PREFAZIONE
Nel libro che qui pongo a luce io intendo esporre tutta intiera la storia della nominanza di cui godette Virgilio lungo i secoli del medio evo, segnarne le varie evoluzioni e peripezie, determinare la natura e le cause di queste e i rapporti che le collegano colla storia del pensiero europeo. Intraprendo adunque ciò che mai altri fin qui non intraprese, benchè il Virgilio medievale sia già stato soggetto di parecchie monografie. I piccoli scritti di Siebenhaar[1] e Schwubbe[2] non diedero che poche notizie e le più volgarmente note. Con dottrina più scelta e con qualche maggiore elevatezza parlarono di alcun lato di quella nominanza Piper[3] e Creizenach[4]. Michel[5], Genthe[6], Milberg[7] vollero invero abbracciare tutto intiero questo tema, ma consecrarono ad esso lavori relativamente brevissimi, limitandosi a trattarne in modo aneddotico e senza alcuna profondità scientifica. La parte più saliente e volgarmente visibile della rinomanza medievale di Virgilio, la più attraente per la speciosità e singolarità sua era la leggenda della magia virgiliana, che molti scrittori rammentarono, dandone qualche notizia incidentemente in opere e raccolte di varia natura, dal sec. XVII in poi, non altrimenti considerandola che come una curiosità, e senza fermarsi a studiarla da vicino[8]. Per primo prese a studiarla di proposito Du Méril[9] in un lavoro più notevole per ubertà e novità di notizie che per metodo e per critica. La vera e propria indagine storica su quella leggenda la intraprese per primo il Roth[10], il cui lavoro è senza dubbio quanto di meglio e di più serio vide fin qui la luce su tal soggetto. Ma il Virgilio mago non è che un lato e una fase nella storia della rinomanza virgiliana, e mal s'intende se si studi separato dal resto, È quella una idea che parte invero dalla plebe incolta o semicolta, ma pur si diffonde nella regione letteraria e dotta, il che non avrebbe potuto avvenire se in quella non avesse trovato elementi omogenei. Di qui la divisione del mio lavoro in due parti una delle quali studia le vicissitudini del nome virgiliano nell'ambiente letterario tradizionale, per tutto il periodo anteriore al risorgimento, periodo che per noi splendidamente si chiude col Virgilio dantesco, l'altra indaga e descrive l'aspetto che prende quel nome coll'introdursi delle leggende popolari nell'ambiente nuovo dovuto allo sviluppo delle letterature volgari, indipendenti dall'arte tradizionale. Per la prima parte, che è pur la più essenziale e difficile, ho trovato il terreno quasi vergine. Solo in qualche caso ed in piccola misura ha potuto essermi di qualche utilità un lavoro di Zappert[11], nella massima parte consecrato dall'autore ad illustrare, con grande ricchezza di esempi, un fatto che io ho studiato e formulato in maniera molto diversa[12]. Sensibile è stata sopratutto per me una lacuna che offre tuttora la scienza, voglio dire la mancanza di una storia ben completa e profonda degli studi classici nel medio evo. Gl'incrementi del sapere odierno hanno reso l'opera di Heeren cosa troppo elementare; certo essa è del tutto insufficiente per chi voglia rappresentarsi alla mente l'idea che nel medio evo si ebbe dell'antichità e dei grandi scrittori antichi. Gl'illustratori di Dante che pel Virgilio della Divina Comedia avrebbero avuto occasione di studiare i caratteri della nominanza del poeta nel medio evo letterato, troppo facilmente si contentarono, per questo lato, delle notizie comuni; talchè allo studio, per più ragioni importante, di quel personaggio del divino poema, io dovetti arrivare per una via non calcata finora, quantunque essa sia, parmi, la via maestra. Mentre però io tutto questo noto, non vorrei essere frainteso. Intendo solamente dire che io non vengo qui a rifare il già fatto; lontanissima però è da me l'idea di disconoscere i meriti di coloro che in qualunque maniera mi precedettero in simile lavoro. Quantunque io abbia concepito tutta questa trattazione con un piano intieramente nuovo e mio, con idee e fatti risultantimi in grandissima parte da studi e indagini mie, pure per talune parti non poca utilità ho tratta dal materiale già raccolto ed esplorato da uomini dotti, che verranno da me nominati ognuno a suo luogo, al sapere e alle nobili fatiche de' quali non vorrei mai detrarre alcunchè della dovuta giustizia.
