditor Fusci quidam, cuius pudori parco, cum hanc suasoriam de Alexandro ante Fuscum diceret, putavit aeque belle poni eundem versum; dixit: Scilicet is superis etc.». Fuscus illi ait: si hoc dixisses audiente Alexandro, scires apud Vergilium et illum versum esse «... capulo tenus abdidit ensem» (Aen. II, 553). Suasor. 4; — «Montanus Iulius qui comis fuit, quique egregius poeta, aiebat illum (Cestium) imitari voluisse Vergili descriptionem: «Nox erat et terras etc.» (Aen. VII, 26)». Controv. 16. (Cestio venne a Roma poco dopo la morte di Virgilio, cfr. Meyer, Oratorr. romanorr. fragmenta, p. 537) — Ved. anche Suasor. I.
[41].
«Et tamen ille tuae felix Aeneidos auctor
contulit in Tyrios arma virumque toros,
Nec legitur pars ulla magis de corpore toto,
quam non legitimo foedere iunctus amor.»
Ovid. Trist. 2, 533.
[42]. Confession. lib. I; op. I, 66.
[43]. Anche il Teuffel concede che «Ton und Geist der Aeneis steht freilich zu Homer in diametralem Gegensatze.» Gesch. d. röm. Lit. p. 400. Più largamente Plüss Vergil und die epische Kunst (Leipz. 1884) p. 339 sgg.
[44]. «Homerus testis et lyrici, romanusque Vergilius et Horati curiosa felicitas.» Petron. Sat. 118.
[45]. Ad Augusto, che mentre guerreggiava i Cantabri voleva esser tenuto al corrente del suo lavoro, ei rispondeva: «de Aenea quidem meo, si mehercle iam dignum auribus haberem tuis libenter mitterem; sed tanta inchoata res est, ut paene vitio mentis tantum opus ingressus mihi videar, cum praesertim, ut scis, alia quoque studia ad id opus multoque potiora impertiar.» Macrob. Sat. I, 24, 11.
In lavoro così arduo e delicato non sorprende quanto riferisce il biografo (p. 59): «traditur cotidie meditatos mane plurimos versus dictare solitus, ac per totum diem retractando ad paucissimos redigere, non absurde carmen se informe more ursae parere dicens et lambendo demum effingere. Aeneida prosa prius oratione formatam digestamque in XII libros particulatim componere instituit, prout liberet quidquid, et nihil in ordinem arripiens, ut ne quid impetum moraretur, quaedam imperfecta transmisit, alia levissimis verbis veluti fulsit, quae per iocum pro tibicinibus interponi aiebat, ad sustinendum opus, donec solidae columnae advenirent.»
A comporre l'Eneide, quale oggi ci rimane, impiegò XI anni, e l'interruppe la morte, chè per altri tre anni si proponeva di lavorare a darle l'ultima mano, e con tale scopo intraprese il viaggio di Grecia e d'Asia, che gli fu fatale. Donat. p. 62.
[46]. «Vergilium multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio peritum.» Gell. V, 12, 13. Di questo tien conto pure Quintiliano nel confrontare Virgilio con Omero: «et hercle ut illi naturae coelesti atque immortali cesserimus: ita curae et diligentiae vel ideo in hoc plus est, quod ei fuit magis laborandum et quantum eminentibus vincimur fortasse aequalitate pensamus.» Inst. or. X, I, 86.
[47]. Cf. Bernhardy, p. 437, Teuffel, p. 397, Baehr, p. 371, Hertzberg (Uebers. d. Aeneis), p. XI sg. Hermann. Elem. doctr. metr. 357, Müller, De re metr. p. 140 sg., 183, 190 sg., Niebuhr, Röm. Gesch. I, p. 112 (3.ª ed.). Sulla saga di Enea ed il modo in cui Virgilio l'ha trattata veggasi, oltre il noto libro di Klausen, Aeneas una die Penaten II, p. 1249 sg., Rubino, Beiträge zur Vorgeschichte Italiens, p. 68 sgg. 156 sgg. 173, e particolarmente, come elogio della esattezza e dottrina del poeta, p. 121-128. Con critica spesso troppo superficiale ed ingenua, ma non senza buon senso, riassume i meriti di Virgilio il Weidner, nella prefazione al suo Commentar zu Vergil's Aeneis, Buch I und II, (Leipz. 1869) p. 53 sgg. Con miglior metodo e vigore insorge contro i pregiudizi prevalenti nelle scuole germaniche Plüss Vergil und die epische Kunst, Leipz. 1884.
[48]. Cfr. Lersch, Die Sprachphilosophie der Alten, I, p. 103.
[49]. Lucrezio, che morì quando Virgilio era quindicenne, non solo lascia sentire nel suo poema questo conato, ma ne parla anche apertamente: (lib. I, 135)
«Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta
difficile inlustrare latinis versibus esse,
multa novis verbis praesertim cum sit agendum,
propter egestatem linguae et rerum novitatem.»
Cfr. anche, I, 831 e III, 257; Heffter, Geschichte der lateinischen Sprache während ihrer Lebensdauer, p. 124. Veggasi anche Herzog, Untersuchungen über die Bildungsgeschichte der griechischen und lateinischen Sprache, (Leipz. 1871) p. 196 sgg., il quale però giudica con frettolosa leggerezza i poeti augustei (p. 213), e dimentica del tutto l'importanza e l'influenza di Virgilio in fatto di lingua nella scuola e nelle opere grammaticali e nella produzione letteraria!
[50]. Cf. Blass, Die griech. Beredsamkeit in dem Zeitraum von Alexander bis auf Augustus, p. 125 sgg.
[51]. «Sciendum tamen est Terentium propter solam proprietatem omnibus comicis esse praepositum, quibus est, quantum ad cetera spectat, inferior.» Serv. ad Aen. I, 410. Già molto prima, Cicerone (ad Att. VII, 3. 10) aveva detto: «secutusque sum, non dico Caecilium... malus enim auctor latinitatis est, sed Terentium cuius fabellae propter elegantiam sermonis putabantur a C. Laelio scribi.» Eppure Vulcazio Sedigito dava fra i comici il primo posto a Cecilio, il secondo a Plauto, ed a Terenzio il sesto. (Gell. XV, 24).
[52]. Donato (Vit. Vergil. p. 65) enumera qualche sciocca parodia anonima delle Bucoliche e delle Georgiche, l'Aeneomastix di Carvilio Pittore, un'opera di Erennio sui difetti, una di Perellio Fausto sui furti di Virgilio, ed otto libri Homoeon elenchon di Q. Ottavio Avito, nei quali si notava quos et unde versus transtulerit. Asconio Pediano, che visse sotto Claudio, scrisse un libro in difesa di Virgilio contro costoro ed altri simili.
[53]. «Utar enim verbis eisdem quae ex Afro Domitio iuvenis excepi, qui mihi interroganti quem Homero crederet maxime accedere: secundus, inquit, est Vergilius, propior tamen primo quam tertio.» Quintil. X, I, 86. Domizio Afro fu pretore sotto Tiberio nel 26 d. Cr.; morì nel 59. Veggasi questo giudizio messo in versi da Alcimo Avito (V-VI sec.), nell'Anthologia latina (Meyer) n.º 259.
[54]. «M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis sed ex communibus verbis, atque ideo latentis.» Donat. Vit. Vergil. p. 65.
[55]. Vero e giusto è anche quel d'Orazio (sat. I, 10, 45):
«molle atque facetum
Vergilio annuerunt gaudentes rure Camenae.»
È da notare però che queste parole, come già esse lo dicono chiaramente (rure), non si riferiscono che alle Bucoliche e alle Georgiche. Quando Orazio scrisse il primo libro delle satire in cui esse sono contenute (dal 41 al 35 av. Cr., secondo i più), l'Eneide non era neppure ancora in mente di Virgilio; il poeta in quel tempo occupavasi delle Georgiche. Se le opinioni sulle date non fossero tanto varie ed incerte, si potrebbe anche affermare che le parole di Orazio non si riferiscono che alle Bucoliche. Certo se Orazio avesse conosciuto il poema, non si sarebbe contentato di caratterizzare la poesia del suo amico con quelle parole. Virgilio era morto ed il poema era già pubblicato quando Orazio scrisse l'Arte poetica (9, o 10 av. Cr.); ma la sola menzione di Virgilio che ricorra in questa (v. 53) non riguarda che un confronto fra l'antica e la nuova scuola in generale quanto alla lingua.
[56]. Cfr. Walther, De scriptorum romanorum usque ad Vergilium studiis homericis. Vratisl. 1867.
[57]. «Hoc ipsum crimen sic defendere assuetum ait (Asconius Pedianus): cur non illi quoque eadem furta temptarent? verum intellecturos facilius esse Herculi clavam quam Homero versum subripere.» Donat. Vit. Vergil. p. 66.
[58]. Veggasi su di ciò la giusta e fina osservazione di Hertzberg nella introd. alla sua traduzione dell'Eneide p. VI. Il trovare in questi così detti furti di Virgilio, come fa Teuffel (Gesch. d. röm. Lit. p. 392), una prova della mancanza di originalità che vogliono attribuire al poeta, è un grave errore.
[59]. Una rivista critica degli appunti fatti dagli antichi a Virgilio trovasi nei Prolegg. di Ribbeck, c. VIII. Generalmente queste osservazioni si riferiscono all'Eneide, di rado se ne trova sulle Bucoliche e le Georgiche.
[60]. Questo grammatico, maestro di Lucano e di Persio, non esitava a servirsi di espressioni dure nella sua critica virgiliana (abiecte sordide, indecore etc.). Ma i principali suoi appunti, di cui oggi abbiamo ricordo, si riducono a futili cavilli o ad aperti errori. Pure egli era ammiratore del Mantovano, come si rileva dalle sue stesse parole: «iamque exemplo tuo etiam principes civitatum, o poeta, incipient similia fingere.» Charis. p. 100 (ed. Keil).
[61]. «Asconius Pedianus dicit se Vergilium dicentem audisse, in hoc loco se grammaticis crucem fixisse, volens experiri quis eorum studiosior inveniretur.» Servio, ad Ecl. III, 105. Cf. Philargyr., e Scholl. Bern. ibid. Ma probabilmente Asconio citava l'autorità di altri, poichè egli neppure era nato quando Virgilio morì. Cf. Ribbeck, Prolegg. p. 97 sg. Questa idea ritrovasi poi ripetuta nel medio evo e non soltanto a proposito di Virgilio, ma come un costume degli antichi scrittori; ved. p. es. il prologo di Marie de France, che dice ciò sulla testimonianza di Prisciano.
[62].
«Sic Maro nec calabri tentavit carmina Flacci,
Pindaricos nosset cum superare modos;
Et Vario cessit romani laude cothurni,
quum posset tragico fortius ore loqui.»
Martial., VIII, 18.
Conviene notare qui che, quantunque Virgilio esercitasse assai visibile influenza anche sulla prosa, non lasciò gran nome di sè come prosatore. «Vergilium illa felicitas ingeni in oratione soluta reliquit.» Seneca, Controv. 3, p. 361 (ed. Bursian); cfr. Donat. Vit. Vergil. p. 58.
[63]. «Cetera sane vitae et ore et animo tam probum constat ut Neapoli Parthenias vulgo appellatus sit.» Donat. Vit. Vergil., p. 57. «anima candida.» Horat. Sat. I, 5, 41. Qualche antico commentatore di Orazio ha pur creduto, benchè invero a torto, di riconoscere Virgilio nei noti versi: «Iracundior est paulo» etc. Sat. I, 3, 29 sgg.
[64]. «Malo securum et secretum Vergili recessum, in quo tamen neque apud divum Augustum gratia caruit, neque apud populum romanum notitia. Testes Augusti epistulae, testis ipse populus, qui, auditis in theatro Vergili versibus, surrexit universus, et forte praesentem spectantemque Vergilium veneratus est sic quasi Augustum.» Dial. de Oratorr. 13. Quanta fosse questa sua «apud populum romanum notitia» si rileva anche dalla biografia: «ut... si quando Romae, quo rarissime commeabat, viseretur in publico, sectantis demonstrantisque se suffugeret in proximum tectum.» Donat. Vit. Vergil. p. 57.
[65]. Sat. VI. 434 segg.:
«Illa tamen gravior, quae cum discumbere coepit
laudat Vergilium, periturae ignoscit Elisae,
committit vates et comparat; inde Maronem,
atque alia parte in trutina suspendit Homerum.»
[66]. «Homerus et Vergilius tam bene de humano genere meriti quam tu et de omnibus et de illis meruisti, quos pluribus notos esse voluisti quam scripserant, multum tecum morentur.» Dial. XI, (Ad Polyb. de consol.) 8, 2, «Agedum illa quae multo ingeni tui labore celebrata sunt, in manus sume, utriuslibet auctoris carmina, quae tu ita resolvisti ut quamvis structura illorum recesserit, permaneat tamen gratia. Sic enim illa ex alia lingua in aliam transtulisti, ut, quod difficillimum erat, omnes virtutes in alienam te orationem secutae sint.» Ibid. II, 5.
[67]. «Auditis in theatro Vergili versibus.» Dial. de Oratorr. 1. c.; «bucolica eo successu edidit, ut in scena quoque per cantores crebro recitarentur.» Donat. Vit. Vergil. p. 60.
[68]. «Sub exitu quidem vitae palam voverat, si sibi incolumis status permansisset, proditurum se partae victoriae ludis etiam hydraulam et choraulam et utricularium, ac novissimo die histrionem, saltaturumque Vergili Turnum.» Sveton. VI, 54. Cf. Jahn, in Hermes, II, p. 421; Friedländer, Sittengeschichte etc. II, 274.
[69]. «Ecce alius ludus. Servus qui ad pedes Habinnae sedebat, iussus, credo, a domino suo, proclamavit subito canora voce: «Interea medium Aeneas iam classe tenebat.» Nullus sonus unquam acidior percussit aures meas; nam praeter recitantis barbarie aut adiectum aut deminutum clamorem, miscebat Atellanicos versus, ut tunc primum me Vergilius offenderit.» Petron. Sat. 68.
[70].
«Accipe facundi Culicem, studiose, Maronis,
ne nugis positis Arma virumque canas.»
Martial. XIV, 185.
«Quam brevis immensum cepit membrana Maronem!
Ipsius et vultus prima tabella gerit.»
Id. XIV, 186.
Oltre ad Omero ed a Virgilio troviamo fra questi Xenia in Marziale Menandro, Cicerone, Properzio, Livio, Sallustio, Ovidio, Tibullo, Lucano, Catullo.
[71]. Cfr. Bücheler, Die pompejanischen Wandinscriften, nel Rheinisches Museum, N. F. XII, p. 250 sgg.; Garrucci, Graffiti tav. VI, 5 (Aen. II, 148). Col procedere degli scavi il numero di questi versi virgiliani, come di altri graffiti che vengono in luce, aumenta ogni giorno. Nella raccolta dello Zangemeister, Inscriptiones parietariae pompejanae, herculanenses, stabianae (IV vol. del Corp. inscriptt. latinar.) Berolini, 1871, sono versi o parte di versi virgiliani i numeri 1237 (Aen. V, 110), 1282 (Aen. I, 1), 1524 (Ecl. 2, 56), 1527 (id.), 1672 (Aen. I, 1), 1841 (Aen. II, 148), 2213 (Aen. II, 1) 2361 (Aen. I, 1), 3151 (Aen. II, 1), 3198 (Aen. I, 1). Aggiungansi altri due graffiti pubblicati nel Giornale degli Scavi di Pompei, 2.ª serie, vol. I, p. 281 (Aen. I, 234), vol. II, p. 35 (Aen. I, 1). Una iscriz. parietaria romana offre colo calathisque Minervae (Aen., VII, 805) v. Fea, Varietà di notizie, p. XXVII, Jordan in Bursian's Jahresbericht I, 784.
[72]. La lezione comune è rusticus es Corydon, ma il codice romano ha est, come l'iscrizione pompeiana.
[73]. Cfr. Garrucci, Graffiti, tav. I. Com'è noto, i maestri elementari tenevano scuola all'aperto, per le piazze, per le strade e sotto i portici; cfr. Ussing, Darstellung des Erziehungs-und Unterrichtswesen bei den Griechen und Römern übers, von Friedrichsen, (Altona 1870) p. 100 sg. Sulle rappresentanze relative alle scuole nelle antiche pitture murali pompeiane, veggasi Jahn, Ueber Dastellungen des Handwerks und Handelsverkehrs auf antiken Wandgemälden (Leipz. 1868) p. 288 sgg. Fra i graffiti pompeiani ce n'è uno assai curioso, d'argomento grammaticale, cfr. Garrucci, tav. 17; Jahn op. cit. p. 288.
[74]. Bücheler, op. cit. p. 246.
[75]. Su di un cucchiaio d'argento leggesi il verso 17 della I.ª Ecl.; su di un bassorilievo della Villa Albani i versi 607 sgg. del I.º dell'Eneide; ved. Jahn in Berichte der sächs. Gesellsch. d. Wiss. 1861 p. 365. Su di un tegolo del primo secolo leggonsi i due primi versi dell'Eneide; ved. Archäolog. Anz. 1864 n. 184, p. 199. Versi virgiliani in iscrizioni funebri riferiti dal Marini, Frat. arv. p. 826 sg. Papiri diplom. p. 332 sg.
[76]. «Primus dicitur latine ex tempore disputasse primusque Vergilium et alios poetas novos praelegere coepisse.» Sveton. De gramm. et rhetorib. 16.
[77]. Cfr. Helwig, De recitatione poetarum apud romanos, p. 20 sg.
[78].
«Non ego ventosae plebis suffragia venor
Impensis coenarum et tritae munere vestis:
Non ego nobilium scriptorum auditor et ultor
Grammaticas ambire tribus et pulpita dignor.»
Horat. Epist. I, 19, 37 sgg.
[79]. «Ideoque optime institutum est ut ab Homero atque Vergilio lectio inciperet.» Quintil. I, 85;
«Cui tradas, Lupe, filium magistro
Quaeris sollicitus diu rogasque.
Omnes grammaticosque, rhetorasque
Devites moneo; nihil sit illi
Cum libris Ciceronis aut Maronis.»
Martial. V, 56.
«Dummodo non pereat, totidem olfecisse lucernas
Quot stabant pueri, cum totus discolor esset
Flaccus, et haereret nigra fuligo Maroni.»
Juvenal. VII, 215 sgg.
[80]. Parlando di cortex adoperato come maschile e come femminile Quintiliano dice: «.... quorum neutrum reprehendo, cum sit utriusque Vergilius auctor» I, 5, 35. I grammatici dei secoli posteriori serbano intatta questa tradizione; «stiria dicuntur ab stillis, quae Vergilius genere feminino, Varro neutro dixit; sed vicit Vergili auctoritas» Lib. de dubiis nominib. ap. Keil, V, 590; «mella tantum triptoton est; vicit propter auctoritatem Vergilianam.» Fragm. bob. de nomine, ap. Keil, V, p. 558.
[81]. «Grammaticus futurus Vergilium scrutatur.» Seneca, Epist. 108.
[82]. «iamvero Ciceronis ac divi Augusti Vergilique (monimenta manus) saepenumero videmus» Plin. Nat. hist. XIII, 83. «Quomodo et ipsum (Ciceronem) et Vergilium scripsisse manus eorum docent.» Quintil. I, 7, 11; «Quod ipse (Hyginus) invenerit in libro qui fuerit ex domo atque familia Vergili,» Gell. N. A. I, 11, 1; «in primo Georgicon quem ego, inquit (Probus), manu ipsius correctum legi» ID. XIII, 2, 4 «qui scripserunt idiographum librum Vergili se inspexisse.» ID. IX, 14, 7; «... ostendisse mihi librum Aeneidos secundum mirandae vetustatis, emptum in sigillariis viginti aureis, quem ipsius Vergili fuisse credebatur.» Id. II, 3, 5.
[83]. «vatum studiosus novorum» è chiamato da Ovidio, Trist. III 14, 7.
[84]. Sulla critica di Virgilio in questo tempo e poi ved. Thomas, Essai sur Servius et son commentaire sur Virgile. Paris 1880, Georgii, Die antike Aeneis-kritik. Stuttgart 1891.
[85]. Cf. Keil, Gramm. Lat. V, 7 (Praefat. ad Cledonium).
[86]. «Quis ad sophisticas Isocratis conclusiones, quis ad enthymemata Demosthenis, aut opulentiam Tullianam, aut proprietatem nostri Maronis accedat?» Auson. Epist. XVII, 3.
[87]. Schmidt, De Nonii Marcelli auctoribus grammaticis, p. 4 sg., 96 sgg.
[88]. Veggansi i richiami a piè di pagina nella ediz. del Ribbeck.
[89]. Quintil. I, 8, 1.
[90]. «Quamquam ad intelligendas eorum virtutes firmiore iudicio opus est; sed huic rei superest tempus, neque enim semel legentur. Interim et sublimitate heroici carminis animus assurgat, et ex magnitudine rerum spiritum ducat, et optimis imbuatur.» Quintil. I, 8, 5.
[91]. Quintil. I, 8, 13 sgg.
[92]. «et grammaticos offici sui commonemus. Ex quibus si quis erit plane impolitus et vestibulum modo artis huius ingressus, intra haec quae profitentium commentariolis vulgata sunt consistet; doctiores multa adicient.» Quintil. I, 5, 8.
[93]. «Enimvero iam maiore cura doceat (grammaticus) tropos omnes, quibus praecipue, non poema modo, sed etiam oratio ornatur, schemata utraque idest figuras etc. etc.» Quintil. I, 8, 16.
[94]. «Veteres grammatici et rhetoricam docebant ac multorum de utraque arte commentarii feruntur; secundum quam consuetudinem posteriores quoque existimo, quamquam iam discretis professionibus, nihilo minus vel retinuisse vel instituisse et ipsos quaedam genera institutionum ad eloquentiam praeparandam ut problemata, paraphrases, allocutiones, ethologias atque alia hoc genus; ne scilicet sicci omnino atque aridi pueri rhetoribus traderentur.» Sveton. De grammaticis et rhetorr. 4.
[95]. «Solebat autem ex Vergilio Fuscus multa trahere ut Maecenati imputaret.» Senec. Suasor. 3.
