LEGGENDA DI PIETRO BARLIARIO
(Ved. vol. II, pag. [126]).
Mille cinquantacinque anni volgea
La mentitrice etate in lieta calma
Vittorio Secondo il soglio avea,
Alla Chiesa portando amica palma,
Enrico Quarto il scettro allor reggea
Con fausta sorte, fortunata, ed alma;
Chè se eserciti contro altrui già spinse
O vincente o perdente ei sempre vinse.
Ma prima di solcar i flutti e l'onde
Febo che mi raggiri entro l'ingegno
Per scriver le voragini profonde,
Acciò non si sommerga il fragil legno;
Tu infondi al mio cantar luci gioconde
E vegga pur de' tuoi favori un segno;
Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto
Bacio l'amica terra e giungo in porto.
Or ritornando alla mia storia ordita,
Correa la sesta età quando in Salerno,
Che fra l'altre cittadi è più fiorita,
Di Partenope alzando il nome eterno,
Nacque con gran ricchezze, e stirpe avita
Che già mise terrore al cieco Averno,
Nacque Pietro Barliario, e fu allevato
Dal suo nobile e ricco parentato.
Cresciuto poscia in tenerella etade
Fece tutti gli studi, un gran portento,
Tanto che ai genitori persuade
Di un futuro sperare alto e contento;
Ma come in petto giovanile accade
Tentar ciò che si vuol con ardimento,
Di desir arse (e mostra mente ria)
Per dotto diventar nella magia.
Ma l'inimico dell'umana gente
Che sol per nostro male è destro ognora
E così fa nascere sovente,
Come a Pietro fe senza dimora,
Fece un dì che il garzone afflittamente
Dalla natia città n'uscisse fuora,
E a spasso andasse ove di verdi erbette
Eran dipinte vaghe collinette.
E trovò quivi a caso una caverna
Che avea oscuro e sotterraneo ingresso.
Egli benchè la via qui non discerna,
Vuol penetrar nel rustical recesso.
Spintovi pur da cupidigia interna
Pose le piante e non pensò a sè stesso,
Come il guerrier che tanto si rinoma
Col suo precipitar liberò Roma.
E giunto colaggiù vidde una stanza
Con due altre da quella separate.
Un vecchio qui facea sua dimoranza
Sotto dell'empie soglie disperate;
Qual subito l'accolse con istanza
Di cerimonie e con parole grate,
Gli domandò chi in quelle stanze ombrose
L'avea condotto; a cui Pietro rispose:
La mia curiosità, dicea, m'ha spinto;
Non cercherò altra cosa in questo mondo
Se non che il saper vero e distinto,
Il modo di magia sommo e profondo;
E perchè venni in questo laberinto,
Sperando di trovar in questo fondo...
Volea pur dir, ma il vecchio tutto umano
In quell'istante il prese per la mano.
Si volse a tergo e tosto gli ha additato
Un colosso inalzato in quel soggiorno
Qual in mano tenea libro serrato,
D'indegne note e stigi nomi adorno.
Gli disse il tuo pensier pago è restato
Di ciò che mi chiedesti in questo giorno;
Prendilo, disse; e il prese, e una sol banda
Da lui fu aperta, e udì tosto: comanda.
Lieto lui gli soggiunse: io vi comando
Che fuor da questo centro mi portiate,
Senza insulto però vi raccomando,
E che danno nessuno mi facciate.
Siccome avesse dato al suono bando
Fuori si ritrovò delle incantate
Mura, per forza solo empia e nefanda.
Aprì di nuovo il libro e udì: comanda.
Comanda che in città volea andare,
Ed in piazza trovossi immantinente
Con gli altri cavalieri a passeggiare,
Come solea fare continuamente.
A casa se ne andiè senza tardare,
Sicuro già di sua virtù potente.
Riaprì il comando e con sua voce propria
Disse di tutti i libri voler copia.
Di tutti i libri sparsi in questo mondo
Che trattin di magia voglio portiate,
Ossian in mar ossian in cupo fondo
Ossian in terre occulte o inabitate.
Finì appena di dir, che con gran pondo
Di scritture diaboliche segnate
Venner molti; d'Averno in quell'istante
Molti libri gli portaron davante.
Barliario allor vedendosi arricchito
Di quella scienza che cotanto amava
E che il suo desiderio era compito,
Con fervor grande notte e dì studiava,
Talchè così perfetto era riuscito
In quella scienza maledetta e prava
Che fece cose di tal maraviglia,
Che inarcherete al mio cantar le ciglia.
Trovavasi in quel tempo abitatrice
Donna in Salerno di sovrana bellezza
E celebre e famosa incantatrice,
Come la fama a noi ci dà contezza.
Per questa Pietro ardea mesto e infelice
Al cor portando avvelenata frezza.