Ciò che rende difficile trattare con pienezza di sintesi scientifica questo tema in tutta la sua estensione, e ciò che forse impedì che così venisse trattato fin qui, è il trovarsi troppo raramente coltivati da una stessa persona gli studi delle lettere classiche e delle romantiche. Nella storia del nome medievale di Virgilio queste s'incontrano e si mescolano tanto che concepire tutta intiera quella storia e i rapporti delle varie sue parti non può chi abbia limitato i suoi studi ad una soltanto di quelle discipline. Per le tendenze mie, felici o no ch'esse siano, e l'estensione del piano de' miei studi da quelle risultante, a me è avvenuto di coltivare ed amare egualmente questi due rami di sapere, che non mi sembrano poi tanto inconciliabili quanto pare a molti tuttora. Li ho coltivati ambedue con interesse e con piacere, per l'uno e per l'altro procurando di spingermi al di là del semplice dilettantismo. Mi è sembrato adunque che questo mio non essere estraneo ad alcuna di quelle due provincie del sapere odierno potesse trovare una opportuna applicazione in un'opera di questa natura, quantunque non mi dissimulassi quanto ardua cosa essa fosse. Un primo abbozzo ne diedi già un tempo nella Nuova Antologia[13], nel quale la parte più considerevole non era ancora tracciata che in modo rudimentale. Tempo e lavoro si richiesero per condurre a compimento quel primo disegno dell'opera, nella forma e nelle proporzioni definitive in cui oggi questa viene dinanzi al pubblico.
Parrà strano a taluno che il mio libro dia più di quello prometta il titolo, ed invece di tenermi nei limiti del medio evo, io cominci la mia storia dal tempo stesso in cui il grande poeta viveva. Questo però io doveva necessariamente fare per rendere intelligibile e spiegabile nelle sue cause e coi suoi precedenti l'idea medievale. Perciò di quanto precede questa ho soltanto parlato nella maniera e nei limiti che un tale scopo richiedeva. Pei secoli anteriori al medio evo non ho fatto che notare e definire i primi più essenziali lineamenti della nominanza virgiliana. Più evidente e più profondo avrei potuto essere in questa parte se mi fosse stato concesso dare una più piena idea della influenza che in quei secoli vedesi esercitata da Virgilio sulla produzione letteraria; ma ciò mi avrebbe condotto a dare a questa parte del mio lavoro un'ampiezza ch'io non poteva darle in un libro di cui essa non è la ragione principale. Potrà fare ciò colla dovuta pienezza di trattazione colui che scriverà la storia dello stile e del linguaggio letterario latino nei secoli dell'impero, come pure colui che scriva la storia delle dottrine grammaticali presso i Romani; lavori questi che ancora rimangono da fare, e pei quali neppure tutto il materiale può dirsi ancora preparato ed elaborato sufficientemente.
Nell'intento di dare intorno a Virgilio nel medio evo un libro quanto più completo io potessi, ho pensato sarebbe utile, e in ogni caso comodo pel lettore, corredarlo dei principali testi di leggende virgiliane, taluno de' quali inedito, i più sparpagliati in opere e pubblicazioni diverse neppur tutte facili a trovarsi. Dar tutto sarebbe stato dar troppo. Mi son limitato ai testi più importanti per la storia di quelle leggende, desunti principalmente dalle tre letterature nelle quali queste più sono rappresentate, italiana, francese e tedesca. Avendo poi avuto occasione di rammentare, a proposito di leggende virgiliane, il libretto popolare italiano relativo al mago Pietro Barliario, ho creduto opportuno aggiungere in fondo al volume anche il testo di quel libercolo fra noi più noto alla plebe che ai dotti, e intieramente ignoto fuori d'Italia.