[96]. «Hic enim quemadmodum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit.... Nam, ut de laudibus, exhortationibus, consolationibus taceam, nonne vel nonus liber quo missa ad Achillem legatio continetur, vel in primo inter duces illa contentio, vel dictae in secundo sententiae omnes litium ac consiliorum explicant artes?... Iam similitudines, amplificationes, exempla, digressus, signa rerum et argumenta ceteraque probandi ac refutandi sunt ita multa ut etiam qui de artibus scripserunt plurimi harum rerum testimonium ab hoc poeta petant.» Quintil. X, 1, 16 sgg.
[97]. Veggansi i luoghi di Seneca il vecchio che abbiamo già riferiti a p. 18.
[98]. Un saggio dei prodotti poetici che ottenevano onori nell'agone capitolino istituito da Domiziano lo abbiamo oggi nella iscrizione che accompagna il monumento di Q. Sulpicio Massimo fanciullo dodicenne che si distinse improvvisando i versi greci riferiti in quella iscrizione. Sono cosa intieramente retorica per tema e per tono; di poetico non c'è che il verso. Veggasi la bella ediz. di C. L. Visconti, Il Sepolcro di Q. Sulpicio Massimo, Roma 1871.
[99]. «ut dicam quod sentio, magis oratoribus quam poetis imitandus» X, 1, 90. Da studiare agli oratori in compagnia di Virgilio e di Orazio è proposto anche nel dialogo De Oratoribus, 20: «exigitur enim iam ab oratore etiam poeticus decor, non Acci aut Pacuvi veterno inquinatus, sed ex Horati et Vergili et Lucani sacrario prolatus.»
[100]. Vergilius orator an poeta; di questo scritto non si conserva che un frammento del principio, pubblicato da Ritschl dapprima e poi riprodotto da Jahn nel suo Floro (Leipz. 1852).
[101]. «Plures hodie reperies qui Ciceronis gloriam quam qui Vergili dectractent.» De Oratorr. 12.
[102]. Esprime questa venerazione anche in modo entusiastico: «Clamat ecce maximus vates et velut divino ore instinctus salutare carmen canit: optima quaeque dies etc.» Dial. X, (de brev. vit.) 9, 2. Altrove dice: «Homerus et Virgilius tam bene de humano genere meriti.» Dial. XI (ad Polyb. de Consolat.) 8, 2 «vir disertissimus.» Dial. VIII 1.
[103]. «auctor eminentissimus» I, 10, 10; «acerrimi iudicii» VIII, 3, 24; «poesis ab Homero et Vergilio tantum fastigium accepit» XII, 11, 26.
[104]. Cfr., oltre a quanto nota Ernesti intorno a ciò, i raffronti di Dräger, Syntax und Styl des Tacitus. Leipz. 1868.
[105]. Quintil. VIII, 2, 12 sgg.
[106]. «propriis (verbis) dignitatem dat antiquitas. Namque et sanctiorem et magis admirabilem faciunt orationem; quibus non quilibet fuerit usurus.» Quintil. VIII, 3, 24.
[107]. «Odiosa cura; nam et cuilibet facilis, et hoc pessima quod rei studiosus, non verba rebus aptabit, sed res extrinsecus arcesset quibus haec verba conveniant.» Quintil. VIII, 3, 30.
[108]. «tamquam scopulum sic fugias inauditum atque insolens verbum» ap. Gell. I, 10, 4.
[109]. Catalect. 2.
[110]. Cfr. Herz, Renaissance und Rococo not. 76. Fu già attribuito a Frontone lo scritto intitolato Quadriga, seu exempla elocutionum ex Vergilio Sallustio Terentio Cicerone; ma poi è stato riconosciuto non essere esso di Frontone, bensì di Arusiano Messio. Cfr. Teuffel § 427, 4.
[111]. Presso Gellio II, 26, 1.
[112]. «Plane multum mihi facetiarum contulit istic Horatius Flaccus, memorabilis poeta, mihique propter Maecenatem ac maecenatianos hortos meos non alienus.» Ad Caes. II, 1. I poeti che legge il suo allievo imperiale sono Plauto, Accio, Lucrezio, Ennio; «... aut te Plauto expolires, aut Accio expleres, aut Lucretio delenires, aut Ennio incenderes.» De feriis Alsiensibus, 3, p. 224 (ed. Du Rieu). La scuola opposta, a cui appartengono Quintiliano, e l'autore del dialogo De oratoribus, faceva leggere Virgilio, Orazio, Lucano; cf. Dial. de orat. 20.
[113]. La maggior parte degli autori che lodano Frontone sono Galli; tali Ausonio, Claudio Mamerto, Eumenio, Sidonio. Il grammatico Consenzio che cita Frontone (Keil V, 333) è anch'egli di Gallia. Leone consigliere di Evarige, re dei Goti, si vantava di discendere da Frontone. A lui scrive il suo amico Sidonio: «suspende perorandi illud quoque celeberrimum flumen quod non solum gentilitium sed domesticum tibi, quodque in tuum pectus per succiduas aetates ab atavo Frontone transfunditur.» (Sidon. Ep. VIII, 3). Piacque Frontone anche ai suoi connazionali d'Africa, come vedesi da Minucio Felice e Marziano Capella. Il più forte suo lodatore è però, all'infuori del contemporaneo Gellio, Sidonio che ammira principalmente la sua «gravitas.»
[114]. Donat. Vit. Verg. p. 63. Notevole per l'enfasi è l'ultimo di quei tre distici:
«Infelix gemino cecidit prope Pergamon igni,
et paene est alio Troia cremata rogo.»
Le perioche attribuite a Sulpicio, e che nulla distoglie dal creder sue, veggansi nell'Anth. lat. n.º 653 (ed. Riese). Di Virgilio occupavasi Sulpicio anche nelle sue epistole (cf. Gell. II, 16, 8 sgg.). Pei suoi rapporti con Frontone ved. Gell. XIX, 13, 1.
[115]. Non ho potuto persuadermi dell'idea contraria che l'Hertz sostiene e il Kretschmer trova probabile, De auctoribus A. Gelli grammaticis p. 3 sg.
[116]. «ei libro (Aeli Melissi) titulus est ingentis cuiusdam inlecebrae ad legendum; scriptus quippe est De loquendi proprietate» XVIII, 6, 3.
[117]. «isti novicii semidocti» XVI, 7, 13; «turba grammaticorum novicia» XI, 1, 5; cf. anche XVII, 2, 15.
[118]. «cum pace cumque venia istorum, si qui sunt, qui Verri Flacci auctoritate capiuntur» XVII, 6, 4.
[119]. Arriva a dire di Seneca «ineptus atque insubidus homo» XII, 2, 11.
[120]. Non vado quindi d'accordo in ciò con Bernhardy (p. 872). Frontone è oratore e la sua scuola è scuola di oratori, nè all'infuori del campo puramente oratorio si possono cercar Frontoniani. Non c'è bisogno di pensar a Frontone per ispiegare certe caratteristiche della lingua e dello stile di Gellio.
[121]. «Vive moribus praeteritis, loquere verbis praesentibus» I, 205, sg.
[122]. «poeta verborum diligentissimus» II, 26, 11; «elegantissimus poeta» XX, 1, 54; «multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio peritum» V, 12, 13.
[123]. «grammatici aetatis superioris haud sane indocti neque ignobiles» II, 6, 1.
[124]. «insulsa et odiosa scrutatio» (parla di una critica di Anneo Cornuto, vera sofisticheria) IX, 10, 5; «sed Hyginus nimis hercle ineptus fuit cum etc.» VII, 6, 5.
[125]. Una volta è accennata la taccia d'improprietà con un semplice existimatur (X, 29, 4); per un altro luogo però essa è recisamente asserita (I, 22, 12)
[126]. «ut Pindaro quoque, qui nimis opima pinguique esse facundia existimatus est, insolentior hoc quidem in loco tumidiorque sit... Audite nunc Vergilii versus, quos inchoasse eum verius dixerim quam fecisse» etc. XVII, 10, 8 sgg.
[127]. «oves bidentes dictae quod duos tantum dentes habeant.» XVI, 6, 9.
[128]. «Illi qui Lucilium pro Horatio et Lucretium pro Vergilio legunt... quos more prisco apud iudicem fabulantes non auditores sequuntur, non populus audit, vix denique litigator perpetitur.» Dial. de Oratorib. 23.
[129]. «Ciceroni Catonem, Vergilio Ennium, Sallustio Coelium praetulit, eademque iactatione de Homero ac Platone iudicavit.» Spartian. Hadrian. 16.
[130]. Spartian. Hadrian. 2; «quos versus (Aen. VI, 869 sgg.) cum aliquando in horto spatians cantitaret» Spartian. L. Ver. 4. Il voluttuoso Lucio Vero, che portava seco anche in letto Ovidio ed Apicio, non sapeva meglio esprimere il suo amore per Marziale che chiamandolo il suo Virgilio. Spartian. L. Ver. 5.
«Ennius est lectus, salvo tibi, Roma, Marone.»
Ep. V, 10.
«Scribere te, quae vix intelligat ipse Modestus
et vix Claranus, quid, rogo, Sexte, iuvat?
non lectore tuis opus est, sed Apolline, libris;
iudice te, maior Cinna Marone fuit.
Sic tua laudentur: sane mea carmina, Sexte
grammaticis placeant, et sine grammaticis.»
Ep. X, 21.
[132]. «legerat (Probus) in provincia quosdam veteres libellos apud grammatistam, durante adhuc ibi antiquorum memoria, necdum omnino abolita sicut Romae;.... quamvis omnes contemni magisque obprobrio legentibus quam gloriae et fructui esse animadverteret.» Sveton. De gramm. et rhetorr. 24.
[133]. In una questione con un grammatico dappoco le autorità invocate sono Plauto, Sallustio, Ennio, Virgilio (VI, 17). In un altro luogo un grammatico cerretano dice a Gellio: «si quid ex Vergilio, Plauto, Ennio quaerere habes, quaeras licet.» (XX, 10, 2).
[134]. «eoque ornamento acerrimi iudicii P. Vergilius unice est usus» VIII, 3, 24; «vetustatis, cuius amator unice Vergilius fuit» IX, 3, 14; «Vergilius amantissimus vetustatis» I, 7, 16.
[135]. «Vergilius quoque noster non ex alia causa duros quosdam versus et enormes et aliquid supra mensuram trahentes interposuit, quam ut Ennianus populus agnosceret in novo carmine aliquid antiquitatis.» Presso Gellio XII, 2.
[136]. Epist. II, 1, 64 sgg.
«Curritur ad vocem iucundam et carmen amicae
Thebaidos, laetam cum fecit Statius urbem,
Promisitque diem; tanta dulcedine captos
Afficit ille animos tantaque libidine vulgi
Auditur.
Juvenal. VII, 82 sgg.
[138]. Su questo modo d'interrogare la sorte in generale v. Hist. lit. de la France III, p. 11 sgg. e i curiosi capitoli di Rabelais, III, 10 sgg.
[139]. «Sed et Vergili ac Titi Livi scripta et imagines paulum abfuit quin ex omnibus bibliothecis amoveret, quorum alterum ut nullius ingeni minimaeque doctrinae, alterum ut verbosum in historia negligentemque carpebat.» Sveton. IV, 34.
[140]. «Vergilium autem Platonem poetarum vocabat, eiusque imaginem cum Ciceronis simulacro in secundo larario habuit, ubi et Achillis et magnorum virorum.» Lamprid. Alex. Sev. 30.
[141]. «quas (imagines) non habebat modo verum etiam venerabatur, Vergili ante omnes, cuius natalem religiosius quam suum celebrabat, Neapoli maxime ubi monimentum eius adire ut templum solebat.». Plin. Epist. III, 7, 8. Questa venerazione per Virgilio, che pare fosse come una monomania di Silio Italico, è anche confermata da Marziale in più di un epigramma, VII, 63, XI, 48, 49. A Silio dedicava Cornuto un suo lavoro sopra Virgilio: «Annaeus Cornutus ad Italicum de Vergilio.» Charis. p. 100, cf. p. 102 (ed. Keil).
«.... Maroneique sedens in margine templi
Sumo animum et magni tumulis adcanto magistri.»
Stat. Silv. 4, 54.
«.... nec tu divinam Aeneida tenta
Sed longe sequere et vestigia semper adora.»
Stat. Theb. XII, 815.
«Maiae Mercurium creastis Idus,
Augustis redit Idibus Diana,
Octobres Maro consecravit Idus.
Idus saepe colas et has et illas
Qui magni celebras Maronis Idus.»
Martial. XII, 67. Marziale è pieno di enfasi quando rammenta Virgilio, ch'ei chiama: magnum (IV, 14), summum (XII, 4), immensum (XIV, 186), aeternum (XI, 52). L'idea già riferita sugl'Idi di Ottobre trovasi più tardi ripetuta da Ausonio (323, 23):
«Sextiles Hecate Latonia vindicat Idus,
Mercurius Maias superorum adiunctus honori,
Octobres olim Maro genitus dedicat Idus.»
[144]. «amavit litteratos homines, vehementer eos etiam reformidans ne quid de se asperum scriberent.» Lamprid. Alex. Sev. 3.
[145]. Spartian. Antonin. Geta 5.
[146]. «hic enim vita venerabilis, cum Platone semper, cum Aristotele, cum Tullio, cum Vergilio ceterisque veteribus agens etc.» Capitolin. Gordian. 7.
[147]. Vopisc. Numerian. 13.
[148]. «omnem pueritiam in Africa transegit, eruditus litteris graecis et latinis mediocriter, quod esset animi iam inde militaris et superbi. Fertur in scholis saepissime cantasse inter puerulos: arma amens capio nec sat rationis in armis (Aen. II, 314).» Capitolin. Clod. Alb. 5.
[149]. «cantabat praeterea versus senex, cum Gordianum filium vidisset, hos saepissime: ostendent terris hunc tantum fata etc. (Aen. VI, 869 sg.).» Capitolin. Gord. iun. 20.
[150]. «si te nulla movent etc.» (Aen. IV, 274 sgg.) Lamprid. Ant. Diadum. 8.
[151]. «versus denique illius fertur, quem statim ad Aurelianum scripserat: «eripe me bis invicte malis» (Aen. VI, 365) Treb. Poll. Trig. tyrann. 24.
[152]. δύο ἄνδρας τῶν ἐπιφανῶν ἀπέκτεινεν Ἰούλιον Κρίσπον χιλιαρχοῦντα τῶν δορυφόρων, ὄτι ἀχθεσθεὶς τῆ τοῦ πολέμου κακώσει ἔπος τι τοῦ Μάρωνος τοῦ ποιητοῦ παρεφθέγξατο, ἐν ᾧ κτλ. (Aen. XI, 371 sg.). Dion. Cass., 75, 10.
[153]. «egregius forma iuvenis, dignus cui pater haud Maxentius esset» (Aen. VI, 862; XII, 275); Capitolin. Opil. Macrin. 12.
[154]. «et tu legisti «incanaque menta regis romani» (Aen. VI, 809) dixerunt decies.» Vopisc. Tacit. 5.
[155]. La più antica raccolta di Centoni virgiliani trovasi nel famoso Codice Salmasiano che è il primo nucleo dell'Antologia latina e risale all'VIII secolo, almeno. Ne contiene dodici di vari autori e di varie età, fra i quali anche la Medea di Osidio Geta. Uno solo fra questi è di argomento cristiano; esso non fu pubblicato nè dal Burmanno nè dal Meyer nelle loro edizioni dell'Antologia latina; lo pose in luce il Suringar (De ecclesia, anonymi cento virgilianus ineditus. Traiect. ad Rh. 1867), ed ha trovato accoglienza nell'Anthologia latina del Riese (Leipz. 1869, I, p. 44).
Sui centoni in generale e sui virgiliani in particolare veggansi Haselberg, Commentat. de centonibus, Puttbus 1846; Borgen De centonibus homericis et virgilianis, Havniae 1826; Revue analytique des ouvrages écrits en centons depuis les temps anciens jusqu'au XIX siècle, par un bibliophile belge (Delepierre), Londres (Trübner) 1868. Tableau de la littérature du centon chez les anciens et les modernes (dello stesso). Lond. 1875. Müller, De re metr. p. 465 sg.; Milberg, Memorabilia virgiliana p. 5-12.
[156]. Notevole da questo aspetto è la Ciris attribuita a Virgilio stesso, la quale se non è del tutto un centone virgiliano, è pur quasi tale.
[157]. Cfr. Aschbach, Die Anicier und die römische Dichterin Proba (Wien 1870) p. 57 sgg.
[158]. Pubblicato da Bursian in Sitzungsber d. Münch. Ak. 1878, 2, 29.
[159]. Tanta era la voga di questi centoni cristiani, che papa Gelasio nella sua nota dei libri canonici credette necessario dichiarare che quelli erano apocrifi. «Centimetrum de Christo, Vergilianis compaginatum versibus, apocryphum.» Decret. Gelas. Pap. (ann. 494) ap. Larbé, IV, 1264.
[160]. Ausonio però se ne scusa nella lettera con cui manda il suo centone all'amico suo Paolo: «Piget vergiliani carminis dignitatem tam ioculari dehonestasse materia. Sed quid facerem? iussum erat; quodque est potentissimum imperandi genus, rogabat qui iubere poterat, S. imperator Valentinianus, vir meo iudicio eruditus.»
[161]. Un'antica iscrizione romana dice: Silvano coelesti |Q. Glitius Felix| Vergilianus poeta d. d.; Orelli-Henzen n.º 1179. In una iscrizione greca di Egitto leggesi un centone omerico, di cui l'autore chiamasi «poeta omerico.» Ved. Letronne, Inscript. de l'Egypt. II, p. 397.
[162]. Trovasi anch'esso nel Codice Salmasiano e lo ha pubblicato per primo il Quicherat in Bibl. de l'école des chartes, II, p. 132. Il Suringar che lo ha ripubblicato, credendolo inedito, dopo il De ecclesia (p. 15), non ha indovinato nè il nome dell'autore, nè il tema. Non così il Riese che per primo lo ha collocato nella Anthologia latina, I, p. 48.
[163]. Historia critica scholiastarum latinorum (Lugd. Bat. 1834) vol. II. Parecchi scritti speciali sono poi venuti a luce su taluni dei commentatori virgiliani, di Wagner, Teuber, Riese ed altri. Un lavoro critico di riassunto si ha oggi nei Prolegomeni di Ribbeck (p. 114-198), al quale però è indispensabile aggiungere quanto offre l'importante lavoro di Hagen, Scholia Bernensia ad Vergili Bucolica et Georgica. Lips. 1867, p. 696 sgg.
[164]. Ribbeck (Prolegg. p. 179) dice che si sa soltanto di un commento di Elio Donato alle Georgiche e all'Eneide, non alle Bucoliche. Ma egli ha torto. La biografia virgiliana, oggi superstite col nome di Donato, era premessa appunto al commento alle Bucoliche, e seguita quindi da notizie generali su queste che possediamo tuttora. Cfr. Hagen, Scholl. bern. p. 740 sgg.
[165]. «puto quod puer legeris Aspri in Vergilium et Sallustium commentarios, Vulcati in orationes Ciceronis, Victorini in dialogos eius et in Terenti comoedias praeceptoris mei Donati, aeque in Vergilium,» Hieronym. Apol. adv. Rufin. I, p. 367.
[166]. Veggansi i luoghi di Servio relativi a Donato riuniti da Suringar, op. cit. p. 37 sgg., e quanto osserva Ribbeck, Prolegomm. p. 178 sgg.
[167]. Serv. prooem. eclog. p. 97; cf. anche un testo latino pubblicato da Quicherat in Bibl. de l'école des chartes II, p. 128.
[168]. Molto giovevole per tale studio riesce oggi l'edizione critica di Servio ed anche di altri commentatori virgiliani intrapresa da Thilo ed Hagen (Leipz. 1878 sgg.). Cfr. Georgii, Die alte Aeneiskritik, Stuttg. 1891, p. 9 sgg.
[169]. «ut Servius dicit» ad Ecl. I, 12; III, 20; IX, 1.
[170]. Cfr. Lauer, Gesch. der homer. Poesie p. 6 sg.; Gräfenhan, Gesch. d. class. Philologie im Alterth. II, p. 11 sg. Sugli ἐνστατικοί e i λυτικοί veggasi anche Lehrs, De Aristarchi studiis homericis p. 199-224.
[171]. Svet. Tiber. 70; cfr. Gell. XIV, 6; Lauer op. cit. p. 11.
[172]. «cur» ovvero «quomodo dixit:...? Solvitur sic:...» Ad Aen. III, 203, 276, 341, 379; IV, 399, 545 ecc. ecc.
«.......... ut forte rogatus,
Dum petit aut thermas aut Phoebi balnea, dicat
Nutricem Anchisae, nomen patriamque novercae
Anchemoli, dicat quot Acestes vixerit annis
Quot Siculi Phrygibus vini donaverit urnas.»
Iuvenal. VII, 231 sgg.
[174]. «sciendum est locum hunc esse unum de XII (al. XIII) Vergili sive per naturam obscuris, sive insolubilibus, sive emendandis, sive sic relictis ut a nobis per historiae antiquae ignorantiam liquide non intelligantur.» Serv. Ad Aen. IX, 363 «sciendum tamen et locum hunc esse unum de his, quos insolubiles diximus supra» id. ad IX, 412; cf. anche ad XII, 74; V, 622. Lehrs, de Aristarchi stud. hom. p. 219 sg.; Ribbeck, Prolegomm. p. 109 sgg. A questa categoria appartengono anche le antapodosis (quibus locis commemorantur quae non sunt ante praedicta) delle quali una è notata nel IX dell'Eneide v. 453 da Servio, come la decima. Cf. Ribbeck, Prolegomm. p. 108 sg.
[175]. «Ergo per ramum virtutes dicit esse sectandas, qui est y litterae imitatio, quem ideo in silvis dicit latere, quia re vera in huius vitae confusione et maiore parte vitiorum virtutis integritas latet.» Serv. Ad Aen. VI, 136. Per questa osservazione trovansi, nelle più antiche edizioni di Virgilio, attribuiti a questo poeta i versi di Massimino sul valore simbolico della lettera Y (Anthol. lat. n.º 632, ed. Riese):
«Littera Pytagorae, discrimine secta bicorni,
Humanae vitae specimen praeferre videtur» etc.
[176]. «Refutandae enim sunt allegoriae in bucolico carmine, nisi cum ex aliqua agrorum perditorum necessitate descendunt» ad Ecl. III, 20.
[177]. Cfr. Schaper, Ueber die Entstehungszeit der Virgilischen Eclogen, in Jahrbb. f. Philolog. u. Paedag. vol. 90 (1864) p. 640 sgg.