Porta Pietro nel sen immenso ardore,
Angelina per lui di gelo ha il cuore.
Angelina chiamavasi la bella
Che di un vago garzon viveva amante.
Quanto Barliario l'ama, altrettanto ella
Crudel gli si dimostra ed inconstante.
Così il suo cuor si strugge, mentre quella
Del suo diletto adora il bel sembiante.
Di questo accorto Pietro fu ripieno
Di geloso timore, e di veleno.
Stava a diporto un giorno la crudele
In un giardin con il suo drudo a lato;
Pietro vi apparse e fece all'infedele
Veder l'amante in sasso trasformato,
E per sfogar della sua rabbia il fele
Fece a colei, che tanto l'ha sprezzato,
La sua persona e il volto così bello
Trasformar in un florido arboscello.
Ritrasse poi le piante da quel loco;
Mentre Angelina tutta a parte a parte
Ricolma il seno di rabbioso foco,
Per liberarsi opra la magica arte.
Tanto disse e parlò e di lì a poco
Ripigliorno ambedue le forme sparte.
Ritorna nella sua sembianza adorna
Angelina e l'amante ancor ritorna
Ritornò Pietro, e vide liberati
I due amanti e ripieno di furore
Mormorò allora con terribil fiati
Che spaventò sino di Pluto il cuore,
E comandò agli Angioli dannati
Che in un punto l'amata e l'amatore
Diventino, con forma assai più strana,
L'amante un tronco, ed ella una fontana.
Finta così vedendosi la bella
Ricorse indarno dai Stigi numi.
Con singhiozzi interrompe la favella
E di lagrime fa scorrer due fiumi;
E tanto si lamenta e si querela
Che la sua gran bellezza li consumi;
Pietro, mosso a pietà, più non comanda,
Scioglie l'incanto e liberi li manda.
Attuffato i corsieri in grembo al mare
Avea di Delo il nume e tolto il giorno,
Quando portossi Pietro a ritrovare
Un cavalier amico, al suo soggiorno.
Facea costui vago festino fare
Di canti, suoni, balli in moto adorno.
Qui donna vi trovò di vago aspetto
Che l'alma gli passò per mezzo il petto.
Pietro la mira, ed arde nella mente
E gli stimola in cuore un santo onore.
O non s'avvede o non si cura niente
Che per lei nutre in seno un vast'ardore.
Di lì Pietro partissi di repente
E la bella aspettò che uscisse fuore.
Giunse la donna, a casa, che non pensa
Che abbia Pietro per lei l'anima accensa.
Era la porta chiusa e ben serrata,
Perchè la donna allor volea dormire
E degli abbigliamenti era spogliata,
Quando Pietro si vidde comparire
Che con voglia proterva ed infiammata
Scopriva li suoi affetti e il suo desire.
Tutta irata colei con gran baldanza
Gli dice, che abbandoni la sua stanza.
E in vece in lei di tema entrò lo sdegno
E: importuno, gli disse, ed arrogante
Scaccia di mente pure il tuo disegno
E dalla vista mia torci le piante.
Pietro si parte, e con turbato ingegno
Dicea tra sè, mi schernisti amante
Mi troverai fiero nemico e rio,
Chè brama sol vendetta il pensier mio.
Adirato si parte, indi comanda
Ai demoni che tosto abbino spento
Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,
Fosse da loro estinto in un momento.
Onde, per compir l'opera nefanda,
La donna fe pigliar con gran tormento
E in piazza fu portata di repente
Nuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente.
Correa il popol tutto in folta schiera
Per provveder di fuoco le lor case,
Fra le piante di quella in tal maniera
Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase,
E l'uno all'altro darlo invano spera
Chè presto si smorzava; intanto spase
La Dea ch'ha cento bocche un gran rumore
E l'avviso n'andò al Governatore.
Il qual di un tal misfatto molto irato
Il Bargello chiamar fece ben presto
E pena il viver suo gli ha comandato
Pietro imprigioni senza alcun pretesto;
In altro modo non sarà scusato.
Partì il meschin, ma molt'afflitto e mesto
Pensando se l'andava a carcerare,
Poco guadagno vi poteva fare.
E, per fuggire un sì fatal comando
Dalla città si risolvè partire;
Ma pria di far un volontario bando,
Volle Pietro Barliario riverire
A lui l'ordine imposto dichiarando,
Dirgli come per lui volea fuggire,
E se di vendicarsi egli desira
Contro il Governator rivolga l'ira.
Ma Pietro già per infernale avviso
Era stato informato del successo
E vedendo il Bargel, dicea con riso:
So che il Governatore appunto adesso
Che mi mettessi in prigion t'ha commiso.
Disse il Bargello allor tutto dimesso:
Vero è Signor, ma per fuggir tal sorte
Or di Salerno vuò lasciar le porte.