La perspicacia del lettore troverà facilmente, in un'opera quale questa vuol'essere, il perchè di tali capitoli ne' quali meno apertamente e meno direttamente parlasi di Virgilio. Divertire e sorprendere narrando fole antiche e fatti bizzarri non è la ragione dell'opera mia. Ciò che mi fece amare questo studio e spendervi attorno molta e lunga fatica è tutta quella parte assai considerevole della storia dello spirito umano, che si riflette nei molteplici e numerosi fenomeni che ne compongono il soggetto. I lettori vedranno se io mi sia ingannato pensando che su tal tema si potesse meditare e comporre qualche cosa di più serio ed elevato che un'opera di erudita curiosità. Nè poi io italiano ho dimenticato essere il mio argomento italiano di natura e d'interesse. Ho scritto invero con animo calmo, studiandomi di eliminare o limitare quanto potessi ogni causa subbiettiva di allucinazione. Se un qualsiasi sentimento mi avesse condotto a travedere, me ne dorrebbe; pregherei però il giudice troppo severo a cercar bene nella propria coscienza se veramente a lui si addica scagliarmi per questo la pietra.
A queste parole che io nel 1872 premetteva alla prima edizione del mio libro, poco ho da aggiungere e nulla da cambiare oggi, nel darlo a luce per la seconda volta. Accolto con favore in Italia e fuori dall'antecedente generazione di dotti e studiosi, pare ch'esso non dispiaccia neppure alla presente, dacchè con fortuna oggi rara per libri di questa natura, dopo 23 anni lo veggo pur testè tradotto in inglese[14] e ricercato ancora tanto da indurmi a ripeterne l'edizione, essendo da un pezzo esaurita e divenuta introvabile la prima. In tanto estesa, rapida e mobile attività scientifica del nostro tempo, può ben esser contento quell'autore che, ridando alle stampe la sua opera dopo sì lungo intervallo, non si senta obbligato a rifarla. Ed invero nulla di quanto in questo corso di anni fu scritto sul mio libro o sul suo soggetto, nulla di quanto si è venuto innovando negli studi a cui esso si riferisce, richiede che l'opera sia oggi rifatta anzichè ristampata.
Con pochi ritocchi adunque e poche aggiunte l'opera vien qui riprodotta inalterata, messa però al corrente tenendo conto di quante pubblicazioni venute a luce in questi anni abbian rapporto con essa, sia in generale, sia ne' particolari. Alcune notizie furono aggiunte, particolarmente alla seconda parte, ma con sobrietà e solo là dove parvemi potesser servire a far più evidente la natura, la diffusione, la sopravvivenza di talune idee e leggende, evitando di accrescere con inutile farragine erudita la mole e la pesantezza, già forse troppo grave, del libro.
Dai molti che scrissero criticamente intorno a quest'opera o trattaron del Virgilio medievale prendendola per base[15], solo poche censure furono mosse, e queste, prese da me nella dovuta considerazione, mi hanno indotto a ritoccare in alcun luogo ed accrescere di brevi aggiunte qualche capitolo (1-3) della seconda parte, senza modificare il mio pensiero, ma spiegandolo meglio dove mi parve fosse frainteso, confortandolo di nuovi argomenti dove mi parve la mia tesi fosse a torto negata. Così ho inteso soddisfare a chi ha pensato che a torto io distinguessi fra tradizione letteraria e leggenda popolare, non essendovi a suo credere leggende virgiliane che non siano di origine letteraria; e così pure a chi ha negato l'origine napoletana del Virgilio mago, cosa, anzi fatto di cui sono oggi convinto anche più di prima. Non so se a soddisfare i dissenzienti sarò per tal modo riuscito; ben mi parrà però aver molto ottenuto se, con usar tal riguardo verso le loro opinioni pur senza dividerle, io abbia, a giudizio dei più, migliorata o resa meno imperfetta quest'opera mia.