[178]. Suringar, Hist. crit. scholiastt. latinn. II, p. 79. L'ediz. di Lion, però invece di «Arbusta, fruteta idest scholastici» offre «Arbusta, fructeta scholastici vocabant.».
[179]. Ad Georg. I, 230. Non mancano espressioni d'ammirazione, come: «unde apparet divinum poetam aliud agentem verum semper attingere» ad Aen. III, 349.
[180]. «.... melius existimans loquacitate quadam te facere doctiorem, quam tenebrosae brevitatis vitio in erroribus linquere» Praef.
[181]. «Si Maronis carmina competenter attenderis et eorum mentem commode comprehenderis, invenies in poeta rhetorem summum; atque inde intelliges Vergilium non grammaticos sed oratores praecipuos tradere debuisse.» Praef.
[182]. Lo leggo in una edizione di Virgilio di Venezia (Giunti) 1544. Un'altra ve n'ha di Napoli 1535 ed una di Basilea (per cura di G. Fabricio) 1561. Il Crinito nel 1496 faceva alcuni estratti da un codice fiorentino di questo commento, ma con poca sua soddisfazione: «videtur opera ludi, non enim omnino doctus hic.... Donatus.» Cfr. Mommsen in Rhein. Museum. N. F. XVI, p. 139 sg. Valmaggi in Riv. d. filol. cl. XIV (1886) p. 31 sgg. Burckas, De Tib. Cl. Donati in Aen. comment. Iena 1888.
[183]. «... inveniemus Vergilium id esse professum ut gesta Aeneae percurreret, non ut aliquam scientiae interioris vel philosophiae partem quasi assertor assumeret» Praef. (Cfr. anche il principio della Pref., quanto allo scopo dell'Eneide).
[184]. «Interea hoc quoque mirandum debet adverti, sic Aeneae laudem esse dispositam ut in ipsa exquisita arte omnia materiarum genera convenirent, quo fit ut Vergiliani carminis lector rhetoricis praeceptis instrui possit, et omnia vivendi agendique officia reperire». Praef.
[185]. Cfr. Quintil. II, 21.
[186]. Cfr. Hagen, Scholia Bernensia, p. 733, 984.
[187]. Rhetores latini minores, ed. Halm, p. 38 sgg.
[188]. Cfr. Haupt, in Hermes III. p. 223.
[189]. «et Titianus et Calvus qui themata omnia de Vergilio elicuerunt et adformarunt ad dicendi usum, in exemplo controversiarum has duas posuerunt allocutiones, Venerem agere statu absolutivo cum dicit Iunoni «causa fuisti periculorum his quibus Italiani fata concesserunt», Junonem vero niti statu causativo et relativo, per quem ostendit non sua causa Troianos laborare, sed Veneris.» Serv. ad Aen. X, 18. Nello stesso secolo il medesimo uso di trarre temi da Virgilio era seguìto nelle scuole dei retori d'Africa come rileviamo da Agostino, Confession. I, 17.
[190]. «Qui in Vergilium scripsit declamationes de hoc loco hoc ait, etc.» Serv. ad Aen. X, 532. Abbiamo in prosa la declamazione di Ennodio «Verba Didonis cum abeuntem videret Aeneam» sul tema Aen. IV, 365 sgg. (Dictio XXVIII). Delle declamazioni in versi parleremo più tardi.
[191]. Cfr. Ribbeck, Prolegg. p. 186 sg.
[192]. «Post apicem divinitatis ego illa sum quae vel commendo si sint facta vel facio....; nos regna regimus et imperantes salubria iubemus.... Ante scipiones et trabeas est pomposa recitatio..... Poetica, iuris peritia, dialectica, arithmetica cum me utantur quasi genitrice, me tamen asserente sunt pretio.» Questo dice la retorica presso Ennodio, Opusc. VI.
[193]. All'uso di Virgilio nelle scuole in quest'epoca, e più tardi, oltre a Macrobio, allude anche Orosio (I, c. 18): «Aeneas qualia per triennium bella excitaverit, quantos populos implicuerit, odio excidioque afflixerit, ludi literari disciplina nostrae quoque memoriae inustum est»; ed anche, in modo più prossimo al punto di vista di Macrobio, Fulgenzio il quale parlando di Virgilio dice: «sed illa tantum quaerimus levia quae mensualibus stipendis grammatici distrahunt puerilibus auscultationibus.» De Verg. contin. p. 742; «si me scholarum praeteritarum non fallit memoria» ib. p. 748 «Unde et infantibus, quibus haec nostra (Vergili) materia traditur, isti sunt ordines consequendi» ib. p. 747. Nel quarto secolo, come rileviamo da Ausonio, Virgilio ed Omero erano letti nelle scuole come al tempo di Quintiliano, e con essi Menandro, Terenzio, Orazio, Sallustio. Idyll. 4, 46 sgg. Un grammatico è detto da Ausonio (Epigr. 135) «arma virumque docens atque arma virumque peritus»; Sidonio Apollinare (V sec.) nel carme panegirico in onore di Antemio, pone Virgilio come primo fra gli autori latini studiati da costui, e dopo di esso Cicerone, Livio, Sallustio, Varrone, Plauto, Quintiliano, Tacito; Carm. II, v. 184 sgg.
[194]. «nullius disciplinae expers.» In somm. Scip. I, 6, 44; «disciplinarum omnium peritissimus» ib. I, 15, 12; «omnium disciplinarum peritus» Sat. I, 16, 12.
[195]. «quem nullius unquam disciplinae error involvit» in S. Scip. II, 8, 1; «manifestum est omnibus quid Maro dixerit, quem constat erroris ignarum: erit enim ingeni singulorum invenire, quid possit amplius pro absolvenda hac quaestione conferri» in S. Scip. II, 8, 8.
[196]. Sat. I, 25, 12 sgg.
[197]. «Conrugato indicavere vultu plerique de considentibus Evangeli interventum otio suo inamoenum, minusque placido conventui congruentem. Erat enim amarulenta dicacitate et lingua proterve mordaci procax, ac securus offensarum, quas sine delectu cari vel non amici in se passim verbis odia serentibus provocabat.» Sat. I, 7, 2.
[198]. «cumque adhuc dicentem omnes exhorruissent.» Sat. I, 24, 8.
[199]. «Unde enim veneto rusticis parentibus, inter sylvas et frutices educto, vel levis graecarum notitia literarum?» Sat. V, 2, 4.
[200]. «Qui enim moriens poema suum legavit igni, quid nisi famae suae, posteritati subtrahendo curavit? Nec immerito; erubuit quippe de se futura iudicia, si legeretur petitio Deae precantis filio arma a marito cui soli nupserat, nec ex eo prolem suscepisse se noverat, vel si mille alia multum pudenda, seu verbis modo graecis modo barbaris, seu in ipsa dispositione operis deprehenderentur» Sat. I, 25, 6, 7.
[201]. In S. Scip. I, 6, 44. Il tenore di questa parte dell'opera si rileva dalle parole con cui se ne parla nel primo libro: «de astrologia totaque philosophia, quam parcus et sobrius operi suo, nusquam reprehendendus aspersit» Sat. I, 24, 18.
[202]. La dottrina di Virgilio in cose greche è definita da Eustazio colla seguente iperbole: «Cave, Evangele, graecorum quemquam, vel de summis auctoribus, tantam graecae doctrinae hausisse copiam credas quantam sollertia Maronis vel adsecuta est, vel in suo opere digessit.» Sat. V, 2, 2.
[203]. Altri oggi pensa che Macrobio non adoperasse il commento di Servio, ma piuttosto il testo di Servio fosse poi interpolato con notizie desunte da Macrobio; ved. Wissowa, De Macrobii fontibus. Bresl. 1880, p 55.
[204]. Lo dice egli stesso schiettamente nella prefazione (49: «nec mihi vitio vertas si res quas ex lectione varia mutuabor, ipsis saepe verbis quibus ab ipsis auctoribus enarratae sunt explicabo.... et boni consulas oportet si notitiam vetustatis, modo nostris non obscure, modo ipsis antiquorum fideliter verbis recognoscas.»
[205]. «et quia nou est erubescendum Vergilio si minorem se Homero vel ipse fateatur, dicam in quibus mihi visus est gracilior auctore.» V, 13, 1.
[206]. «Cui etiam gratia hoc nomine est habenda, quod nonnulla ab illis in opus suum quod aeterno mansurum est, transferendo, fecit ne omnino memoria veterum deleretur: quos, sicut praesens sensus ostendit, non solum neglectui, verum etiam risui habere iam coepimus. Denique et iudicio transferendi et modo imitandi consecutus est ut quod apud illum legerimus alienum, aut illius esse malimus aut melius hic quam ubi natum est sonare miremur.» Sat. VI, 1, 5, 6.
[207]. «nam qualiter eloquentia Maronis ad omnium mores integra est, nunc brevis, nunc copiosa, nunc sicca, nunc florida, nunc simul omnia, interdum levis aut torrens; sic terra ipsa hic laeta segetibus et pratis, ibi silvis et rupibus hispida, hic sicca arenis, hic irrigua fontibus, pars vasta aperitur mari. Ignoscite nec nimium me vocetis qui naturae rerum Vergilium comparavi. Intra ipsum enim mihi visum est si dicerem decem oratorum, qui apud Athenas atticas floruerunt, stilos inter se diversos hunc unum permiscuisse.» V, 1, 19, 20.
[208]. Tale, quantunque cristiano, mostrasi tuttavia nei suoi scritti anche Prisciano, almeno quanto alla scelta delle autorità; ben diverso in ciò dal poco posteriore Isidoro.
[209]. Cfr. Keil., Grammat. lat. II, p. IX sg.; XXIX sgg.; IV p. XXXV sgg.
[210]. Un saggio ne offre il suo discepolo Eutyche, assai adoperato nel medio evo: «de quibus omnibus terminationibus et traductionibus quia romanae lumen facundiae, meus, immo communis omnium hominum praeceptor in quarto de nomine libro summa cum subtilitate disseruisse cognoscitur» etc. Euthychis Ars de verbo, ap. Keil, Gramm. lat. V, 456. Cfr. Thurot, in Notices et extraits t. XXII, p. 63.
[211]. Gli esempi nell'Ars maior di Donato ascendono appena ad un centinaio, dei quali quasi ottanta sono di Virgilio. Prisciano nell'assieme dei vari suoi scritti, molto più estesi e dotti che quei di Donato, offre un grandissimo numero di citazioni. L'autore più frequentemente adoperato è Virgilio, il quale è citato più di 1200 volte; non raggiungono la metà di questo numero le citazioni di Terenzio, che è il più frequentemente adoperato dopo Virgilio; poi vengono Cicerone e Plauto; poi Orazio e Lucano; poi Giovenale e dopo di lui Sallustio, Stazio ed Ovidio; quindi Lucrezio, Persio etc.
[212]. Partitiones XII versuum Aeneidos principalium, ap. Keil, Grammat. lat. III, 459-515.
[213]. «Quod ita elegantius auctore (Apollonio Rhodio) digessit ut fabula lascivientis Didonis, quam falsam novit universitas, per tot tamen saecula speciem veritatis obtineat et ita pro vero per ora omnium volitet, ut pictores fictoresque et qui figmentis liciorum contextus imitantur effigies hac materia vel maxime in efficiendis simulacris tamquam unico argumento decoris utantur, nec minus histrionum perpetuis et gestibus et cantibus celebretur» Macrob. Sat. V, 17, 5. «Quod Maro Phoenissae cantatur et Naso Corinnae» Victorin. Ep. ad Salm. 73. Cfr. Auson. Epigr. 118. Al Cupido cruci affixus di Ausonio serve di tema una pittura murale che nel triclinio di una casa di Treviri rappresentava i lugentas campi del VI dell'Eneide.
«Aut Maro Traiano lectus in urbe foro»
Venant. Fort. VI, 8, 26.
«Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu
Audit Traiano Roma verenda foro.»
Id. III, 20, 7.
[215]. Cf. V. Labbe, Biblioth. nova mss. I, p. 688.
«In tantum prisci defluxit fama Maronis,
Ut te Vergilium saecula nostra darent.
Si fatuo dabitur tam sanctum nomen homullo
Gloria maiorum curret in opprobrium» etc.
Ennod. Carm. II, 118 sgg.
Si è creduto a torto da taluno che qui si tratti del Virgilio grammatico, di cui parleremo a suo luogo. Molti ebbero o presero il nome di Virgilio nella decadenza e nel medio evo. Cfr. Ozanam, La civilisat. chrét. chez les Francs, p. 426.
[217]. Ved. su questo cod. Ribbeck, Prolegg. p. 209 sgg.
[218]. «Si mihi nunc altius evagari poetico liceret eloquio, totum de novo saeculo Maronis excursum, vati similis, in tuum nomen excriberem. Dicerem de coelo redisse iustitiam etc. etc.» Symm. Laud. in Gratian aug., 8, ed. Mai p. 27.
[219]. Cfr. Am. Thierry, Saint Jérome, II, p. 191 sgg.
[220]. Nel carme panegirico in onore di Avito, Sidonio Apollinare fa dire al re dei Goti (v. 495 sgg.):
«mihi Romula dudum
Per te iura placent; parvumque ediscere iussit
Ad tua verba pater, docili quo prisca Maronis
Carmine molliret scythicos mihi pagina mores.»
[221]. «Sicuti cum poetam dicimus nec addimus nomen subauditur apud Graecos egregius Homerus, apud nos Vergilius.» Iustin. Institution. § 2; «.... et apud Homerum, patrem omnis virtutis.» id. in fin. prooem. Digest. Cfr. Cassiodor. De artibus etc. 559 (1151 Migne) «ut poeta dictus intelligitur Virgilius, orator enuntiatus advertitur Cicero.»
[222]. Cfr. Ritschl, Quaestiones Varronianae, Bonn, 1845; Mercklin, in Philologus XIII, p. 736 sgg. Jahn, Ueber die röm. Encyklopädien, in Berichte d. sächs. Gesell. d. Wiss. 1850, p. 263 sgg.
[223]. Cassiodor. Variarum, lib. IX, c. 21.
[224]. «De operibus Vergili, legis Theodosianae libris, arteque calculi adprime eruditus est.» Gregor Turon. IV, 47.
[225]. «Grammaticorum imbutus initiis, nec non Theodosi edoctus decretis», ap. Mabillon, Act. S. III, p. I, p. 90.
[226]. «Et si aliquis de Aquitanis parum didicerit grammaticam, mox putat se esse Vergilium». Ademar. Epist. (XI sec.) ap. Mabillon, Annales ord. S. Bened. IV, 725; Giesebrecht, De litterar. studd. etc. p. 18.
[227]. Questa mania di compendiare arriva fino a fabbricare grammatiche da viaggio. Tale si vanta di essere quella di Foca (V. sec.) come dicono i versi del preambolo:
«Te longinqua petens comitem sibi ferre viator
Ne dubitet parvo pondere multa vehens.»
Ars Phocae grammatici de nomine et verbo, ap. Keil, Gramm. lat. V, p. 410.
[228]. Veggasi l'importante lavoro del Thurot, Notices et extraits de divers manuscrits pour servir à l'histoire des doctrines grammaticales au moyen age. Paris, 1868 (è il 22.º volume delle Notices et extraits des manuscrits de la bibl. imp.).
[229]. Nella leggenda di Carlo Magno è detto che: «premièrement first Karlemaine paindre dans son palais gramaire qui est mère de tous les ars.» Nella Image du monde a questa prevalenza della grammatica è assegnata la mistica ragione che la grammatica è la scienza della parola, e colla parola Iddio creò il mondo.
«Par parole fist Dex le monde
Et tous les biens qui ens habunde.»
Ved. Jubinal, Oeuvres complètes de Ruteboeuf, II, p. 417.
[230]. Lo scopo dei nostro scritto non ci chiama ad occuparci che dell'occidente; perciò lasceremo da parte quanto ci sarebbe da dire sugli studi classici nei paesi di cultura greca e nella chiesa orientale. Ci basti notare di volo che la somma è presso a poco quella stessa che risulterà dal nostro studio sull'occidente, salvo questo, che la chiesa orientale si mostra in ciò, come in più altre cose, più illuminata e più tollerante della chiesa latina. È notissima la omilia di Basilio sulla lettura dei libri de' gentili.
[231]. ἄτοπον μὲν οἶμαι τοὺς ἐξηγουμένους τὰ τούτων ἀτιμάζειν τοὺς ὑπ’ αὐτῶν τιμηθέντας θεούς. Iulian. Epist. 42, p. 412. Il divieto portava che i cristiani non potessero essere maestri di grammatica e di retorica (Ammian. Marcell. XXII, 10, 7; Joh. Chrysost. II, p. 579, etc.), quindi naturalmente che non frequentassero queste scuole, poichè a pagani non avrebbero affidato i loro figli. Cf. Lasaulx, Der Untergang des Hellenismus p. 65; Kellner, Hellenismus und Christentum (Köln, 1866) p. 226 sg.
[232]. Fra i più notevoli giovi rammentare Isidoro.-Smaragdo (IX sec.) trae anch'egli esempi dalla vulgata (Cfr. Thurot, op. cit. p. 63), e dice di farlo espressamente: «... quem libellum non Maronis aut Ciceronis vel etiam aliorum paganorum auctoritate fulcivi, sed divinarum scripturarum sententiis adornavi, ut lectorem meum iocundo pariter artium et iocundo scripturarum poculo propinarem, ut grammaticae artis ingenium et scripturarum pariter valeat comprehendere sensum.» Smaragd. Prolog. tractat. in part. Donat. ap. Keil, De quibusdam grammaticis latinis infimae aetatis (Erlangen, 1868) p. 20. Anche in fatto di retorica ebbe luogo un simile procedimento. Beda l'adotta di proposito nel suo De schematibus et tropis: «Sed ut cognoscas, dilectissime fili, cognoscant omnes qui haec legere voluerint, quia sancta scriptura ceteris scripturis omnibus non solum auctoritate quia divina est, vel utilitate quia ad vitam ducit aeternam, sed et antiquitate et ipsa praeeminet positione dicendi, placuit mihi collectis de ipsa exemplis ostendere, quia nihil huiusmodi schematum sive troporum valent praetendere saecularis eloquentiae magistri, quod non illa praecesserit» ap. Halm, Rhett. latt. minores p. 607.
[233]. Come autorità canonica non si possono considerare le Costituzioni degli apostoli, apocrife, quantunque assai antiche. In queste norme nelle quali spira l'aura semplice del primitivo cristianesimo, la lettura dei libri de' gentili viene sconsigliata, rimandando alla Bibbia come ad una specie di enciclopedia nella quale tutto quanto in quelli è di buono si ritrova. (Constitut. apostolor. I, c. 4).
Nel IV Concilio Cartaginese (V sec.) trovasi (cap. XVI): «Ut episcopi libros gentilium non legant, haereticorum autem pro necessitate et tempore» e Isidoro nel Liber sententiarum (III, cap. 13) dice: «prohibetur christianis figmenta legere poetarum» e ne dichiara a lungo le ragioni. È chiaro però che tutto questo non va inteso alla lettera, ed ha valore piuttosto di consiglio o di avvertimento diretto a moderare, che di una legge diretta a proibire affatto lo studio degli autori antichi. Sanzione non ne viene stabilita alcuna, e tutto è rimesso alle coscienze. Isidoro stesso prova coll'esempio de' suoi lavori com'egli intendesse quel ch'ei scriveva in quel capitolo del Lib. sent.
Il luogo d'Isidoro e il canone del Concilio cartaginese trovansi ripetuti nella raccolta dei canoni di Graziano, dist. 37. Veggasi la nota del Berardi, I, 193 sgg. Numerosi luoghi di padri greci e latini che lodano questi studi, d'altri che li disapprovano, d'altri che li ammettono con certe cautele, trovansi nella nota alle Costituzioni degli apostoli in Patr. temp. apostolic. ed. Cotelerius, I, p. 204. Cfr. anche Loaise ed Arevalo ad Isid. lib. sent. III, e. 13; Gazarus ad Cassian. Coll. XIV, c. 12.
[234]. Comm. in Michaeam, Op. VI, 518.
[235]. «Vergilium pueri legunt ut poeta magnus omniumque praeclarissimus atque optimus teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri.» De civ. Dei, lib. I, cap. 3. In questo passo, citato da molti di seconda mano, si è cambiato legunt in legant; perciò anche il diligente Roth ne ha parlato come di una esortazione a leggere Virgilio. Il testo ha legunt, ed una esortazione siffatta là dove quel passo ricorre, sarebbe fuor di luogo.
[236]. Germanus: «.... speciale impedimentum salutis accedit pro illa quam tenuiter videor attigisse notitia litterarum, in qua me ita vel instantia paedagogi, vel continuae lectionis maceravi intentio, ut nunc mens poeticis velut infecta carminibus, illas fabularum nugas historiasque bellorum quibus a parvulo primis studiorum imbuta est rudimentis, orationis etiam tempore meditetur, psallentique vel pro peccatorum indulgentia supplicanti, aut impudens poematum memoria suggeratur, aut quasi bellantium heroum ante oculos imago versetur, taliumque me phantasmatum imaginatio semper eludens, ita mentem meam ad supernos intuitus aspirare non patitur ut quotidianis fletibus non possit expelli.»
Nosteros: «De hac ipsa re unde tibi purgationis nascitur desperatio citum satis atque efficax remedium poterit oboriri, si eamdem diligentiam atque instantiam quam te in illis saecularibus studiis habuisse dixisti, ad spiritalium scripturarum volueris lectionem meditationemque transferre. Necesse est enim» etc. Cassian. Coll. XIV, cap. 12, 13.
[237]. Comm. in Ezechiel. c. 40.
[238]. Epist. ad Eustochium, Op. I, 112.
[239]. «Maronem suum comicosque ac lyricos et historicos auctores traditis sibi ad discendum Dei timorem puerulis exponebat; scilicet ut praeceptor fieret auctorum gentilium» Rufin. Apol. II ap. Hieron. p. 420. Cf. Am. Thierry, Saint Jérome I, p. 314,
[240]. «qui inter matronarum cathedras codices erant, stylus his religiosus inveniebatur; qui vero per subsellia patrumfamilias, hi cothurno latialis eloqui nobilitabantur. Licet quaepiam volumina quorundam autorum servarent in causis disparibus dicendi paralitatem. Nam similis scientiae viri, hinc Augustinus, hinc Varro, hinc Horatius, hinc Prudentius, lectitabantur» Sidon. Epist. I, 9. Da questo però all'idea del sig. Chaix (Sidoine Apollinaire, Paris 1867) e di altri moderni cattolici, che la Chiesa fosse sempre grande protettrice dell'antica cultura, c'è una bella distanza. Cfr. Kaufmann, in Gött. gel. Anz. 1868, p. 1009 sg.
Virgilio grammatico (ap. Mai, Class. auctores V, p. 5) parla dell'uso stabilito dalla Chiesa di tener separati in due biblioteche distinte gli scrittori cristiani e i pagani: «hocce subtilissime statuerunt ut duobus librariis compositis, una fidelium philosophorum libros, altera gentilium scripta contineret.» Noi non prendiamo quest'asserzione di quel bizzarro scrittore così sul serio come vuol farlo Ozanam (La civilisat. chrét. chez les Francs, p. 434 sg.). Che non mancasse chi così dividesse i libri può credersi facilmente, e ne abbiamo esempio nel luogo di Sidonio sopra citato; nulla però prova che la Chiesa ciò imponesse, ed anzi nei numerosi cataloghi di biblioteche medievali a noi giunti, scrittori cristiani e pagani trovansi per lo più annoverati promiscuamente.
[241]. Divin. lectionn. cap. 28.
[242]. In un compendio inedito delle Istituzioni di Quintiliano fatto da Stefano di Rouen (XII sec.), di cui trovasi un esemplare ms. nella bibl. imp. di Parigi, l'autore scusa in questa guisa la propria intrapresa: «.... Hoc pariter notandum quod ecclesiae doctores gentilium libros non incognitos habebant... Probat hoc et beatus Augustinus qui de disciplinis liberalibus libros singulos edidit... Beatus etiam Ambrosius cuiusdam philosophi epistulam in quadam sua epistula integram ponit. Origenes vero philosophorum libros adolescentibus summopere ediscendos praecipiebat, dicens eorum ingenia in divinis scripturis capaciora et tenaciora fore cum horum subtilitates et ingeniorum acumina animo perceperint. Quod Iulianus augustus, magnus equidem philosophus, sed errore maior, considerans, postquam a fide discessit, edicto publicato prohibuit ne christianorum filii artem oratoriam addiscerent, quod quanto in eloquentiae studiis edocti forent tanto in christiana fide ac religione, ut in revincendis gentilium, quos sequebatur, erroribus acutiores ac disertiores existerent; simul dicens hostes adversariorum armis non armandos. Karoli etiam magni magister Alcuinus de hac arte dialogum sub proprio Karoli nomine conscripsit, etc. etc.»
[243]. «Pro signo libri scholaris quem aliquis paganus composuit, praemisso signo generali libri, adde ut aurem digito tangas, sicut canis cum pede pruriens solet; quia non immerito infidelis tali animanti comparatur.» Bernard. Ordo cluniacens. in Vetus disciplina monast. p. 172 (Zappert, Virgil's Fortleben im Mittelalter, p. 31).
[244]. «Gentilium autem libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat.» Holst. Cod. regul. monast. p. 124; cfr. Heeren, Gesch. der class. Litt. im Mittelalter, I, p. 70; Le Clerc in Hist. litt. de la France, XXIV, p. 282. Cfr. Specht, Gesch. d. Unterrichtswesens in Deutschland, Stuttg. 1885, p. 40 sgg. (Das Mönchthum u. d. prof. Studien).
[245]. Le moderne scoperte di scritti classici ricavati da palimpsesti hanno fatto pensare e scrivere a parecchi uomini poco informati di queste materie, che sistematicamente, per odio contro le lettere pagane, i monaci cancellassero dalle pergamene le opere degli antichi scrittori pagani, sostituendovi scritti d'argomento sacro. Questo è un grosso errore. Molto frequentemente gli scritti cancellati sono scritti cristiani, opere di padri ed anche i sacri testi; anzi talvolta trovansi scritti profani sostituiti a scritti sacri; così, p. es., in un palimpsesto vedesi cancellato il testo di S. Paolo e sostituita a questo l'Iliade. Pur troppo (lo so per esperienza) assai spesso i palimpsesti tradiscono così le speranze dello studioso, che ci si affatica sopra aspettandone qualche grande scoperta di letteratura classica! Chi intorno a ciò desidera informazioni più estese, può consultare oltre allo scritto speciale di Mone, De libris Palimpsestis, Carlsr. 1855, il libro di Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter (Leipz. 1871) p. 174 sg.
[246]. In un MS. d'Ovidio che trovasi nella Biblioteca di Zurigo, nel verso «hoc est quod pueri tangar amore minus» (Ars Am. III 683) il minus è stato cambiato in nihil, ed una nota in margine dice: «ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita.» Cfr. L. Müller in Jahrbücher für Philol. u. Paedag. 1866, p. 395. Nel noto codice parigino di Excerpta (Notre Dame, 188) molti versi sono così accomodati; così il verso di Tibullo (I, 1, 25) «Iam modo non possum contentus vivere parvo» ivi diviene «Quippe ego iam possum contentus vivere parvo» e in un altro dello stesso autore (I, 2, 89) «lusisset amores» è cambiato in «dampnasset amores.» Cfr. per altri esempi Wölfflin in Philologus XXVII, (1867) p. 154.
[247]. Uno, fra i greci, a cui più spesso ne tocca è Luciano, a cui i copisti bizantini di frequente regalano, in margine, degli improperi come: ὦ κάκιστε ἀνθρώπων, ὦ μιαρώτατε e simili. Cfr. L. Müller in Jahrb. f. Philol. u. Paedag. 1866, p. 395.
[248]. «... nam et graeci (lyrici) multa licenter, et Horatium nolim in quibusdam interpretari.» Quintil. I, 8, 6.
[249]. In un MS. d'Orazio di Montpellier l'ode a Fillide «Est mihi nonum superantis annum» etc. (IV, 11) è accompagnata da una notazione musicale in cui è stata riconosciuta la melodia del famoso inno sacro «Ut queant laxis Resonare fibris» etc. Cfr. Libri, Cat. génér. des MSS. des bibl. publ, des départ. I, p. 454 sg; Nisard, archives des miss. scient. et litt. 1851, P. 98 Sgg.; Baiter, Horat. II, p. 915 sgg.; Jahn. in Hermes II, p. 419.
[250]. «et volo quatenus ut fiat quantum potes satagas, et praecipue de Vergilio et aliis auctoribus quos a me non legisti; exceptis his in quibus aliqua turpitudo sonat.» Anselm. op. 351. E così ben molti altri. In un'antica poesia intitolata Ad pueros leggesi:
«Pervigil oro legas cecinit quod musa Maronis,
Quaeque Sophia docet, optime, carpe, puer.»
Ved. Amador de los Rios, Hist. crit. de la litt. Españ. II, pp. 238, 339.
[251]. «... satius est ut apprime sis, et in Virgiliana lectione, ut optime potes, proficias.» Lup. Ferrar. Epist. 7.
[252]. Epist. 103. Veggansi anche le epist. 1, 5, 8, 16, 37, 62, 104 colle quali chiede o manda codici di Cicerone, Gellio, Servio, Macrobio, Boezio, Cesare, Quintiliano, Sallustio. La sua corrispondenza giustifica quel ch'ei dice di sè stesso ad Einhardo (Ep. I): «Amor literarum ab ipso fere initio pueritiae mihi est innatus, nec earum, ut nunc a plerisque vocantur, superstitiosa otia fastidio sunt. Et nisi intercessisset inopia praeceptorum, et longo situ collapsa priorum studia pene interissent, largiente Domino, meae aviditati satisfacere forsitan potuissem.»
[253]. «Non enim oportet fallaces commemorare fabulas, neque philosophorum inimicam Deo sapientiam sequi, ne in iudicium aeternae mortis Domino discernente cadamus... Non ego Saturni fugam, non Iunonis iram, non Iovis stupra, non Neptuni iniuriam, non Aeoli sceptra, non Aeneadum bella, naufragia vel regna commemoro: taceo Cupidinis emissionem; non exitia saeva Didonis, non Plutonis triste vestibulum, non Proserpinae stuprosum raptum, non Cerberi triforme caput: non revolvam Anchisae colloquia, non Ithaci ingenia, non Sinonis fallacias: non ego Laocoontis consilia, non Amphitrionidis robora, non Jani conflictus, fugas, vel obitum exitialem proferam etc.» Gregor. Turon. (VI sec.) Lib. miraculor. 714.
[254]. «Vae diebus nostris quia periit studium litterarum a nobis!» Praef. Hist. eccl. Franc.
«En meliora meo narrantur carmine gesta,
Non gladios nec tela refert pharetramque Camillae.»
Milo, Vit. S. Amandi, Act. S. Febr. I, 881 sg. Cfr. Petrus, Vit. S. Theobaldi, Act. S. IX, 165; Anon. Vit. S. Remacli, Act. S. II, 469 etc.; V. Zappert, op. cit., not. 62. Prolog. Vitae Wirntonis, ap. Pez, Thes. I, 3, 339; cfr. Wattenbach, Deutschl. Geschichtsq. (6ª ed.) II, p. 250. È un luogo comune presso i poeti cristiani il contrapporre alle glorie pagane di Omero e di Virgilio i temi che, più umilmente ma cristianamente, essi vogliono trattare. Tale è il senso del Prologo di Giuvenco alla sua versificazione della Storia Evangelica. Beda scrive:
«Bella Maro resonet, nos pacis dona canamus.
Munera nos Christi, bella Maro resonet.»
(Hist. Angl. p. 295). E così tanti altri anche prosatori e storici. Così Wipone (Prolog. Vit. Chuonradi imp.) «Satis inconsultum est Superbum Tarquinium, Tullum et Ancum, patrem Aeneam, ferocem Rutulum et huiusmodi quoslibet et scribere et legere: nostros autem Carolos atque tres Ottones, imperatorem Heinricum secundum, Chuonradum imperatorem patrem gloriosissimi regis Heinrici tercii, et eundum Heinricum regem in Christo triumphantem omnino negligere.»
[256]. «Curiosum ceterum lectorem admoneo ut barbarismorum foedam congeriem in hoc opusculo floccipendat, et veritati in vulgari eloquio fidei aurem apponat, et quod hic inveniet simpliceter perlegat et acsi in sterquilinio margaritam exquirat» etc. Wolfhardus (sec. IX) Vit. S. Walpurgis in Act. Sanctor. IV, 268 «Sed et si quis movetur rusticitate sermonis soloecismorumque inconcinnitatibus, quas minime vitare studui, audiat quia regnum Dei non est in sermone sed in virtute, neque apud homines bonos interesse utrum vina vase aureo an ligneo propinentur.» Miracul. S. Agili in Act. S. II, 312; Cfr. Anon. Vit. S. Geraldi in Act. S. IX, 851. Molti scrittori, che in fatto di purezza grammaticale non si sentono tranquilli, insorgono con maniere stranamente rivoluzionarie contro la tirannia delle regole di Donato. Gli esempi abbondano; basti qui riferire le seguenti curiose parole dell'Indiculus luminosus (n.º XX) di Alvaro Cordubense (IX sec,): «Agant eructuosas quaestiones philosophi et Donatistae genis impuri, latratu canum, grunnitu porcorum, fauce rasa et dentibus stridentes, saliva spumosi grammatici ructent. Nos vero evangelici (!) servi Christi discipuli rusticanorum sequipedi» etc. Queste parole si accordano in modo singolare con una orribile biografia di Donato, forse ispirata da questa idea, che trovasi in un MS. di Parigi e fu già più volte pubblicata (ultimamente dall'Hagen, Anecdota Helvetica p. 259). Eppure Alvaro mostrasi nelle sue opere assai assiduo lettore di Virgilio. Cfr. Amador de los Rios, Hist. crit. de la lit. Española II, p. 102 sgg.
[257]. Uno di questi è anche Gregorio Magno: «non metacismi collisionem fugio, non barbarismi con fusionem devito, situs motusque praepositionum, casusque servare contemno: quia indignum vehementer existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati.» Praef. Jobi T. I, p. 6. Con quell'affettata conoscenza della tecnologia grammaticale l'ingenuo grand'uomo si preoccupa di fare intendere che il suo non volere non è non sapere. Del resto la realtà di questa noncuranza non è provata dai suoi scritti.
La inimicizia di Gregorio il Grande per gli studi profani è stata esagerata assai da molti scrittori, i quali da uno studio speciale del medio evo da questo punto di vista non appresero quale sia il vero valore ed il peso reale di certe espressioni, e non si accorsero che l'atteggiamento di Gregorio rimpetto alla antichità classica è quello stesso di cento altri distintissimi personaggi della chiesa medievale. Interpretando malamente un luogo di Giovanni di Salisbury (Polycrat. II, e. 26) si è giunti a credere che Gregorio facesse bruciare la biblioteca Palatina, mentre in quel luogo non si parla d'altro che di libri di astrologia, teurgia e simili, dei quali fecero auto da fè anche imperatori (Valente fra gli altri). È singolare come par facile a taluni credere che dopo i Vandali e i Goti rimanesse a Gregorio qualche biblioteca in Roma da bruciare alla sua volta! Questi errori sono stati già eliminati da più di un critico ed equamente giudicati da Gregorovius, Gesch. d. St. R. im Mittelalt. II, p. 90 sgg. Non s'intende come Teuffel (Gesch. d. röm. Lit. p. 1026) abbia voluto farli rivivere. La tesi del sig. Leblanc, Utrum Gregorius Magnus litteras humaniores et ingenuas artes odio persecutus sit, Paris 1852, è un'apologia da niente altro ispirata che dal sentimento cattolico.
[258]. Questi luoghi comuni sono riassunti dall'anonimo e più veramente umile autore del Miracula S. Bavonis (sec. X): «Suscipiant alii copiosam variae excusationis suppellectilem, videlicet quod veritas nativa vivacitate contenta, non quaerat altrinsecam colorum adhibitionem; et quod christianae fidei rudimenta, non ab oratoribus sed a piscatoribus et idiotis sint promulgata; et quod regnum Dei magis virtutis quam sermonis constet efficacia; aliaque perplura in id orationis cadentia: mihi facilis apologiae patet occasio, scilicet cui nullius eruditionis favet exercitatio» Act. S. II, 389; Cfr. Sulpic. Sev. Op. I, 2; Felix, Vit. S. Guthlaci, Act. S. III, 59; Anon. Vit. S. Conwoionis, Act. S. VI, 212; Anon. Vit. S. Martini, Act. S. I, 557; Warmannus, Vit. S. Priminii, Act. S. IV, 128; Othlo, Vit. S. Bonifatii, ap. Pertz, Mon. Germ. II, 358 etc.; Zappert, op. cit. not. 62.
[259]. Leonis Epist. ap. Pertz, Mon. Germ. V, 687. Cfr. Gregorovius, Die Stadt Rom im Mittelalter III, 527.
[260]. «Et plorare Didonem mortuam quia se occidit ob amorem, cum interea me ipsum in his a te morientem, Deus vita mea, siccis oculis ferrem miserrimus» Augustin. Confession. lib. I, op. I, 53.
[261]. Vit. beati Alcuini in Act. S. IV, p. 147. Monumenta Alcuiniana ed. Wattenbach et Duemmler, p. 21. Cfr. Monnier, Alcuin et Charlemagne p. 9 sg.
[262]. Nei versi premessi al suo Comm. sul Cantico dei Cantici dice Alcuino:
«Haec rogo menti tuae iuvenis mandare memento,
Carmina sunt nimium falsi haec meliora Maronis,
Haec tibi vera canunt vitae praecepta perennis,
Auribus ille tuis male frivola falsa sonabit.»
Monumenta Alcuiniana, p. 714.
[263]. Wright, Biographia britannica literaria; Anglo-Saxon period, p. 42. Cfr. sulla tendenza e l'odio di Alcuino pei classici, Lorenz, Alcuin's Leben (Halle, 1829) p. 267 e 277.
[264]. La biblioteca di Berna possiede un MS. di Virgilio che si crede di mano d'Alcuino, o almeno copiato da un esemplare di lui. Cfr. Müller, Analecta Bernensia, III, p. 23-25.
«Et modo Pompeium, modo te, Donate, legebam,
Et modo Vergilium, te modo, Naso loquax;
In quorum dictis quamquam sint frivola multa,
Plurima sub falso tegmine vera latent.»
Theodulph. Carmin. IV, 1.
[266]. Curiosa a tal riguardo è l'ironica ammonizione in versi che trovasi intitolata: Versus S. Damasi Papae ad quemdam fratrem corripiendum, pubblicata per prima volta dall'Amaduzzi, Anecd. Litt. II, p. 387 e per ultimo dal Riese nella sua Anth. lat. n. 765:
«Tityre, tu fido recubans sub tegmine Christi,
Divinos apices sacro modularis in ore,
Non falsas fabulas studio meditaris inani.
Illis nam capitur felicis gloria vitae,
Istis succedunt poenae sine fine perennes.
Unde cave frater vanis te subdere curis» etc.
[267]. Herbert. de Losinga, Epist. p. 53-56; Cf. p. 63, 93.
[268]. Iohannes, Vita S. Odonis, Act. S. saec. V, p. 154; Cfr. Brucker, Hist. Philos. III, p. 651; Du Mèril, Mèlanges archèolog. p. 462. Un altro racconto simile, relativo a S. Ugone, abate di Cluny, trovasi presso Vincenzo di Beauvais (Spec. hist. 26, 4) «Alio tempore cum dormiret idem pater, vidit per somnium sub capite suo cubare serpentum multitudinem et ferarum, subitoque capitale excutiens et exquirens supposita, invenit librum Maronis forte ibi collocatum; mox, abiecto codice singulari, in pace requievit, cognovitque modum materiae libri visioni congruere, quem obscoenitatibus et gentilium ritibus plenum indignum erat cubiculo sancti substerni.» Cfr. Liebrecht, nella Germania di Pfeiffer X, p. 413, il quale però a torto suppone che ivi si tratti del libro di negromanzia attribuito al poeta dalla leggenda popolare, di cui parleremo nell'altra parte del nostro lavoro. Altra leggenda simile trovasi in Jacopo da Vitry; cfr. Lècoy de la Marche, La chaire française au moyen age, p. 439, ed in Passavanti, Specchio di vera penitenza, dist. I.ª cap. 2º.
[269]. Vit. S. Popponis, Act. S. VIII, 594.
[270]. Cfr. Lupi Ferrar. Epist. 20.
[271]. V. Ozanam, La civilisation chrét. chez les Francs, p. 485, 501, 546.
[272]. Glaber, Histor. ap. Bouquet, Rec. des hist. etc. X, p. 23; Cfr. Ozanam, Documents inédits p. 10; Giesebrecht, De litterarum studiis ap. Italos primis medii aevi saeculis, p. 12 sg.
[273]. Presso Wright, A selection of latin stories from MSS. of the XIII and XIV centuries, p. 43 sg. Cfr. per altri esempi Wattenbach, Deutschl. Geschichtsq. (6ª ed.) I, 324 sgg.
[274]. Comm. a Dante, Inf. I, 72.
[275]. Oggi questa ha trovato difensori anche fra i gesuiti, ed in materie che assai più della poesia toccano da vicino il cristianesimo. Veggasi la notevole opera del pad. Kleutgen, Die Philosophie der Vorzeit vertheidigt, Münster 1860-63.
[276]. Metalogicus I, cap. 3 sgg.; Cfr. Hist. lit. de la France XIV, Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis p. 212 sgg.
[277]. Cfr. Lècoy de la Marche, La chaire française au moyen age (Paris 1868) p. 438 sg.
[278]. Pubblicato dall'Amati nell'Archivio storico III ser. T. III, 1 (1866) p. 207 sgg.
[279]. Alla fine di un catalogo dei manoscritti del celebre monastero di Pomposa, redatto nell'XI secolo, l'autore prevede che taluni disapproveranno la presenza in quella biblioteca di scrittori pagani, ed a questi risponde coi soliti luoghi: «... Sed... non ignoramus futurum fore quosdam superstitiosos et malevolos, qui ingerant procaci cura indagare cur idem venerabilis abbas Hieronymus voluit gentilium codices fabulasque erroris, exactosque tyrannos, divinae inserere veritati, paginaeque librorum sanctorum. Quibus respondemus» etc. Cfr. Blume, Iter italicum II, p. 117.
[280]. Cfr. gli esempi riuniti da Zappert, op. cit., not. 42, ai quali moltissimi se ne potrebbero aggiungere.
[281]. In un codice vaticano di Virgilio (n. 1570) del sec. X o XI leggesi una dichiarazione del monaco che lo copiò, il quale, dopo aver detto che ha fatto quel lavoro per fuggire l'ozio e per servire alla comune utilità, soggiunge: «Quem (codicem Vergili) ego devoveo Domino et Sancto Petro perpetualiter permansurum per multa curricula temporum, propter exercitium degentium puerorum laudemque Domini et Apostolorum principis Petri.» Su di un altro codice portante la dedica a S. Stefano ved. Pez, Thesaur. I, Dissert. isagog. XXV. In un codice della biblioteca di Berna (sec. IX) leggesi: «Hunc Vergili codicem obtulit Berno, gregis B. Martini levita, devota mente Domino et eidem Beato Martino perpetuiter habendum; ea quidem ratione ut perlegat ipsum Albertus consobrinus ipsius et diebus vitae suae sub praetextu B. Martini habeat, et post suum obitum iterum reddat S. Martino.» De Sinner, Catal. codd. MS. bibl. bern. I, 627.
[282]. Encycl. de literis colendis ap. Sirmond. Conc. Gall. II, p. 127.
[283]. Baluz. I, 237 (Capitolar. del 789).
[284]. Cfr. I. Launoii, De scholis celebrioribus seu a Carolo Magno seu post eumdem Carolum per occidentem instauratis liber, unito all'Iter Germanicum di Mabillon, Hamburg 1717; e Baehr, De literarum studiis a Carolo Magno revocate ac schola Palatina instaurata, Heidelb. 1856. È noto che anche in questa scuola Palatina Virgilio aveva un posto d'onore, e taluni dei pseudonimi che assumevano gli accademici eran desunti da esso. Così v'era chi chiamavasi Virgilio, chi Dameta, chi Menalca etc.
[285]. «Vergilium cecinisse loquar pia munera Christi.» Proba Praef. ad Centon.; «dignare Maronem, Mutatum in melius divino agnoscere versu» dice all'imp. Onorio un grammatico, dedicandogli un centone virgiliano di argomento cristiano: v. Anth. lat. (Riese) num. 735.
[286]. «Audierunt quia Iesus transiret.» Math. XX, 30.