Firenze, Giugno 1895.
PARTE PRIMA
VIRGILIO
NELLA TRADIZIONE LETTERARIA
FINO A DANTE
VIRGILIO
NELLA TRADIZIONE LETTERARIA
FINO A DANTE
Tityrus et fruges Aeneiaque arma legentur
Roma triumphati dum caput orbis erit.
Ovid. Am. I, 15, 25.
O anima cortese mantovana
Di cui la fama ancor nel mondo dura
E durerà quanto 'l mondo lontana.
Dante, Inf. 2, 28.
Virgilio rappresenta come principe quella scuola di poeti che i suoi contemporanei chiamavano poeti nuovi; ed erano infatti poeti nuovi di tempi nuovi. — Era quella un'epoca in cui la novità era un fatto ed un bisogno generale nel mondo romano. Quel colosso che con tanta abnegazione avea lavorato lungamente a farsi così grande, voleva ormai godersi la propria grandezza, vivere grandemente, espandere in mille forme il sentimento di sè stesso, nobilitare e raffinare la sua vita così materiale come intellettuale. Rozza, gretta e povera pareagli l'antica vita repubblicana, degna di grande ammirazione da lontano, ma ormai non più attuabile perchè non più proporzionata al suo essere e al suo sentire. Politicamente, e in vista delle sue conseguenze, quel grande rinnovamento, quel distacco dalla severa tradizione antica può giudicarsi con rigore; certo è però che negli ordini dell'arte e del sapere quelle nuove condizioni, generatrici di nuove tendenze per gli animi e per le menti, diedero origine a grandi prodotti artistici non più uguagliati, i quali costituiscono nella storia dell'arte e del pensiero romano il culmine più eccelso. A noi qui non è concesso trattenerci a studiare l'origine la natura e le vicende della nuova scuola poetica allora sorta, le cause della sua grandezza e del suo successo, i contrasti che pur dovette sostenere con quei partigiani del passato che non possono mai mancare in epoche di rinnovamento. L'economia del nostro lavoro, quale ci viene imposta da ciò che in esso è principale argomento, ci chiama ad occuparci qui esclusivamente di Virgilio, che è il più grande poeta di quella scuola ed insieme il più grande poeta romano. Una critica della poesia virgiliana fatta di proposito non potrebbe aspettarsi da noi, che abbiamo per ufficio il dire, non ciò che Virgilio è, ma ciò ch'ei parve, non come va, ma come fu giudicato. Certamente ciò non potremmo fare con certa razionalità, se un concetto non fosse in noi del reale valore di Virgilio, ma questo non è tanto subbiettivo e nostro esclusivamente, che non ci sia lecito dispensarci dal porlo in chiaro ed in sodo dal bel principio del nostro lavoro. Sia dunque senz'altro (poichè lunga assai è la via che dobbiamo percorrere) nostro punto di partenza quello che più necessariamente si richiede pel nostro soggetto, lo studio cioè della prima impressione che fece la poesia virgiliana nel mondo romano, impressione che raggiunge il suo massimo grado col poema dell'Eneide, pel quale essa acquista il più stretto rapporto colle ragioni della rinomanza virgiliana nei secoli successivi. Difatti, quantunque la fama di Virgilio cominciasse già grande colle Bucoliche e le Georgiche, opere di grandissimo valore, la massima grandezza di quel nome riposa propriamente sull'Eneide, che è il più alto portato della poesia latina, e che fa di Virgilio, non solo il principe, ma anche il più essenzialmente nazionale dei poeti latini. A questa dunque dobbiamo noi principalmente volgere lo sguardo nella storia che ora intraprendiamo.