[287]. «Ad Maronis mausoleum, Ductus fudit super eum, Piae rorem lacrymae; Quem te, inquit, reddidissem, Si te vivum invenissem, Poetarum maxime!» Bettinelli, Risorg. d'Ital. II, p. 18; Daniel, Thes. Hymnolog. V, 266. È falso ciò che qualcuno ha asserito, che l'uso di cantare questi versi nella messa di S. Paolo esista tuttora a Mantova. — Un grazioso aneddoto della vita di S. Kadok (V sec.) esprime questo stesso sentimento di compassione cristiana per Virgilio pagano. Vita S. Cadoci ap. Kees Lives of Cambro-British Saints. Lond. 1855, p. 8; cfr. La Villemarquè. La Légende celtique. Par. 1864, p. 202 sgg.
[288]. Arnob. Adv. gentes III. 7; Cfr. Bernhardy, Grundr. d. röm. Litt. p. 92.
[289]. Veggansi i luoghi raccolti dal Piper nel suo scritto: Virgilius als Theolog und Prophet des Heidenthums in der Kirche, pubblicato nell'Evangelischer Kalender del 1862, p. 17-55.
[290]. Non mancano antiche raccolte di luoghi di scrittori pagani, greci o latini, riferiti al cristianesimo. Un MS. della bibl. di Vienna contiene: «Veterum quorundam scriptorum graecorum ethnicorum praedictiones et testimonia de Christo et christiana religione, nempe Aristotelis, Sibyllae, Platonis, Thucydidis et Sophoclis. Cfr. Oehler in Philologus XIII, 752; XV, 328.
[291]. Cfr. Verworst, Essai sur la 4e Eclogue de Virgile. Paris 1844; Freymüller, Die Messianische Weissagung in Virgils vierter Ecloge. Metten 1852. (Non ho potuto procurarmi questi due scritti); Piper, op. cit., p. 55-80; Creuzenach, Die Aeneis, die vierte Ecloge und die Pharsalia im Mittelalter. Frkf. a. Main, 1864, p. 10-14.
[292]. Constantini M. Oratio ad sanct. coel. c. 19-21. Questa interpretazione di Costantino forma il soggetto di un lavoro estremamente diffuso e non mai completato, di Rossignol, Virgile et Constantin le grand, Paris 1845. L'autore chiude la parte pubblicata del suo lavoro promettendo di provare che il discorso è opera, non di Costantino, ma di Eusebio.
[293]. Euseb. Vit. Constantini IV, 32.
[294]. Questa traduzione fu pubblicata più volte separatamente; per ultimo l'ha riprodotta Heyne, Excurs. I ad Bucol., e Rossignol, op. cit, p. 96 sgg.
[295]. Cfr. Rossignol, op. cit., p. 181 sgg.
[296]. Lactant., Div. instit. I. VII, c. 24.
[297]. «Nam omnino non est cui alteri praeter dominum Christum dicat genus humanum:
Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,
Irrita perpetua solvent formidine terras.
Quod ex Cumaeo, id est ex Sibyllino carmine se fassus est transtulisse Vergilius; quoniam fortassis etiam illa vates aliquid de unico Salvatore in spiritu audierat quod necesse habuit confiteri.» Augustin. Epist. 137 ad Volusian. c. 12, Opp. ed. Bened. T. II, p. 309 sg. Cfr. Epist. 258 c. 5, Opp. T. II, p. 670; De Civ. Dei X, 27.
[298]. «Quasi non legerimus Homerocentonas et Vergiliocentonas; ac non sic etiam Maronem sine Christo possimus dicere Christianum qui scripserit: Iam redit et virgo etc. Puerilia sunt haec et circulatorum ludo similia, decere quod ignores.» Hieronym. Epist. 53 ad Paulin. c. 7. Opp. T. I, p. 273.
[299]. Cfr. Fulgent. De contin. Vergil. p. 761; Scholl. Bernens. (ed. Hagen) p. 775 sgg.; Cristiano Druthmar (IX sec.) nota a quel passo del Vangelo (Math. XX, 30) «Audierunt quia Iesus transiret» — «Iudaei audierunt per prophetas, gentes quoque non per omnia ignoraverunt, sed sophistae corum similiter denuntiaverunt; unde illud Maronis: Iam nova progenies» etc. Bibl. Patr. max. (Lugd.) XV, 147; V. anche Agnellus, Lib. Pontific.; Vit. Gratios. c. 2 in Murator. Script. rer. Ital. T. II. p. I, p. 180; Cosm. Prag. Chronic. in Pertz, Mon. Germ. T. IX, p. 36.
[300]. Cfr. su questa leggenda Ruth in Heidelberger Jahrbücher, 1849, P. 905 sgg.
[301]. Vincent. Bellovac. Spec. hist. XI, c. 50; Act. Sanctor. Aug. T. II, p. 407.
[302]. Ozanam, Documens inédits, p. 55.
[303]. Serm. II in fest. Nativit. Dom., Opp. p. 80.
[304]. Purgator. XXII, p. 67 sgg.
[305]. Introd. ad Theolog. lib. I, c. 21; Epist. 7 ad Helois. p. 118.
[306]. De Christ. relig. c. 24.
[307]. V. Street, Some account of gothic archit. in Spain. (Lond. 1869) p. 95.
[308]. V. le notizie riunite dal Piper, op. cit. p. 75 sgg.
[309]. Tale fra gli altri è il Verworst nella dissertazione sopracitata. V. anche Schmitt, Rédemption du genre humain annoncée par les traditions de tous les peuples (trad. de l'allem. par Henrion). Paris 1827, p. 122 sgg.
[310]. Cfr. Gräfenhan, Gesch. der class. Philolog. im Alterth. I, p. 211 sgg.
[311]. Cfr. Zeller, Die Philosophie der Griechen, III, 1, p. 290 sg. 300 sgg.
[312]. Già Celso che nella polemica si serviva dell'allegoria pei miti pagani, accusava i giudei e i cristiani di abusare di questo mezzo pei miti loro; IV, 50, 51.
[313]. Cfr. Bernhardy, Grundr. d. griech. Literat. II, 1, p. 201 sg.
[314]. Epist. 108, 24-29.
[315]. Il solo dato ben positivo è questo che Fulgenzio è certamente posteriore a Marziano Capella da lui citato, il quale secondo le ricerche dell'ultimo suo editore Eyssenhardt (Lips. 1866), completate da L. Müller (Neue Jahrbb. f. Phil. u. Paedag., 1867, p. 791 sg.) deve avere scritto prima del 439. Quanto all'altro limite, più dotti lo hanno cercato quasi contemporaneamente in questi ultimi tempi, ma senza riuscire ad alcun positivo risultato. Il sig. Zink nel suo notevole lavoro su Fulgenzio (Der Mytholog Fulgentius, Würzburg 1867) porrebbe la redazione del Mythologicon fra il 480 e il 484. Il Reiffescheid servendosi dello scritto, da lui richiamato a luce, De aetatibus mundi et hominis (Rheinisches Museum f. Phil. XXIII (1868) p. 133 sg.), il quale molto probabilmente appartiene a questo stesso Fulgenzio, torna ad una antica opinione che riferiva il Mythologicon al tempo di re Hunerico (523). Intanto L. Müller (N. Jahrbb. f. Philol. u. Paedag. 1867, p. 796) fissava la data del 456. Jungmann (Quaestiones Fulgentianae, negli Acta societatis philologae Lipsiensis, ed. Frid. Ritschelius. Lipsiae 1871, T. I, p. 49 sgg.) crede Fulgenzio nato verso il 480, e il Mythologicon scritto nel 523 o 524. Per le opinioni anteriori veggasi Lersch nella sua edizione del De abstrusis sermonibus (Bonn, 1844) p. 1 sgg.
[316]. Il De Continentia trovasi pubblicato nei Mythographi latini di van Staveren (Lugd. Bat. 1742). Una edizione critica più moderna e soddisfacente non esiste. Ved. su questo scritto di Fulgenzio Gasquy, De Fabio Planciade Fulgentio Virgilii interprete in Berl. Stud. f. cl. Philol. VI (1887).
[317]. «Bucolicam Georgicamque omisimus in quibus tam mysticae sunt interstinctae rationes» etc. p. 738. «... Ergo doctrinam mediocritatem temporis excedentem omisimus, ne dum quis laudem quaerit nominis fragmen reperiat capitis.» p. 739. Nella biblioteca di Padova esiste un MS. del sec. XIV portante il titolo: Fulgentius super Bucolica et Georgica Vergili (cf. Lersch, p. 96). Ho esaminato quel MS. e mi sono facilmente convinto che il nome di Fulgenzio gli è stato applicato gratuitamente; Cfr. il mio articolo nella Revue critique, Agosto 1869, p. 136.
[318]. «Maius opus moveo, nec enim mihi sufficit una, Currite Pierides» etc.; p. 740.
[319]. «Serva istaec, quaeso, tuis Romanis quibus haec posse laudabile competit et impune subcedit. Nobis vero erit maximum si vel extremas tuas contigerit perstringere fimbrias» p. 742.
[320]. Quatinus, inquit, tibi discendis non adipata crassedo ingenti, quam temporis formido periculo reluctat, de nostro torrentis ingenii impetu urnulam praelibabo quae tibi crapulae plenitudine nauseam movere non possit. Ergo vacuas fac sedes tuarum aurium, quo mea commigrare possint eloquia» p. 742.
[321]. «Sed ut sciam me non arcadicis expromtare fabulam auribus, primi nostri continentiam libri narra» p. 747.
[322]. «Aeolus enim graece quasi Aionolus id est saeculi interitus dicitur» p. 748.
[323]. «Achates enim graece quasi ἀχῶν ἔθος, id est tristitiae consuetudo» p. 750.
[324]. «Palinurus enim quasi Planonorus, id est errabunda visio» p. 753.
[325]. «Misio enim graece obruo dicitur (?): αἶνος vero laus vocatur» p. 753.
[326]. «Caron vero quasi Cronon id est tempus» p. 756.
[327]. «Acheron enim graece sine tempore dicitur» p. 756.
[328]. «Ausonia enim ἀπὸ τοῦ αὐξάνειν dicitur, idest cremento» p. 763.
[329]. «et uxorem petit Laviniam, idest laborum viam» p. 763.
[330]. «Turnus enim graece dicitur quasi θοῦρος νοῦς, furibundus sensus» p. 764.
[331]. «Messapus, quasi μισῶν ἔπος» p. 765.
[332]. Virgilio dice in un luogo: «Tricerberi autem fabulam iam superius exposuimus» (p. 756). Di questa infatti si parla nell'altra opera di Fulgenzio, il Mythologicon I, 5.
[333]. Zink (op. cit., p. 27) crede che sia andata perduta la fine dell'opera o che l'autore l'abbia lasciata in tronco. Jungmann (op. cit., p. 73) osserva giustamente che nè l'una nè l'altra cosa può ammettersi. E realmente si vede chiaro che dall'ottavo libro in poi l'autore, annoiato del suo lavoro, ha tirato giù in fretta chiudendo in quel brusco modo.
[334]. Un esame accurato della latinità Fulgenziana ha intrapreso per primo il Zink nell'op. cit., p. 37-62.
[335]. Non solo la posteriorità del De Continentia, ma anche il suo legame col Mythologicon, nell'idea dell'autore, vien posto in chiaro pur da quella espressione già citata: «Tricerberi autem fabulam iam superius exposuimus» p. 756.
[336]. «O vatum latiaris autenta! itane tuum ingenium clarissimum tam stultae defensionis fuscare debuisti caligine? qui dudum in Bucolicis mystice persecutus dixeras: Iam redit et virgo» etc. p. 761.
[337]. Pagg. 743, 746, 753, 755.
[338]. Cfr. Lersch, op. cit., p. 19 sgg.; Zink, op. cit., p. 75 sgg.
[339]. «... unde improbissimo cuique pleraque fingendi licentia est, adeo ut de libris totis et auctoribus ut succurrit, mentiantur tuto, quia inveniri qui nunquam fuere non possunt,» Quintil. I, 8, 21.
[340]. È noto fra gli altri per queste invenzioni il cosmografo Ravennate. Cfr. per altri esempi Hercher, Ueber die Glaubwürdigkeit der neuen Geschichte des Ptolemäus Chennus, in N. Jahrb. f. Philol. u. Paedag. 1853, Supplem. I, p. 269 sgg.; Zeller, Vorträge und Abhandlungen geschichtlichen Inhalts, p. 297 sgg.
[341]. «Hic certe omnis lector expavescere potest acumen ingenii eius qui totam fabularum seriem secundum philosophiam expositarum transtulerit vel ad rerum ordinem, vel ad humanae vitae moralitatem.» De script. ecclesiast. c. 28.
[342]. «qui totum opus Vergili ad physicam rationem referens, in lutea quodammodo massa auri metallum quaesivit» id. ibid.
[343]. Cfr. Zink, op. cit., p. 13 sgg., Bernhardy, Grundr. d. röm. Litt. p. 868.
[344]. «scribit enim (Vergilius) in quantum est philosophus humanae vitae naturam. Modus vero agendi talis est: sub integumento describit quid agat vel quid patiatur humanus spiritus in humano corpore temporaliter positus» etc. Ved. Cousin, Ouvrag. inéd. d'Abélard, p. 283 sgg. Cfr. Demimuid, De Bernardo Carnotensi grammatico professore et Virgili interprete. Paris, 1873.
[345]. «Procedat poeta Mantuanus, qui sub imagine fabularum totius philosophiae exprimit veritatem» Polycratic. VI, c. 22; «Vergilium in libro (Aeneidos) in quo totius philosophiae rimatur arcana.» Polycratic. II, c. 15.
[346]. Polycratic. VIII, c. 24. Cfr. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis, p. 97 sg.
[347]. «Et sciendum est quod Vergilius considerans trinam vitam scilicet, contemplativam voluptuosam et activam, opera tria conscripsit, scilicet Bucolicam per quam vitam contemplativam demonstrat, et Georgicam per quam vita voluptuosa intelligitur... et Aeneidos per quam datur intelligi vita activa.» Comm. in Verg. Aen., Cod. Bibl. S. Marc. Venet. cl. XIII (lat.) n. 61, col. 3. Vedi le stesse parole tratte da un cod. della bibl. di Vienna (sec. XIV) presso Zappert. op. cit., p. 16.
[348]. Convito, IV, 24, 26.
[349]. Christoph. Landini, Disputation. Camaldul. lib. III, IV (in P. Vergilii Maronis allegorias).
[350]. Niuno vorrà prendere sul serio le parole che Fulgenzio rivolge a Virgilio sul principio «tantum illa quaerimus levia quae mensualibus stipendiis grammatici distrahunt puerilibus auscultationibus» (p. 742). È chiaro non esser questa che una iperbole colla quale l'autore vuol significare gli abissi immensi della sapienza virgiliana e ostentare la propria modestia dinanzi al poeta.
«Si quaecumque velit lector addat seriei
Non poterit libri certus sic textus haberi.»
Ved. Thurot, op. cit. p. 32.
[352]. Ars S. Augustini pro fratrum mediocritate breviata, ap. Keil, Grammat. lat. vol. V, p. 494.
[353]. Cunabula grammaticae artis a Beda restituta in Bedae Opp. I, p. 2. Questo scritto non trovasi annoverato nel catalogo delle opere di Beda; cfr. Wright, Biogr. brit. lit.; anglo-sax. period, p. 271 sgg. La introduzione che citiamo trovasi riprodotta anche senza nome d'autore nei Grammatici latini del Keil (vol. V, p. 325), il quale non pare sappia esser quella già pubblicata nelle opere di Beda.
[354]. «... et inrisione dignum arbitrabar... romanae urbanitatis facundia disertissimis rhetoribus, me poene de extremis Germaniae gentibus ignobili stirpe procreatum... inter talium dissona decreta virorum ex persona iudicis disputando iudicare.» Anon., Gramm. (cod. saec. XI) ap. Keil, De quibusdam grammaticis ecc. p. 26; Erkehart IV nel suo De lege dictamen ornandi scrive:
«Teutonicos mores caveas, nova nullaque ponas;
Donati puras semper memorare figuras.»
Ved. Haupt's Zeitschrift f. deutsches Alterth. N. F., II, p. 33; «proprietas autem eiusdem verbi latinis magis patet quam barbaris» ibid. p. 52. Notevole è il delicato riguardo di Gozberto (De Mirac. S. Galli, presso Pertz, Mon. Germ. II, p. 22): «siquidem nomina eorum qui scribendorum testes sunt vel fuerunt, propter sui barbariem, ne latini sermonis inficiant honorem, praetermittimus.» Non così Elmoldo Nigello, il quale sciorina con molta disinvoltura versi del taglio seguente (Carm. I, 373 sgg.):
«Parte sua princeps Wilhelm tentoria figit
Heripreth, Lihutard, Bigoque, sive Bero,
Santio, Libulfus, Hilthibreth, atque Hisimbard
Sive alii plures quos recitare mora est.»
[355]. «Duplex est grammatica; nam est quaedam quae dicitur analogica et alia quae dicitur magis usualis.» Vedi Thurot, op. cit., p. 211.
[356]. Il vizio, occasionato da varie ragioni, di maltrattare la grammatica, era antico fra gli scrittori cristiani ed era uno dei rimproveri che faceano loro gli avversari pagani. Veggasi come, nella sua solita facchinesca maniera, difende i cristiani da questa accusa Arnobio, Adv. gent. I, 59.
[357]. Notker il Balbo (IX sec.) uno dei tanti monaci di questo nome del Monastero di S. Gallo, così celebre nella storia degli studi monastici del medio evo, parlando della grammatica di Alcuino nel suo Dialogus de grammatica arriva a dire: «Albinus talem grammaticam condidit ut Donatus, Nicomachus, Dositheus et noster Priscianus in eius comparatione nihil esse videantur.» Cfr. Maitre, Les écoles épiscopales et monastiques de l'occident etc. (Paris, 1866) p. 220.
[358]. Alcuni scritti di questo autore trovansi pubblicati per la prima volta da Mai, Class. auctores V, p. 1 sgg. Altro aggiunse Hagen, Anecdota Helvetica p. 189 sgg. Una edizione intiera di quanto esiste di lui fu data da I. Huemer, Virgilii Mar. gramm. opera. Lips. (Teubner) 1886 a complemento e correzione della quale ved. Th. Stangl, Virgiliana, München 1871 (e Wochenschr. f. class. Philol. 1890 n.º 29-31), M. Hertz, De Virg. Mar. gramm. epitomar. cod. Ambiensi, Vratisl. (Ind. schol.) 1888.
Intorno a questo Virgilio, oltre a quanto nota il Mai, e poi l'Hagen (ved. anche Jahrbb. f. Philol. 1869, p. 732 sgg.), veggansi Osann, Beitr. z. gr. u. röm. Litteraturgesch. II, p. 131 sgg.; Quicherat, Fragm. inéd. de littérat. latine in Bibl. de l'école des chartes II, p. 130 sgg.; Wuttke, Ueber die Aechtheit des Aethicus p. 49; Ozanam, La civilization chrétienne chez les Francs p. 420 sgg.; Haase, De medii aevi studiis philologicis p. 8; Keil, De quibusd. grammat. inf. aet. p. 5. Ernault, De Virg. Mar. gramm. Tolos. Paris 1886.
[359]. Pubbl. dal Mai, Class. auctores vol. V, p. 479 sgg. e poi da I. M. Stowasser. Wien 1886.
[360]. Pubbl. dal Mai, Scriptorum vett. nova collectio vol. VI, p. 43 sgg.
[361]. Ved. Stowasser, Stolones latini. Wien 1889.
[362]. Veggasi come esempio principale la grammatica anonima contenuta in un cod. del X sec. e pubblicata da Hagen, Anecdota Helvetica p. 62 sgg.
[363]. «Latinae quoque scientiae valde potatus rivulis, etiam proprietate partium aliquis eo melius nequaquam usus est post Vergilium» Faric. Vit. Aldelmi fol. 140 vso.
[364]. Gramm. lat. ed. Keil. vol. V, p. 567 sgg.
[365]. Gloss. in Vergilium et Sedulium, MS. del sec. IX della bibl. di Laon; ved. Catalogue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ. vol. I, p. 250.
[366]. «Si vero etiam metra requisieris, non sunt tibi necessariae gentilium fabulae, sed habes in christianitate prudentissimum Prudentium de Mundi exordio, de Martyribus, de Laudibus Dei, de Patribus novi et veteris Testamenti dulcissime modulantem.» Notker Balbulus, De interpretibus divinar. scripturar. c. 7 ap. Pez, Thes. anecd. I, p. 9.
[367]. «In his omnibus Donatum non sequimur, quia fortiorem in Divinis Scripturis auctoritatem tenemus.» Smaragd. ap. Thurot, op. cit., p. 81; «de scala et scopa et quadriga Donatum et eos qui semper illa dixerunt pluralia non sequimur, quia singularia ea ab Spiritu Sancto cognovimus dictata.» Id. ibid.
[368]. Veggasi l'opera citata del Thurot (p. 65 sgg.) che è preziosa per la conoscenza dei grammatici del medio evo.
[369]. Ved. alcuni esempi presso Keil, De quibusd. grammaticis lat. inf. aet. p. 16.
[370]. «Personae autem verbis accidunt tres. Quod credo divinitus esse inspiratum, ut quod in Trinitatis fide credimus in eloquiis inesse videatur.» Anon. MS. saec. IX ap. Thurot, op. cit., p. 65.
[371]. «Multi plures multi vero pauciores partes esse dixerunt. Modo autem octo universalis tenet ecclesia; quod divinitus inspiratum esse non dubito. Quia enim per notitiam latinitatis maxime ad cognitionem electi veniunt Trinitatis, et ea duce regia gradientes itinera festinant ad superam tenduntque beatitudinis patriam, necesse fuit ut tali oraculo latinitatis compleretur oratio. Octavus etenim numerus frequenter in divinis Scripturis sacratus invenitur.» Smaragd. ap. Thurot, op. cit. p. 65.
[372]. Cf. Schuchardt, Der Vokalismus des Vulgarlateins I, p. 17 sgg. e passim. Notevoli per la pronunzia barbara locale che rappresentano sono alcuni MSS. della biblioteca del Seminario di Autun, anteriori a Carlomagno, i quali trovano raffronto, da questo aspetto, nelle iscrizioni di Autun; cf. Catal. général des MSS. des bibl. publ. des départ. I, n. 20, 21, 23, 24, 27, 107.
Anche in fatto di ortografia l'idea religiosa trova modo di pronunziarsi; Hildemaro (IX sec.) nel suo commento alla Regula S. Benedicti, osserva: «sunt multi qui distinguunt voluntatem per n attinere ad Deum, et volumtatem per m ad hominem, voluptatem vero per p ad diabolum.» V. Schuchardt, op. cit., p. 4 sg.
[373]. Scholia bernensia ad Vergili Georgica atque Bucolica ed. Herm. Hagen., Lips., Teubner, 1867 (Estratto dai supplem. ai Jahrbb. f. Philol.); ved. p. 696 sgg.
[374]. Ad Ecl. III, v. 51. Efficiam «pro effigiem, imaginem» Scholl. Bern. p. 769.
[375]. Ad Ecl. IX, 1: «alii dicunt: Emoris, equus velocissimus Saracenorum, quem interdum accipi potest: Quot Emori pedes, idest, utinam quattuor ut me in urbem cito veherent ad accusandum Cladium (sic)» Scholl. Bern. p. 827.
[376]. Ved. Catalogue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ. vol. I, p. 428. Cfr. Haase, De medii aevi studiis philologicis (p. 7), e la pubblicazione fattane da Boucherie, Fragment d'un commentaire sur Virgile, Montpellier (Soc. pour l'étude des langue romanes) 1875.
[377]. «Stilus in hoc opere est sublimis... nam est monendum quod triplex est stilus, scilicet sublimis mediocris et infimus. Sublimis stilus est qui tractat de sublimibus sive maximis personis et regibus, principibus et baronis, et hic stilus in Aeneida servatur; mediocris stilus est qui de mediocribus personis tractat, et servatur in libro Georgicorum; infimus stilus vel humilis... est qui tractat de infimis personis, et quia pastores sunt inferiores personae hic stilus in libro Bucolicorum servatur.» Comment. in Verg. Aeneid.; cod. (saec. XV) bibl. S. Marci, lat. class. XIII, n. 61, col. 6.
[378]. Riferiti da C. F. Hermann, De scholiorum ad Juvenalem genere deteriore, Gotting. 1849, p. 4 sgg.
[379]. Questa etimologia di «circenses» trovasi anche in Isidoro, Orig. XVIII, 27 e in Cassiodoro. Variar. IV, 51.
[380]. Cfr. per altri svarioni simili Wagner, De Junio Philargyrio P. II, p. 11, 13, 17, 19 sgg.
[381]. Ved. Hermann, op. cit., p. 4.
[382]. Il libro più spesso glosato in anglosassone è il trattato di Aldelmo, De Laude virginitatis pieno di grecismi e scritto per le donne, oltre a questo i vangeli, i salmi e le poesie di Prudenzio, Prospero, Sedulio; Ved. Wright, Biogr. Brit. lit.; Anglo-Saxon period, p. 51.
[383]. Die Einwirkung des Christenthums auf die althochdeutsche Sprache, p. 104 sgg.; cf. p. 222.
[384]. Sulle glosse tedesche Virgiliane veggansi Wackernagel in Haupt's Zeitschrift für deutsches Alterth. V, p. 327; Steinmeyer, De glossis quibusdam Vergilianis, Berolini, 1869; e dello stesso autore Die deutschen Virgilglossen, in Haupt's Zeitschrift etc. (N. F.) vol. III, 1870, p. I sgg. — Alcune glosse celtiche pubbl. da Hagen, Scholl. Bern. p. 691.
[385]. libros Boethii... planioribus verbis elucidavit (episc. Asser) ... illis diebus labore necessario, hodie ridiculo. Sed enim iussu regis factum est ut levius ab eodem in anglicum transferrentur sermonem; Wilh. Malmesb. p. 248.
[386]. «theah Omerus se goda sceop, the mid Crecum selest was; se waes Firgilies lareow, se Firgilius waes mid Laedenwarum selest.» Omero, il buon poeta, che fu il migliore fra i greci; ei fu maestro a Virgilio; questo Virgilio fu il migliore fra i latini. Alfred's Boethius ed. Cardale p. 327; Wright, Biogr. britann. lit.; Anglo-sax. period. p. 56.
[387]. Sulle antiche traduz. in alto tedesco antico veggasi Raumer, Die Einwirkung des Christenthums etc. cap, 2º passim.
[388]. Essa è una parte della «scientia sermocinalis» che abbraccia tutte le discipline del trivio, dividendosi in logica, retorica e grammatica, secondo che si occupi del ragionare, del commuovere, del significare. Sui rapporti della retorica colla grammatica nel medio evo e singolarmente al tempo della scolastica, offre un numero cospicuo di notizie il Thurot nell'op. cit. 470 sgg. Sugli studi grammaticali e retorici nelle scuole medievali ved. anche l'istruttivo cap. 4.º (der Unterricht in den sieben freien Künsten) di Specht Geschichte des Unterrichtswesens in Deutschland p. 86 sgg.
[389]. Disputatio de rhetorica et de virtutibus, sapientissimi regis Karoli et Albini Magistri; ristampato più recentemente da Halm nei Rhetores latini minores, p. 523 sgg.
[390]. «Cognoscite ergo, magistri saecularium litterarum, hinc (ex Scriptum scilicet) schemata, hinc diversi generis argomenta, hinc definitiones, hinc disciplinarum omnium profluxisse doctrinas, quando in his litteris posita cognoscitis quae ante scholas vestras longe prius dicta fuisse sentitis.» De schematib. et tropis apud Cassiodor. (Introd.), in Cassiod. op. (Migne) II, p. 1270. Cfr. anche il luogo di Beda già citato a p. 107.
[391]. In un trattato di retorica, proveniente dalla scuola sangallense e contenuto in un cod. del sec. XI, leggonsi le seguenti parole notevoli per certa loro serena mestizia, e per l'idea assai giusta che offrono delle povere condizioni di quello studio nel medio evo: «Olim disparuit, cuius facies depingenda est, et quae nostram excedit memoriam; eam qualis erat formare difficile est, quia multi dies sunt ex quo desinit esse. Oporteret eam immortalem esse, cuius amore languent ita homines, ut abstractam tam diu et mundo mortuam resurgere velint. Ubi Cato, ubi Cicero, domestici eius? nam si illi redirent ab inferis, haec illis ad usum sermonis famularetur, sine qua nihil eis certum constabat, quod ventilandum esset pro rostris. Quid autem est quod in suam non redigatur originem? Naturalis eloquentia viguit, quousque ei per doctrinam filia successit artificialis, quae deinde rhetorica dicta est. Haec postquam antiquitate temporis extincta est, illa iterum revixit; unde hodieque plurimos cernimus qui in causis solo naturali instinctu ita sermone callent, ut quae velint quibuslibet facile suadeant, nec tamen regulam doctrinae ullam requirant.» Pubbl. da Docen nei Beiträge zur Geschicte und Literatur di Aretin, VII, p. 283 sgg. Cfr. il testo della retorica sangallense pubblic. da Wackernagel in Zeitschr. f. deutsches Alterthum IV, p. 463-478. Curiosa per la bizzarra sua originalità ed importante per la conoscenza degli studi di retorica in Italia nel sec. XI è la Rhetorimachia di Anselmo, pubblicata da Dümmler (Anselm der Paripateliker, Halle 1872); cfr. Gaspary, Gesch. d. ital. Lit. I, p. 24 sgg.
[392]. «Cum ad rhetoricam suos provehere vellet, id sibi suspectum erat, quod sine locutionum modis, qui in poetis discendi sunt, ad oratoriam artem perveniri non queat. Poetas igitur adhibuit, quibus assuescendos arbitrabatur. Legit itaque ac docuit Maronem et Statium Terentiumque poetas, Iuvenalem quoque ac Persium Horatiumque satiricos, Lucanum etiam historiographum. Quibus assuefactos locutionumque modis compositos, ad rhetoricam transduxit.» Richer. Hist. lib. III, 47.
[393]. Così in un MS. della Bibl. Nazionale di Firenze copiato da Pier Cennini.
[394]. «... e come conteremo per lo innanzi del versificato che fece il grande poeta Virgilio nel tempo che fu Ottaviano imperadore Augusto, figliuolo adottivo di Giulio Cesare; nell'imperio della sua dignitade nacque Cristo glorioso salvatore del mondo: il quale Virgilio si trasse tutto il costrutto dello intendimento della rettorica, e più fece chiara dimostranza, sicchè per lui possiamo dire che l'abbiamo, e conoscere la via della ragione e la etimologia dell'arte di rettorica; imperocchè trasse il grande fascio in piccolo volume e recollo in abbreviamento.» Frate Guidotto, Fiore di rettorica, ap. Nannucci, Manuale ecc. II, p. 118.
[395]. Cfr. Mörner, De Oros. vit. p. 117 sg.
[396]. Cfr. Köpke, Vit. Liudprand. p. 138.
[397]. «amici familiaresque P. Vergili in iis quae de ingenio moribusque eius memoriae tradiderunt.» Gell. XVII, 10.
[398]. Cf. Quintilian. X, 3, 8; Donat. Vit. Verg., p. 58, 5; Ribbeck, Prolegomm. p. 89.
[399]. «et Seneca tradidit, Iulium Montanum poetam solitum dicere involaturum se Vergilio quaedam» etc. Donat. Vit. Verg. p. 61. In ciò che ci rimane di Seneca il vecchio questo luogo non si ritrova.
[400]. «Nisus grammaticus audisse se a senioribus aiebat» etc. Donat. Vit. Verg. p. 64.
[401]. Molta confusione regna fra gli eruditi circa gli scritti che portano il nome di Donato. È d'uopo dunque notare che la maggiore biografia che possediamo appartenne al commento oggi perduto di Elio Claudio Donato, e non fa parte di quello superstite di Tiberio Claudio Donato. A quest'ultimo essa fu attribuita erroneamente da più dotti, quali Fabricio, Gräfenhan (Gesch. d. class. Philol. im Alterth. IV, p, 317) ed altri. Reifferscheid (op. cit., p. 400 sg.) ha provato chiaramente l'erroneità di questa opinione. Ridestando però la controversia L. Valmaggi (La biografia di Virgilio attribuita al grammatico Elio Donato in Riv. di filol. class. 1886 p. 1 sgg.) ha voluto dimostrare con un lavoro d'indagine minuta, che «quella biografia non può essere di Donato e nemmeno può rappresentare l'originale di Svetonio, sibbene essa appartiene ad un anonimo commento alle Bucoliche, una delle cui fonti principali fu il commento perduto di Elio Donato o forse più probabilmente quello di Servio.»
[402]. Delle molte edizioni di questa biografia io adopero e cito costantemente (come già dissi) quella del Reifferscheid che, come di diritto, ha restituito a Svetonio tutta la parte genuina di essa, Svetoni praeter Caesarum libros reliquiae, Lips. 1860, p. 54 sgg. Per la critica e la storia di questa antica biografia è indispensabile consultare l'importante lavoro dell'Hagen, il quale ne ha dato una nuova edizione critica (Scholia Bernensia ad Vergil. Bucol. et Georg. p. 734 sgg.), aggiungendo anche quella parte relativa alla poesia bucolica che nel commento di Donato veniva immediatamente dopo la biografia. Ved. anche Nettleship, Ancient lives of Virgil, Oxford 1879; Beck ad Verg. vit. Svetonian. in Jahrbb. f. Philol. 1886 p. 502 sgg.
Il Wölfflin pubblicò nel Philologus del 1866 (p. 154) la prefazione di Donato, che trovasi premessa alla biografia in un codice parigino coll'indirizzo «Fl. (legg. Ael.) Donatus L. Munatio suo salutem.» L'editore, il Baehr (p. 367) ed altri hanno erroneamente considerato quel testo come una prefazione alla biografia; il che, come nota Baehr, a causa delle parole che in esso s'incontrano «de multis pauca decerpsi» starebbe contro l'idea che questa sia tutta desunta da Svetonio. Ma basta leggere con qualche attenzione quello scritto per accorgersi che esso non è una prefazione alla sola biografia, bensì a tutto il commento. Certamente alle interpretazioni del commento si riferisce ciò che Donato dice della propria opinione mescolata all'altrui (admixto sensu nostro), e non ad altro si possono riferire le parole della fine «si enim haec grammatico, ut aiebas, rudi ac nuper exorto viam monstrant ac manum porrigunt, satis fecimus iussis.»
Da questa prefazione apparisce che tutto quel lavoro di Donato era essenzialmente una compilazione, quantunque ci mettesse anche del suo, come dice egli stesso, e come si rileva anche da Servio. Egli fece come Macrobio nel riferire le idee e i fatti appresi da altri; cioè, senza citare per lo più i nomi, riferì esattamente le parole degli scrittori adoperati: «Agnosces igitur saepe in hoc munere conlatitio sinceram vocem priscae auctoritatis. Cum enim liceret usquequaque nostra interponere, maluimus optima fide, quorum res fuerat eorum etiam verba servare.» Ciò trova la sua applicazione anche nella biografia tolta di peso da Svetonio.
Sui MSS. e sul testo di questa biografia cf. Hagen, op. cit., p. 676 sgg. 683 sgg.
[403]. Notevole e non incredibile è il fatto che viene aggiunto a quella notizia: «quae arbor Vergili ex eo dieta atque etiam consecrata est, summa gravidarum ac fetarum religione et suscipientium ibi et solventium vota.» Donat. Vit. Vergil. p. 55.
[404]. L'Anthologia latina offre qualche epigramma da servire d'epigrafe a ritratti del poeta; n. 158 (R.). È singolare però che in tanta fama non mai interrotta di Virgilio non ci sia giunto un ritratto di lui che possa credersi intieramente fedele. I busti di Virgilio furono, singolarmente nelle biblioteche pubbliche (Cf. Sveton. IV, 34) e private, cosa comunissima nell'antichità, fino agli ultimi tempi della decadenza. Citeremo più sotto una epigrafe del V secolo che si riferisce ad un ritratto di Virgilio. Anche antico è l'uso di ornare i manoscritti virgiliani col ritratto del poeta (cfr. Martial. XIV, 186) e durò sempre fino al risorgimento. Il più antico che possediamo è quello ben conosciuto, che adorna il noto codice romano, riferito da taluni al IV o V sec. Ma presto in queste miniature invalse l'arbitrio, e l'uso di rappresentare uno scrittore qualunque, senza dare un ritratto propriamente detto. Difatti quella miniatura vaticana offre un tipo assai mal determinato e insignificante, quantunque, ripetuto uguale in tre luoghi del volume, possa sembrare una copia barbara di un ritratto tradizionale che già ornava MSS. assai più antichi. Nel medio evo poi e nel risorgimento non si badò punto alla fedeltà, e le numerose imagini del poeta che ornano i manoscritti offrono i tipi più diversi, arbitrari e fantastici. Talvolta il poeta ha la barba, anche gran barba, talvolta non ne ha punta; ha lunga zazzera, non ne ha, o è anche calvo; porta il berretto frigio ecc. Nei molti che ho potuto vedere ho trovato affatto assente ogni unità d'ideale. I numerosi codici di Dante nei quali trovasi rappresentato del tutto arbitrariamente questo poeta, benchè tanto più prossimo e di figura più noto di Virgilio, provano quanto poco si badasse alla somiglianza in quelli ornamenti.
Due miniature che rappresentano Virgilio, una delle quali di Simon Memmi, ha pubblicato Mai in Virgilii Maronis interpret. vet. Mediol. 1818. Quella del cod. rom. fu più volte riprodotta. Su queste miniature e sul busto che conservasi in Mantova ved. Visconti, Icon. rom. p. 385 sgg.; Lasus, Museo di Mantova I, p. 5 sgg.; Carli, Dissert. sopra un antico ritratto di Virgilio, Mantova 1797; Mainardi, Dissert. sopra il busto di Virgilio della R. Accad. di Mantova, Mantova 1833; Raoul Rochette in Journal des Savants, 1834, p. 68 sgg.; Beschreibung von Rom, II, 2, p. 345 sg.; Müller, Handb. d. Archäol. d. Kunst p. 734; de Nolhac, Les peintures des manuscripts de Virgile in Mél. d'arch. et d'hist. de l'École fr. de Rome V (1884) p. 327 tav. XI.
[405]. Intorno a questa breve biografia ristampata anche dal Reifferscheid (Svet. reliq. p. 52 sg.) veggasi quanto nota Steup (De Probis grammaticis, Ien. 1871, p. 120 sgg.), il quale sostiene ch'essa faceva parte del commento di un Valerio Probio iuniore.
[406]. Reifferscheid ha creduto (Svet. reliq. p. 398 sg.) che la biografia che porta il nome di Servio non sia realmente di questo grammatico, e che quella che costui scrisse e trovasi citata da lui stesso nella introduzione alle Bucoliche, sia perduta. Contro questa idea, accettata da Bähr (R. L. p. 366) e da Teuffel (R. L. p. 389) veggansi i buoni argomenti di Hagen (Schol. Bern. p. 682), il quale ci fa sapere che quella biografia Serviana leggesi anche in un MS. bernense del secolo VIII-IX.
[407]. La biografia che porta il nome di Donato trovasi accresciuta di un numero di notizie assurde o prive di ogni carattere d'autenticità in taluni MSS., dei quali i più antichi fino ad ora noti non vanno al di là del sec. XIV (cf. Hagen, Scholl. Bern. p. 680, Roth in Germania IV, p. 285). Scevra affatto da queste interpolazioni trovasi essa in altri manoscritti che risalgono fino al X e al IX secolo. Anche indipendentemente dalla natura delle notizie che riferiscono, queste interpolazioni, per la lingua e per lo stile, sono tali da non lasciar credere ch'esse siano aggiunte fatte da Donato al testo di Svetonio. Nondimeno l'idea di Roth (Germania IV, p. 286 sg.) che esse debbano attribuirsi a qualche dotto napoletano della prima metà del sec. XII, è senza dubbio erronea. Quantunque i MSS. interpolati non differiscano fra loro pel numero e la qualità delle interpolazioni, è chiaro che queste non sono il prodotto di un solo uomo nè di un sol tempo; il contenuto di alcuna di esse trovasi già in Servio, in Cassiodoro, in Aldelmo. Il dotto napoletano avrebbe quindi dovuto fare un'opera di erudito che sorprenderebbe in un uomo del suo tempo. Inoltre il Roth non ha pensato che, per quanto povera cosa siano queste interpolazioni, pure nel loro assieme esse sono assai meno rozze di quello si potrebbe aspettare dalle idee e dalla cultura di uno scrittore della Italia meridionale del sec. XII.
Racconti falsi di varia natura intorno a Virgilio incominciarono ad aver corso assai di buon'ora, ed in parecchie di queste stesse interpolazioni è impossibile non riconoscere aneddoti che andavano attorno per le scuole dei grammatici ai tempi della decadenza; sarebbe del tutto irragionevole credere che tutte le biografie del poeta messe assieme in varie guise, copiando, compendiando, compilando, da tanti grammatici di quell'epoca, rimanessero affatto scevre da aneddoti di questa natura. Io non esito menomamente a credere che Aldelmo e Cassiodoro leggessero già in qualche biografia del poeta quei tali aneddoti ai quali alludono come a cosa ben nota, e che poi ritroviamo fra le interpolazioni della biografia Donatiana, o Svetoniana. Può essere che alla stessa biografia di Svetonio lasciata tal quale da Donato, un qualche altro grammatico, copiandola o abbreviandola, aggiungesse i racconti della scuola. Comunque sia, tutto mi conduce a dover riconoscere nelle interpolazioni che oggi ci rimangono in MSS. poco antichi, un nucleo assai antico, il quale già trovavasi in qualche biografia anteriore al VI secolo, e che poi si è venuto accrescendo nelle varie epoche del medio evo, fino forse al XII secolo, al quale può credersi appartenga uno degli aneddoti aggiunti, diverso per natura dagli altri, del quale parleremo a suo luogo.
[408]. Scholia Bern. p. 996 sgg.
[409]. Evidentemente a questo fatto si riferisce, come una variante, l'esametro «Iuppiter in coelis, Caesar regit omnia terris», a cui trovasi premesso il titolo «Vergilius de Caesare»; Anth. lat. n. 782 (R.). Quantunque questo esametro non trovisi che in codici dei secoli XIV e XV, pure lo credo assai antico. Riese, (Jahrbb. f. Philol. 1869, p. 282) crede (con poco fondamento) di riconoscere una reminiscenza di questo verso nell'Elegia de Nuce, v. 143: «sed neque tolluntur, nec dum regit omnia Caesar, Incolumis» etc.
[410]. Anth. lat. n. 256, 267 (R.).
[411]. «ut est illud: Divisum imperium cum Iove Caesar habet.» Cassiod. De Orthogr. c. 3 (quel capitolo di Cassiodoro è desunto dall'opera di un ignoto grammatico, Curzio Valeriano).
[412]. Aldelmo cita come di Virgilio, «in tetrastichis theatralibus» il verso «Sic vos non vobis mellificatis apes» Aldh. opp. ed. Giles p. 309. Ved. Manitius Aldhelm u. Beda, Wien 1886, p. 27. Quella espressione «in tetrastichis theatralibus» prova che questi versi erano allora soltanto due distici, quali appunto leggonsi nel cod. Salmasiano, nel quale il verso citato è il pentametro del secondo distico. È chiaro del resto, anche per altre ragioni, che gli altri tre pentametri nei quali vien ripetuto in tre variazioni ed anche con rima intrecciata il «sic vos non vobis» sono un'aggiunta posteriore. Essi trovansi però già in codd. del X secolo. I due ultimi mancano in qualche manoscritto di Donizone (XI sec.), che riferisce anch'egli l'aneddoto; Vit. Math. ap. Murator. Scriptor. rer. it. V, p. 360.
[413]. Hagen, (Jahrbb. für Philol. 1869, p. 734) crede che la narrazione con cui quei versi trovansi introdotti nella biografia interpolata non possa essere anteriore al XII secolo. Ma è evidente che i versi son tali da supporre già quella narrazione, la quale è senza dubbio tanto antica quanto essi. Quanto alla forma di questa narrazione, determinarne l'epoca è arduo, ma sicuramente essa non contiene nulla che possa distogliere dal riferirla ad un'epoca del medio evo anteriore al XII secolo. Comunque sia, che i due distici fossero già introdotti in quella biografia virgiliana nell'epoca in cui fu compilato il contenuto del cod. Salmasiano, è cosa di cui non dubito. Questi due epigrammi, e gli altri due 261, 264 (R.) che trovansi così prossimi fra loro in quel codice, e ritrovansi tutti nella biografia, evidentemente sono desunti da questa. Notevole è sotto questo aspetto il n.º 264, che non è altro se non il distico di Properzio «Cedite romani» etc. citato nella biografia. Certamente prima del XII secolo (verso la metà dell'XI) fu scritto il libro Cnutonis regis gesta in cui è citato il «Nocte pluit» etc. come virgiliano.
[414]. Hagen (Jahrbb. f. Philol. 1869, p. 734) ha pensato anch'egli ad una simile spiegazione, salvo che del tutto gratuitamente ha creduto dover richiamare a tal proposito la leggenda popolare del Virgilio mago, che non c'entra per nulla. Quand'egli dice che da questa maniera di versi all'idea del mago non c'era che un passo, ci mostra di non aver studiato questo soggetto colla consueta sua diligenza.
[415]. «Si quotiens peccant homines» etc. Ovid. Trist. II, 33.
[416]. Cicerone morì nel 711 di Roma; le ecloghe non sono certamente anteriori al 713. Cf. Ribbeck, Prolegomm. p. 8 sg. Anacronismi simili non sono rari, ed un altro ne offre qualche MS. che attribuisce a Virgilio le due note elegie, certamente antiche, relative a Mecenate già morto. (Cf. Ribbeck, Appendix Vergil. p. 61, 192 sgg.). Quando Mecenate morì, Virgilio era morto già da undici anni. Però in simili errori già si cadeva facilmente assai prima del medio evo. Marziale, di meno che un secolo discosto dal poeta, dice lestamente: (IV, 14): «Sic forsan tener ausus est Catullus, Magno mittere passerem Maroni,» dimenticando che Catullo morì quando Virgilio non avea più di 16 anni.
[417]. «Dicitur autem (ecloga VI) ingenti favore a Vergilio esse recitata, adeo ut, cum eam postea Cytheris meretrix cantasset in theatro, quam in fine Lycoridem vocat, stupefactus Cicero cuius esset requireret, et cum eum tandem aliquando agnovisset, dixisse dicatur et ad suam et illius laudem: Magnae spes altera Romae; quod iste postea ad Ascanium transtulit, sicut commentatores loquuntur.» Servius ad Ecl. VI, 11.
[418]. Lodare il poeta colle stesse parole sue non era cosa punto insolita; Rustico nella sua lettera a papa Eucherio (sec. V) riferisce il seguente epigramma, da lui letto sotto una imagine di Virgilio nel quale al poeta vengono applicati tre versi dell'Eneide (I, 607 sgg.):
«Vergilium vatem melius sua carmina laudant;
In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae
Lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet,
Semper honos nomenque tuum laudesque manebunt.»
Ved. Sirmond. ad Sidon. p. 34.
[419]. «... ea tuba cum volo loquor quae ubique et diutissime audietur» Donat. Vit. Verg. p. 68.
[420]. «Cui et illud aptari potest quod Vergilius, dum Ennium legeret, a quodam quid faceret inquisitus, respondit: aurum in stercore quaero.» Cassiod. De iustit. div. litt. cap. 1. «Cum is (Maro) aliquando Ennium in manu haberet rogareturque quidnam faceret, respondit se aurum colligere de stercore Ennii.» Donat. Vit. Verg. p. 67.
[421]. «... alii volunt ut a vere Vergilius, quasi vere gliscens idest crescens, sit nominatus. Erat enim magnae philosophiae praeclarissimus praeceptor et multiplex sicuti vernalia incrementa» Hagen, Scholl. bernen. p. 997.
[422]. Ved. Heyne, ad Donat. vit. Vergil. § 22.
[423]. «De eo potest dici illud oratoris: Omne tenet punctum; de quo ait Macrobius: Vergilius nullius disciplinae expers fuit; unde dictum est de eo: Hic est musarum etc....; potest dici illud psalmistae: Omnia quaecumque voluit fecit.» Cod. Marcian. lat. cl. XIII, n.º LVI, col. 2.ª
«Ideo Vergilius proprio nomine vates vel poeta antonomastice nuncupatur, sicut beatus Paulus apostolus, et Aristoteles philosophus.» Ib. col. 3.ª
[424]. «et fuit magnus magicus, multum enim se dedit arti magicae ut patet ex illa ecloga «Pastorum musam Damonis et Alphesiboei» col. 8.ª; «ex faucibus sanguinem spuebat sed per medicinam se sanabat, erat enim magnus medicus et astrologus» col. 13.ª
[425]. Formosam etc... «Tropice ad Maronem hoc dicitur docentem in Roma artem poeticam. Amaryllis Romam allegorice significat.» Hagen, Scholl. bern. p. 1000.
| Omerus waes, | Omero era, |
| east mid Crecum, | in oriente fra i Greci, |
| on thaem leod-scipe | in quella nazione |
| leotha craeftgast, | il più abile de' poeti, |
| Firgilies | di Virgilio |
| freond and lareow, | amico e maestro, |
| thaem maeran sceope | di quel grande bardo |
| magistra betst. | il miglior de' maestri. |
Metres of Boeth. ed. Fox p. 137. Questa versione metrica di Boezio è attribuita a re Alfredo, ma a torto, come prova Wright, Biogr. brit. lit.; Anglo-sax. period, p. 56 sg. 400 sgg.
[427]. «legimus vero, quod Sibylla decem eclogas Vergilii in senatu saltavit.» Pasch. Rathb. in Matth. Ev. c. 35; in Bibl. max. vett. patr. XIV, p. 130.
[428]. «Vergilius igitur repatrians, dulcibus Athenis relictis etc. etc. Sed quid? Rara fides ideo est quia multi multa loquuntur. Hoc adiicio quia postquam librum Vergili De culice inspexi, alium esse tenorem relationis adverti. Ut enim refert Vergilius, pastor quidam» etc. Alex. Neckam, De naturis rerum (ed. Wright, Lond. 1863), cap. 109, p, 190 sg.
[429]. «ab Augusto usque ad sestertium centies honestatus est.» Pror. Vit. Vergil. (ap. Reiffersch. Sveton. etc. p. 53).
[430]. «et constat hunc librum tanta pronuntiatione Augusto et Octaviae esse recitatum, ut fletu nimio imperarent silentium, nisi Vergilius finem esse dixisset, qui pro hoc aere gravi donatus est.» Servius, ad Aen. VI, 862. Cfr. Mommsen, Geschichte des römischen Münzwesen, p. 303.
[431]. «... defecisse fertur (Octavia), atque aegre focillata dena sestertia pro singulo versu Vergilio dari iussit.» Donat. Verg. vit. p. 62.
«Liber cum rebus, Maro, cunctis esto diebus
Et de thesauro Iulii sis dives in auro.
Certe pro duobus carminibus a Iulio Caesare est honoratus duplici honore Vergilius.» Ad Henric. IV imp.; Lib. I, 30. (Ap Pertz, XIII, p. 610).
[433]. Vit. Mathild., ap. Muratori, Scriptorr. rer. it. V, p. 360.
[434]. «Nam si Virgilius, maximus poetarum, apud Octavianum imperatorem tantum promeruit ut pro duobus quos ad laudem sui ediderat versibus, Neapolis civitatis, simulque Calabriae dominatus caducam ab eo receperit retributionem, multo melius etc.» Alloq. ad reg. Roger. ap. Muratori, Scriptorr. rer. it. V, p. 644. A questa munificenza di Augusto verso Virgilio allude anche Guglielmo Pugliese nella chiusa del suo poema:
«Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;
mente tibi laeta studuit parere poeta;
semper et auctores hilares meruere datores.
Tu, duce romano dux dignior Octaviano,
sis mihi, quaeso, boni spes, ut fuit ille Maroni.»
Ap. Muratori, Script. rer. it. V, p. 278.
[435]. Essa è fondata sulla biografia di Svetonio, letta presso Donato; le poche discrepanze sono di nessun momento. Cf. Reifferscheid, Sveton. praet. Caes. reliqq. p. 403 sg., il quale ha accolto nel suo libro anche questo testo (p. 68 sgg.), stampato in molte raccolte e per ultimo nell'Anth. lat. del Riese n.º 671.
«Iugera perdiderat miserae vicina Cremonae
flebat et abductas Tityrus aeger oves;
Risit Tuscus eques paupertatemque malignam
reppulit et celeri iussit abire fuga»
Mart. VIII, 56.
[437]. Sidon. Carm. III, IV; Auct. panegyr. Pison. v. 217 sgg. Cf. Haupt in Hermes III, p. 212.
[438]. Pubblicata dall'Usener in Rh. Mus. XXII, p. 628 da un codice sangallense del sec. X nel quale quella composizione porta il titolo Maro Maecenati salutem. Essa leggesi anche in altri codici, ma senza quel titolo. Il Riese l'ha accolta nella sua Anth. lat. n.º 686. (Cf. vol. I, p. 2, p. XXIII). Nè l'Usener nè il Riese si sono accorti del vero soggetto di questa poesia, ma hanno creduto riconoscere in essa un carme lamentevole sulle tristi condizioni dell'Italia occupata dai barbari. — Donizone, nella disputa fra Mantova e Canossa, discorre anch'egli a lungo di questo fatto della vita virgiliana, con qualche particolarità che non è nella biografia. Vit. Mathild. ap. Muratori, Scriptor. rer. it. V, p. 360.
«Tristia fata tui dum fles in Daphnide Flacci
Docte Maro, fratrem dis immortalibus aequas»
Anth. lat. n.º 778 (R.).
[440]. «Iusserat haec rapidis» etc. Donat. Vit. Verg. p. 63, riferiti nelle varie edizioni dell'Anth. lat. Tre distici diversi, ma di egual significato, trovansi premessi agli argomenti in versi dei libri dell'Eneide, che portano il nome dello stesso Sulpicio. L. Müller (Rh. Mus. XIX, p. 120) crede con ragione che i distici originali siano quelli riferiti nella biografia.
[441]. «Temporibus laetis» etc. Anth. lat. n.º 242 (R.). Le più antiche edizioni di Virgilio ed anche alcuni MSS. attribuiscono questi versi a Cornelio Gallo. In un cod. vaticano (n.º 1586) del sec. XV leggesi: «Egerat Vergilius cum Varrone (vuol dire Vario) ante quam de Italia recessisset, ut si quid sibi accideret, Aeneidam combureret, quod adimplere volens et Cornelius Gallus hoc sentiens, Caesari pro parte Romanorum et totius orbis supplicavit ne combureretur, in hunc modum videlicet: Temporibus laetis etc.»
[442]. Anth. lat. n.º 672 (R.). Questa declamazione in versi fu celebre e qualcuno, anche dei moderni, la citò sul serio come cosa d'Augusto. Di una antica imitazione di essa non rimane che la chiusa («Nescio quid, fugiente anima» etc.), Auth. lat. n.º 655 (R.). Notiamo, per saggio dell'enfasi l'ultimo verso, in cui Augusto dice di Virgilio:
«aeterna resonante Camoena
Laudetur, placeat, vivat, relegatur, ametur!»
[443]. Donat. Vit. Verg. p. 58; Anth. lat. n.º 261 (R.). L'epitafio del vescovo Mamerto, in cui si riconosce una reminiscenza del primo verso di quell'epigramma, prova che esso era ben noto alla fine del secolo IV; cf. L. Müller in Jahrbb. für Philol. (1866) p. 865. Anche in un distico (v. 43 sg.) dell'Elegia de Nuce il Riese ha notato una reminiscenza del secondo verso del distico virgiliano, deducendone però conseguenze illegittime sull'età di quella elegia. L'epigramma contro Balista rimase notissimo nella decadenza e nel medio evo, indipendentemente dal Liber epigrammaton di Virgilio, a cui forse appartenne.
[444]. In due di queste imitazioni il distico è compendiato in un verso; Phoc. Vit. Verg. v. 15 sgg.
[445]. Cfr. su questi poeti Schenkl, Zur Kritik späterer lateinischen Dichter (Sitzungsbericht. der Wien. Akad. 1863, Iuni), p. 52 sgg.
[446]. Ved., per es., gli esercizi sui quattro versi d'Ovidio relativi alle quattro stagioni. (Metam. II, 27 sgg.), n.º 566 sgg. (R.).
[447]. «Mantua me genuit» etc. Donat. Vit. Verg. p. 63. Imitato trovasi già questo distico in un verso dell'epitafio composto da un grammatico in onore di Lucano: «Corduba me genuit, rapuit Nero, praelia dixi» il quale trovasi già citato da Aldelmo (VII sec.): cf. L. Müller in Jahrbb. f. Philol. XCV (1867) p. 500; Usener, Scholia in Lucani Bellum civile, p. 6.
[448]. Anth. lat. n.º 507-518, n.º 555-566 (R.).
[449]. Vedi intorno a questi L. Müller, Ueber poetische Argumente zu Virgils Werken in Rhein. mus. XIX, p. 114 sgg.
[450]. Anth. lat. n.º 2 (R.), da codici del IX sec.; cfr. anche Ribbeck Prolegg. p. 379.
[451]. Anth. lat. n.º 1, 634, 654, 591, 653, 874.
[452]. Anth. lat. n.º 717 (R.).
[453]. Anth. lat. n.º 1 (R.); Ribbeck, Prolegomm. p. 369 sgg.; L. Müller, op. cit., p. 115 sgg., il quale con ragione opina che possano essere opera di un africano del V o VI secolo.
[454]. Anth. lat. (R.) n.º 713 (Virgilio e Omero); l'epigramma n.º 777 «Vate Syracosio» etc. (Virgilio, Teocrito, Esiodo, Omero) era forse premesso a qualche raccolta delle poesie minori e giovanili di Virgilio (cf. L. Müller in Jahrbb. f. Philol. 1867, p. 803 sg.). Non credo sia stato avvertito da altri che l'epigramma n.º 788: «Maeonium quisquis romanus nescit Homerum, Me legat et lectum credat utrumque sibi» è fatto evidentemente sullo stampo del primo distico dell'Ars amatoria: «Si quis in hoc artem populo non novit amandi, Me legat et lecto carmine doctus amet.» Generalmente la notizia di quei tre autori imitati da Virgilio era sempre premessa dai grammatici alle esposizioni, come si rileva da tutti i commenti e dalle biografie a questi premesse.
Come Virgilio è posto a raffronto di Omero, così Lucano è paragonato a Virgilio nell'epigr. 233 (cf. Schmitz e L. Müller in Jahrbb. f. Philol. 1867, p. 799). Al medio evo inoltrato appartiene l'epigramma su Virgilio n.º 855 (Meyer), perciò escluso da Riese: «Alter Homerus ero vel eodem maior Homero, Tot clades numero dicere si potero.» Questi due versi che in realtà non hanno che fare con Virgilio, fanno parte di una poesia medievale sulla caduta di Troia; Cfr. Du Méril, Poésies popul. lat. ant. au XII sièc. p. 313.
«De numero vatum si quis seponat Homerum,
Proximus a primo tunc Maro primus erit.
At si post primum Maro seponatur Homerum,
Longe erit a primo, quisque secundus erit.»
Epigramma attribuito ad Alcimo Avito; Anth. lat. n.º 740 (R.). Cf. Quintilian. X, 1, 86 e la p. 27 del presente volume.
«Qui modica pelagum transcurris lintre Maronis
Bis senos Scyllae vulgo cave scopulos.
Sed si more cupis nautae contingere portum
Carbasus ut Zephyris desine detur ovans;
Tumque satis lustra reliquos ope remigis amnes;
Sic demum cymbam portus habebit opis.»
Pubbl. da L. Müller da un codice del sec. X-XI, Rheinisches Museum XXIII, p. 657; Riese, Anth. lat. n. 788. Forse i 12 scogli sono i 12 luoghi inesplicabili di cui abbiam detto sopra p. 76 sg.
[457]. Ved. i n.i 46 (de Turno et Pallante), 77 (de Niso et Euryalo) 99 (de Laoconte), 924 (in Aeneam) dell'Anth. lat. (R.).
[458]. Anth. lat. (R.) n.º 255, 223 (attribuito a Coronato) 244. Lo stesso tema del n.º 223 trovasi trattato in prosa in una declamazione di Ennodio (Dist. 28.º, Verba Didonis etc.). Si veggano, per farsi un'idea di queste declamazioni versificate, anche all'infuori dei temi virgiliani, i n.i 128 e 23, quest'ultimo singolarmente.
[459]. Anth. lat. n.º 83 (R.).
[460]. Du Méril, Poésies populaires latines antérieures au XII siècle, p. 309 sgg. Su di una riduzione medievale dell'Eneide in distici ved. Hagen in N. Jahrbb. f. Philol. CXI, 10, p. 696 sgg.
[461]. Zappert (op. cit. not. 53, p. 20 sgg.) ha riunito un gran numero di esempi di reminiscenze virgiliane che si trovano in numerose poesie latine del medio evo dal V al XII secolo. Questa raccolta non è che un piccolo saggio, nè dà una idea adeguata della cosa; una simile potrebbe farsene per Ovidio e anche per altri poeti antichi. Una disamina completa ed esatta degli elementi virgiliani nelle poesie latine del medio evo sarebbe intrapresa colossale e non farebbe che confermare ciò che già risulta evidente da fatti fondamentali di cui quello non è che una necessaria conseguenza.
[462]. Senza successo ha tentato un'apologia della poesia latina medievale Leyser, De ficta medii aevi barbarie, imprimis circa poesiam latinam. Helmst. 1719. Con qualche miglior fondamento ha scritto nello stesso senso Wright il suo saggio: On the anglo-latin poets of the twelfth century (nei suoi Essays on subjects connected with the literature, popular superstitions and history of England in the middle ages. Vol. I, p. 176-217). Ma quanto si può concedere si riduce a ben poche e mediocri eccezioni. Cfr. anche Baeher, Geschichte d. röm. Literatur im Karolingischen Zeitalter, cap. II; Ebert, Allgem. Gesch. d. Litt. d. Mittelalters im Abendlande. Leipz. 1874-87.
[463]. Veggasi la storia notevole di questa fusione di elementi eterogenei, nella dotta opera di Piper, Mythologie der christlichen Kunst, von der ältesten Zeit bis in's sechszehnte Jahrhundert. Weimar, 1847-51.
«Sed stylus ethnicus atque poeticus abiiciendus;
Dant sibi turpiter oscula Iupiter et schola Christi.»
Bernard. Morlan. De contempt. p. 86.
«Vix muttire queo, mutum, precor, os aperito,
Ipse docens asinam quae doceat Balaam.»
Heriger, (saec. X) Gest. Episc. Leodiens. ap. Pertz, Mon. Germ. IX, 107; Cfr. i luoghi di Paolino Nolano, Sigeberto e d'altri riferiti da Zappert, op. cit., not. 61.
[466]. Ben poche eccezioni a questo ch'io dico possono trovarsi nei vari lavori che più dotti hanno consecrati agli studi greci del medio evo. Veggansi: Cramer, De Graecis medii aevi studiis, Sundiae 1849-1853; Le Glay, Sur l'étude du grec dans les Pays-Bas avant le quinzième siècle, Cambrai, 1828; Egger, L'Hellenisme en France, Paris, 1869; Young, On the history of Greek Literature in England from the earliest times to the end of the reign of James the first, Cambridge, 1862; Warton, On the introduction of learning in England, nel I.º vol. della sua History of english poetry. London, 1840, p. LXXXII sgg.; Gradenigo, Intorno agli italiani che dal secolo XI infin verso la fine del XIV seppero di Greco, in Miscellanea di varie operette. Tom. VIII, Venezia 1744; Tougard, L'hellénisme dans les écrivains du moyen-âge du VII au XII siècle, Paris, 1886; Traube Philol. Unters. aus d. Mittelalt. (Abhandlgn d. bayer. Ak. d. Wiss. XIX, 2), München 1891, p. 52 sgg. 65. Una storia degli studi greci nell'Italia medievale è lavoro che rimane ancora da fare e che presenterebbe un interesse tutto speciale, benchè le influenze esercitate in talune nostre provincie sulla cultura dalla dominazione bizantina fossero in realtà assai minori di quello alla prima sembrerebbe doversi credere.
[467]. Ugone da Trimberg (XIII sec.) colloca questo Omero latino dopo Stazio e ne dice la ragione, che prova appunto la niuna conoscenza diretta di Omero in occidente nel medio evo:
«Sequitur in ordine Statium Homerus
qui nunc usitatus est, sed non ille verus
nam ille Graecus extitit graeceque scribebat,
sequentemque Vergilium Aeneidos habebat,
qui principalis extitit poeta latinorum;
sic et Homerus claruit in studiis Graecorum.
Hic itaque Vergilium praecedere deberet,
si latine quispiam hunc editum haberet.
Sed apud Graecos remanens nondum est translatus;
hinc minori locus est hic Homero datus,
quem Pindarus philosophus fertur transtulisse
Latinisque doctoribus in metrum convertisse.»
Ved. Haupt, in Monatsschrift d. Berl. Akad. 1854, p. 147; cfr. L. Müller, Homerus latinus in Philologus XV, p. 475 sgg. ed in Rheinisches Museum für Philolog. N. F., XXIV, p. 492 sg. Döring, Ueber d. Homerus Latinas, Strassb. 1884.
Generalmente quando gli scrittori del medio evo parlano di un Omero allora letto e conosciuto, va inteso di questo Omero latino. Se a ciò avesse badato Wright non avrebbe detto (Biograph. Brit. lit. I, p. 40) che Omero fu letto nelle scuole d'occidente fino al XIII secolo, il che è un grosso errore.
[468]. «Sciamus tamen non in solis litteris positam esse prudentiam, sed sapientiam dare Deum unicuique prout vult... si tamen, divina gratia suffragante, notitia ipsarum rerum sobrie ac rationabiliter inquiratur, non ut in ipsis habeamus spem provectus nostri, sed per ipsa transeuntes desideremus nobis a Patre luminum proficuam salutaremque sapientiam debere concedi.» Cassiod. Instit. div. c. 28.
[469]. «Studiis saecularibus nimium deditus» Anon. Zwettling; cf. Hock, Gerbertus, c. 13.
[470]. «Cum studia saecularium litterarum magno desiderio fervere cognoscerem, ita ut magna pars hominum per ipsa se mundi prudentiam crederei adipisci, gravissimo sum, fateor, dolore permotus, quod scripturis divinis magistri publici deessent, cum mundani auctores celeberrima procul dubio traditione pollerent.» Cassiod. Praef. ad Div. inst.; «Unde miror satis quod non velint mystica Dei sacramenta ea diligentia perscrutari qua tragoediarum naenias et poetarum figmenta sudantes cupiunt investigare labore.» Paschas. Radbert. (IX sec.), in Math. p. 411 sg. (Bibl. Patr. max. XIV); «Alii autem studiis incitati carminum ad naeniarum garrulitates alta divertunt ingenia, famam autem veritatis ergo, Dei sanctorum memorando gesta.... fabulis delectati, non pavent subcludere.» Gumpold. ap. Pertz, Mon. Germ. hist. IV, 213; «Cumque gentilium figmenta, sive deliramenta cum omni studio videamus.... in gymnasiis et scholis publice celebrata et cum laude recitata, dignum duximus ut sanctorum dicta et facta describantur, et descripta ad laudem et honorem Christi referantur.» Hist. Eliensis ap. Gale, Scriptores hist. brit. p. 463.
[471]. «Poetica carmina gentilia quae in iuventute didicerat respuit, nec legere, nec audire, nec docere voluit.» Thegan. Vit. Ludov. Pii, § 19.
[472]. «Finis consummationis imperii romani fuit tempore Octaviani imperatoris: ante quem et post quem sub nullo imperatore romanum imperium ad tantum culmen pervenit: cuius anno 42 dominus noster J. C. natus fuit, toto orbe romano sub uno principe pacato; ad significandum quod ille rex coeli et terrae natus esset in mundo qui coelestia et terrestria ad invicem concordaret.» Engelbert. Admont., De ortu et fine rom. imp. 20. Questa idea è ripetuta tanto costantemente da tutti i cronisti del medio evo che possiamo dispensarci dal riferirne qui altri esempi. Veggansi sulle idee e le leggende cristiane relative ad Augusto i numerosi luoghi di scrittori medievali raccolti da Massmann, Kaiserchronik III, p. 547 sgg. Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo I, p. 308-331.
[473]. Così, fra i tanti, in uno scritto speciale Lasaulx, Zur Philosophie der röm. Geschichte, München 1861 (Atti dell'Acc. di Baviera) lavoro utile a consultarsi per la storia di quella opinione, che la scienza deve rigettare, ma non può sopprimere.
[474]. οί μὲν γὰρ ἐπὶ τῆς οἰκουμένης πάντες εἰσὶ ̔Ρωμαῖοι... σίχα γὰρ θεοῦ συστῆναι τηλικαύτην ἡγεμονίαν ἀδύνατον. Fl. Joseph. B. I. 2, 16, 4.
[475]. Fra le molte espressioni di tale idea che si trovano negli scrittori latini rammentiamo qui le parole che Livio (I, 16) attribuisce a Romolo: «abi nuncia Romanis, Coelestes ita velle, ut mea Roma caput orbis terrarum sit: proinde rem militarem colant, sciantque et ita posteris tradant, nullas spes humanas armis romanis resistere posse. Haec locutus sublimis abiit.»
[476]. «Romanam urbem Deus praeviderat christiani populi principalem sedem futuram.» Thomas Aquin. De regim. princ. I, 14. Cfr. Dante Inf. 2, 19, e così mille altri.
[477]. Sul lungo dominio di questa idea e la sua gravissima storia veggasi il bel libro, più volte ristampato dal 1866 fino al 1892 di I. Bryce The holy roman Empire.
[478]. Veggansi intorno a ciò e intorno all'uso storico che si fece del famoso sogno di Daniele, o di Nabuchadnezar, gli appunti numerosi posti insieme da Massmann, Kaiserchronik III, p. 356-364.
[479]. «Urbs aquensis, urbs regalis, Sedes regni principalis, Prima regum curia» cfr. Bryce The holy roman Empire (ed. 1892) p. 72, 318.
[480]. «Auditoribus usus erat lacialiter fari neque ausus est quisquam coram magistro lingua barbara loqui.» Bruno, Vit. S. Adalberti, 5 (ap. Pertz, Scriptor. rer. Germ. IV, p. 577). È comunissimo negli scrittori non latini del medio evo il chiamar sè stessi e la loro lingua barbari. Possono bastare a dar saggio di ciò i luoghi notati sotto la parola barbarus negli indici dei vari volumi degli Scriptt. rer. Germ. Veggasi anche la nostra nota a p. 163.
[481]. La storia vasta e complicata di Roma medievale è un tema entusiasmante egualmente pel credente e pel libero pensatore. Gibbon, Papencordt, Gregorovius, Reumont l'hanno studiata in sensi diversi, e singolarmente i due ultimi, con forte espansione dei vari ma egualmente grandi e vivi sentimenti ch'essa ispira. Gregorovius nella sua opera compìta con grande larghezza di piano e di vedute, si è mostrato, qual'era, dotto e poeta insieme, facendone un libro di attraente lettura anche per gli estranei alla scienza. Ma il fascino che Roma esercitò sulle menti e le fantasie medievali da niuno fu così largamente e vivamente narrato e descritto come da Arturo Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino (Loescher) 1882-3.
[482]. Cfr. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters p. 66; Bergmann, La fascination de Gulfi p. 27 sg. e Reiffenberg, Chron. rimée de Philippes Mouskes, I, p. CCXXXVI, il quale annovera anche alcuni moderni che han preso sul serio queste fole del medio evo. Ved. anche Roth, Die Trojasage der Franken nella Germania di Pfeiffer I, 34 e sullo stesso tema Zarncke in Sitzungsber. d. sächs. Ges. d. Wiss. 1868, p. 257 sgg. 284; Braun, Die Trojaner am Rhein, Bonn 1856; Creuzenach, Die Aeneis etc. im Mittelalter p. 26 sgg.; G. Paris, Historia Daretis Frigii de origine Francorum in Romania III, p. 129 sgg.; Büchner, Les Troyens en Angleterre, Caen 1867; Graf, Roma etc. I, p. 22 sgg.; Rydberg, Undersökningar i germansk Mythologi (Stockholm) I, p. 24 sgg.
[483]. Cfr. Dunger, Die Sage vom trojanischen Kriege in den Bearbeitungen des Mittelalters und ihren antiken Quellen (Leipz. 1869), p. 19.
[484]. «Ille (Homerus) in laudem Graecorum, hic autem (Vergilius) in gloriam Romanorum conscripsit.» Vergil. vit. (IX sec.) presso Hagen, Scholl. bern. p. 997. Altri si esprimono diversamente, considerandolo come il cantore di Ottaviano, nel quale sta il culmine della grandezza romana per gli uomini del medio evo: «Aeneida conscriptam a Vergilio quis poterit infitiari ubique laudibus respondere Octaviani; cum paene nihil aut plane parum eius mentio videatur nominatim interseri?» Cnutonis regis gesta (XI sec.) argum.
[485]. Col ridestarsi dell'attività del laicato nascono fra le due classi antagonismi ed antipatie, che talvolta trovansi espresse con parole violente. Una iscrizione che leggesi nella chiesa di S. Martino in Worms, dice:
«Cum mare siccatur et daemon ad astra levatur
Tunc primo laicus fit clero fidus amicus.»
[486]. Ved. Specht, Gesch. d. Unterrichtswes. in Deutschl. p. 26.
[487]. Ved. Büdinger, Von den Anfängen des Schulzwangs, Zürich, 1865, p. 17.
[488]. Specht, op. cit. p. 29.
[489]. Cfr. Scherer, Ueber d. Ursprung d. deutschen Litteratur, Berl. 1864 e Wattenbach Deutschl. Geschichtsquell. (6ª ed.) I, p. 151 sg.
[490]. Tommaso da Capua (sec. XII-XIII) distingue, nella Summa dictaminis (ap. Hahn, Coll. mon. I, 280) tre sorta di dictamen: «prosaicum ut Cassiodori, metricum ut Vergili, ritmicum ut Primatis.» Su questo Primate che credesi sia il Primasso del nostro Boccaccio (Decam. I, 7) ved. Grimm, Kl. Schrift. III, p. 41 sgg. e P. Meyer, Documents manuscrits de l'anc. litt. de la France conservés dans les bibl. de la Gr. Bret. I, p. 16 sgg. Salimbene, Cronica, p. 41 sgg. e Straccali, I Goliardi, Firenze 1888, p. 72 sgg.
[491]. Un goliardo scrive:
«Aestimetur autem laicus ut brutus,
Nam ad artem surdus est et mutus.»
Un altro:
«Literatos convocat decus virginale,
Laicorum execrat pectus bestiale.»
Cfr. Hubatsch, Die lateinischen Vagantenlieder des Mittelalters (Görlitz, 1870), p. 22.
[492]. È la tesi di Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos primis medii aevi saeculis. Berl. 1845. Cfr. anche Burckhardt, Die Cultur die Renaissance in Italien, p. 173 sgg.
[493]. Sulla cultura letteraria e la poesia latina in Italia nei secoli X, XI e XII ved. Ronca, Cultura medievale e poesia latina in Italia ecc. Roma 1892.
[494]. Cfr. su di ciò quanto nota anche Wolf, Ueber di Lais, Sequenzen und Leiche, p. 112 e 223 sg.
[495]. Questo non posso invero molto ricisamente affermare, poichè troppo poco furono fino ad oggi esplorate le nostre biblioteche per questa sorta di monumenti letterari de' quali i nostri dotti non pare abbiano inteso l'importanza. Delle poesie latine dei Goliardi fin qui pubblicate, pochissime dan segno di provenienza italiana; l'idea che il principale e migliore autore di quella maniera di composizioni sia italiano è accolta da Burckhardt (Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 174 sg.) con troppa facilità. Per ora i MSS. conosciuti di queste poesie appartengono a biblioteche non italiane. In appoggio della tesi contraria Bartoli (I precursori del rinascimento, Firenze 1877, p. 71 sg.) addita qualche MS. di biblioteche nostre; ma contro di lui ved. Straccali, I Goliardi, Firenze 1880, p. 54 sgg.; cfr. anche Wattenbach Deutschl. Geschichtsquell. (6ª ed.) I, p. 477. — Anche indipendentemente dai Goliardi, in epoche del medio evo anteriori a questi, l'Italia apparisce in ciò assai men ricca di altre nazioni, come può vedersi nella raccolta di Du Méril, Poésies populaires latines du moyen age. Paris, 1847.
[496]. Cfr. Bartsch, Zu Dante's Poetik in Jahrbuch der deutsch. Dantegesellschaft III, p. 303 sgg.
[497]. L'esigenza dell'istinto artistico prevalente fra noi era grande per questo lato; tutto essendo rimesso al gusto individuale, e l'uso letterario non essendo ancora arrivato a norme fisse e nettamente formulate, i minori ingegni trovavansi talvolta più imbarazzati nello scriver volgare che nello scriver latino. Fra gli altri sono notevole esempio di questo ch'io dico, le parole che leggonsi in un codice senese del Fior di Virtù: «Poichè de' vocaboli volgari sono molto ignorante, però che io gli ho poco studiati; anche perchè le cose spirituali, oltre non si possono sì propriamente esprimere per paravole volgari come si sprimono per latino e per grammatica, per la penuria dei vocaboli volgari. E perciò che ogni contrada, et ogni terra ha i suoi propri vocaboli volgari diversi da quelli de l'altre terre et contrade; ma la grammatica et latino non è così, perchè è uno apo tutti e latini. Però vi prego che mi perdoniate se non vi dichiaro perfettamente le sententie et le verità di questo libro.» ap. De Angelis, Capitoli dei Disciplinati ecc. (Siena, 1818) p. 175. C'era dunque un gusto imperioso a cui doveva chiedere scusa chi non si sentiva forte abbastanza per soddisfarlo. Il latino, comunque grosso, era grammatica, come lo chiamavano allora in Italia e altrove; avea regole ed uso più determinati, e minori per esso erano le esigenze artistiche. Pare impossibile che il Porr, il quale ha capito tante cose, non abbia capito la ragione semplicissima di quest'uso medievale della parola grammatica; ved. Zeitschr. f. vergl. Sprachforsch. I. p. 313.
[498]. «Questo (volgare) sarà quel pane orzato del quale si satolleranno migliaia e a me ne soverchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e oscurità, per lo usato sole che a loro non luce.» Convito, I, 13. Dinanzi a questa profonda, miracolosa divinazione di quell'erculeo intelletto, quanto ridicolamente meschino appare il sussiego aristocratico con cui disprezzano il volgare i perrucconi dell'epoca, e quanto paiono bambini quegli amici di Dante che, come Giovanni del Virgilio (Carm. v. 15) lo consigliavano a scrivere in latino il suo poema perchè «clerus vulgaria temnit!»
[499]. Con poche parole, ma con giustissime vedute, confronta per questo lato Dante e Raimondo Lullo l'Erdmann, Grundriss der Gesch. d. Philosoph. I, p. 367 (2.ª ediz.).
[500]. Abelardo confessa chiaramente di citare luoghi classici di seconda mano (Op. p. 1045): «quae enim superius ex philosophis collegi testimonia, non ex eorum scriptis, quorum pauca novi, imo ex libris Sanctorum Patrum collegi.»
[501]. Dei rapporti di Dante col risorgimento troppo di volo han toccato il Burckhardt (Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 199 sg.) e il Voigt (Die Wiederbelebung des classischen Humanismus, p. 9 sgg.); più ne ha detto il Wegele (Dante Alighieri's Leben etc. p. 568 sgg.) e lo Schück nel lavoro speciale che sotto citeremo.
[502]. Che Dante non sapesse il greco è cosa evidente per chiunque sappia il greco e allo studio di Dante abbia unito quello della cultura e del sapere medievale. Nondimeno su Dante se ne dovevan dire d'ogni sorta. Il Cavedoni ha notato per chi nol sapeva quel che intorno a ciò si deve pensare, nelle sue Osservazioni critiche intorno alla questione se Dante sapesse il greco. Modena 1860. Ved. anche lo scritto di Schück citato qui appresso.
[503]. Intorno agli studi classici di Dante veggasi il lavoro di Schück, Dante's classische Studien und Brunetto Latini in Neue Jahrbb. f. Philol. und Paedag. 1865, 2.º Abth. p. 253-289.
[504]. Parlando del Lelio di Cicerone dice: «E avvegnacchè duro mi fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tant'entro quanto l'arte di grammatica ch'io avea e un poco di mio ingegno potea fare.» Convito II, 13.
[505]. Singolari sono, fra le altre, le idee ch'egli ha sulla Comedia e la Tragedia. Non risulta da alcun suo scritto ch'ei conoscesse Plauto, Terenzio e Seneca tragico, pur noti nel medio evo. Il luogo di Terenzio a cui si riferisce Inf. XVIII, 133, senza dubbio è desunto dal Lelio di Cicerone.
[506]. Convito II, 1; IV, 25, 27, 28.
[507]. Parlando di un detto di Giovenale: «e in questo (con reverenzia il dico) mi discordo dal poeta.» Convito IV, 29.
[508]. Una delle grandi autorità della scuola grammaticale di quel tempo, Eberhardo da Bethune nel suo Laborintus segna questi poeti fra gli altri da farsi leggere ai giovani nelle scuole. (Tractat. III De versificatione). Un'altra grande autorità di simil genere e di quell'epoca, Alessandro da Villedieu invita piuttosto alla lettura di poeti o versificatori cristiani (principalmente delle cose sue), distogliendo dal leggere gli antichi. Cfr. Thurot, op. cit. p. 98.
[509]. Scartazzini (Dante Alighieri, seine Zeit etc. Biel 1869, p. 232 sgg. e Zu Dante's innere Entwicklungsgeschischte in Jahrb. d. deutsch. Dantegesellesch. III, 19 sgg.) sostiene, fondandosi principalmente sull'ultimo canto del Purgatorio, che in certa epoca della vita del poeta il dubbio s'introducesse nell'animo suo, e gravi oscillazioni si determinassero nella sua coscienza, senza però ch'ei giungesse mai ad una negazione o ad essere scettico o indifferente. Neppur io ho mai potuto convincermi che una mente tale a cui fu dato vedere tanto al di là delle menti contemporanee, non avesse dei momenti di dubbio, e non sentisse, almeno momentaneamente, il debole della credenza cristiana. Ma ciò in ogni caso non poteva avvenire che per fatto d'impulsi istintivi e passeggeri, poichè era del tutto impossibile allora andar più oltre in tal materia, formulando per via dialettica e con quieta coscienza una ferma negazione. La mente la più robusta mancava del punto d'appoggio per usare la sua potenza a sollevare, nell'indagine del vero, la plumbea cortina dell'idea religiosa. La filosofia dell'esperienza non era nata.
[510]. Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il Fauriel (Dante et les origines de la langue et de la litt. ital. II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto il Piper nella sua opera Mythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.
[511]. «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.» De vulg. eloq. I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.
[512]. «... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri» Convito I, 11.
[513]. I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf. XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinus pare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr. Schück, op. cit. p. 272 sgg.
[514]. Virgilio gli dice:
«................ e così canta
L'alta mia tragedia in alcun loco;
Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»
Inf. XX, 112.
[515]. Purg. XXI, 94.
[516]. Pare incredibile che Heeren abbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte». Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt. I, p. 320.
[517]. Witte ha voluto riferire queste parole al De Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomenta Wegele (Dante Alighieri p. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lo stile di cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.
[518]. A questo condurrebbe quanto sostiene il Perez nelle pagine (La Beatrice svelata p. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.
[519]. Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (Inf. X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr. Perez, op. cit. p. 382 sg. e meglio D'Ovidio nel Propugnatore III, 2 p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intende Finzi (Saggi danteschi, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.
[520]. Ved. Inf. I, 67 sgg. Purg. III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.
[521]. Purg. XVIII, 46 sgg.
[522]. Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citare Guido da Pisa nel narrare i fatti di Enea.
[523]. Parad. XXV, 7 sgg.
[524]. Purg. II, 106 sgg.
[525]. «... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.» Convito IV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmente Convito IV, 6.
[526]. La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è il Fabliau intitolato La bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:
«Aristote, qui fu a piè
Si fist chéoir Gramaire enverse.
Lors i a point mesire Perse,
Dant Juvenal et dant Orasce,
Virgile, Lucain et Etasce,
Et Sédule, Propre, Prudence,
Aratur, Omer et Térence:
Tuit chaplèrent sor Aristote
Qui fu fers com chastel sor mote.»
Ved. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf, II, p. 426. Propre non è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.
[527]. Ved. Lambertus de Monte, Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae. Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata: Enseignements d'Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved. Hist. Litt. de la France, XIII p. 115-118. Cfr. Ruth, Studien über Dante Allighieri p. 258 sgg.
[528]. Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (Inf. XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:
«Lascia parlare a me; ch'io ho concetto
Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,
Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»
Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf. XXVII, 33) gli dice:
«.... parla tu, questi è latino.»
[529]. Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf. I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famoso saggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».
[530]. È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf. IX, 22):
«Ver'è che altra fiata quaggiù fui
Congiurato da quella Eriton cruda
Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»
Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevoli frodi. Finzi (Saggi danteschi p. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D'Ovidio, Dante e la Magia in Nuova Antologia 1892, p. 213 sgg.
[531]. Inf. XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»
D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nè magiche frodi nè malìe nè fattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini; passione è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di azione. Iddio essendo per sua natura essenzialmente azione o atto, inaccessibile a passione ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suo imperscrutabile vi porta passione, ossia lo rende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser pio non può esser pietoso: «Qui vive la pietà (come opposto di empietà) quand'è ben morta» (come pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola pietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.
[532]. Cfr. Klotz, De verecundia Vergili, in Opuscula varii argumenti p. 242 sgg.
[533]. Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.
[534]. «Siccome pare Tullio recitare nel primo di Fine de' beni.» Conv. IV, 6. Il De natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.
«Questi è Nembrotto per lo cui mal coto
Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.»
Inf. XXXI, 78.
[536]. «se tu ti rechi a mente Lo Genesi» Inf. XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.
«— E disiar vedeste senza frutto
Tai che sarebbe lor disio quetato,
Ch'eternamente è dato lor per lutto.
Io dico d'Aristotele e di Plato,
E di molti altri. — E qui chinò la fronte
E più non disse e rimase turbato.
Purg. III, 43 sgg.
[538]. Purg. VI, 28 sgg.
[539]. Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo del Purgat. XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:
«— Quelli che anticamente poetaro
L'età dell'oro e suo stato felice,
Forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l'umana radice,
Qui primavera sempre, ed ogni frutto;
Nettare è questo di che ciascun dice. —
Io mi rivolsi addietro allora tutto
A' miei Poeti, e vidi che con riso
Udito avevan l'ultimo costrutto.»
[540]. Cfr. Intorno a ciò Fauriel, Dante et les origines etc. II, p. 435 sgg.; Ozanam (Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.
[541]. Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf. IV, 110), così spesso Virgilio (Inf. VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (Purg. XXIII, 8; XXXIII, 15).
«Ei mi parea da sè stesso rimorso:
O dignitosa coscïenza e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!»
Purg. III, 7 sgg.
[543]. «Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede il D'Ovidio (Saggi critici, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!» Inf. VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.
[544]. Cfr. Wolff, Cato der jüngere bei Dante in Jahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaft II, 225 sgg.
[545]. È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dal Ruth nei suoi Studien über Dante Allighieri (Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante, Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina Commedia in Heidelberger Jahrbücher, 1850.
[546]. Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.
[547]. Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier par Ch. Brunet et Anat. de Montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof. Mussafia, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos. Wien, 1865; e Beiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'Oesterley Ioh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica di G. Paris in Romania II, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) e Studemund in Zeitschr. f. deutsch. Alterth. N. F. VIII, p. 415-425.
[548]. Cfr. D'Ancona, Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.
[549]. La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro, Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869, Researches respecting the Book of Sindibâd (transl. by H. Ch. Coote), London 1882.
[550]. v. 12369 sgg. (Aen. VIII, 40 sg.).
[551]. Dolopathos era d'origine troiana:
«De Troie fu ses parentez» v. 162.
«Por ce ot nom Dolopathos
Car il soufri trop en sa vie
De doleur et de tricherie»
v. 164 sgg.
[553]. v. 12890 sg. (August. De civitat. D. XVIII, 17-18).
[554]. «Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.
«Cesar ot par toute la vile
Commandé que tuit l'ennoraissent
Et seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.
[556]. v. 1257 sgg.
[557]. v. 1318 sgg.
[558]. v. 1396 sgg.
«La VII est Astrenomie
Qui est fins de toute clergie»
Image du monde ap. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf. II, p. 424.
[560]. Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.
[561]. v. 12530 sgg.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
L'indice dei capitoli dell'intera opera si trova in originale nel secondo volume. Quello relativo a questa prima parte è stato qui riportato per comodità di consultazione.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.