Soggiunse Pietro allor: per mia cagione
Tu giammai farai questo, così spero;
Va corri, e di' a colui che io son prigione
Che d'andarvi giur'io da Cavaliero.
Scacciò allor il Bargel tanta afflizione
E corse a darne avviso a quell'altiero
Il qual, con volto minaccioso e tetro,
Discese alla prigione e trovò Pietro.
E incominciò: quanti misfatti io sento
Di voi che siete un Cavalier di pregio!
Perchè così oscurate in un momento
Di vostra antica stirpe il nome egregio?
Un Signor siete voi di gran talento
Che racchiudete in sen animo regio;
Tanti richiami in tribunal ci sono
Che luogo non vi trovo di perdono.
Volea più dir ma Pietro, interrompendo
Disse, che se voleva predicare
Andasse altrove, pur di lì partendo,
Chè gran gente lo staria ascoltare:
Chè sentir correzioni io non intendo,
Diceali, il tuo mestiero è giudicare,
Pensa d'amministrar d'Astrea l'impero
Con giustizia, con senno e cor sincero.
Tanto studio che posso in quel che vuoi
Darti senza fallir gran correzione
Non solo a te, ma alli ministri tuoi
Empi ministri di un crudel Nerone.
Più non volle ascoltar li detti suoi
Il giudice adirato e la prigione
Abbandonando, in stanza s'era messo
Per fabbricar di lui il processo.
Qual seppe ordir con tanta crudeltade
La sentenza scrivendogli di morte;
Quando a un tempo si vider spalancate
Delle prigioni le serrate porte,
E delle afflitte genti carcerate,
Si fa lui condottiere, mago forte,
Mirando ognuno e di letizia pieno
Il ciel scoperto e l'aere sereno.
Indi, aperto il comando, in quell'istante
Alzar fur viste le prigion da terra
Come se niuna fosse scossa innante
L'insidioso seno al ciel disserra;
Così per vendicarsi il dotto Atlante
Fe veder sì rovinosa guerra,
Ma se prestate al mio cantar orecchia,
Udite quel che far poi s'apparecchia.
Sorgea la notte oltre l'usato oscura
Cinta di orride nubi in fosco velo;
Ma pria di proseguir l'impresa dura
Prestami aita, biondo Dio di Delo;
Tu le nubi al mio dir discaccia e fura
E d'un vile timore un freddo gelo;
Sorgea, dico, la notte allora quando
Aprì Pietro il terribile comando.
E disse agli empi spiriti: adesso voglio
Portiate questo rio Governatore,
Ignudo come sta, sopra quel scoglio
Che fra l'onde del mar spunta più fuore.
Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglio
Pietro mirava quello in gran dolore
Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare
Che non meno di un sasso ignudo pare.
Ma intanto poi nel liquido elemento
Ei disserra dai suoi chiostri i venti
E nasce gran tempesta in un momento
Con soffi d'Aquiloni empi e tremendi;
Parea che contro il ciel con ardimento
Del gran tridente i numi più possenti
Mostri marini, gregge, la canaglia
Insultasse per fare aspra battaglia.
Un dì e una notte la tempesta algente
Durò pria che tornasse in lieta calma
Il mar furioso; il misero dolente
Al Creator stava per render l'alma,
Quando poi fu veduto dalla gente
E ognun correa per riportar tal palma
E acciò che in terra si conduca in fretta
Fu spedita dal lido una barchetta.
S'accostò il legno al rilevato sasso
Et in terra buttollo immantinente,
Ripien di doglia tutto afflitto e lasso,
Con somma maraviglia della gente.
Fu condotto al palazzo a lento passo,
E sulle piume posto incontanente
E qui gli si appresenta, in varie forme,
Cose di gran spavento, allor che dorme.
Pareagli ad or ad or che in aria eretto
Fosse gran fuoco, e in cenere temea
Spesso che il suo nobile e bel tetto
Che rovinar volesse gli parea;
Così di gran timor riscosso il petto
In tal mestizia, in tal dolor cadea
Che in quattro dì, ahi disperata sorte!
Poichè temea morir, ebbe la morte.
Poichè Pietro si vidde vendicato
Di quel Governator che l'avea offeso
Di Salerno la patria ebbe lasciato,
Verso Palermo il suo cammino ha preso.
Quivi giunto un compare ebbe trovato
Che gran sospir fuor del suo petto acceso,
Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria,
Per aver la fortuna empia e contraria.
Avea fornaci il miser'uom più d'una
E molta robba avea del suo lavoro
Ma la sua minacciosa e ria fortuna
Gli dava di miserie un gran martoro.
Pietro trovollo ch'era l'aria bruna
E dando ai suoi lamenti un gran ristoro,
Gli dicea: non temer, ch'io son venuto
Per riparar tuoi danni e darti aiuto.
Pietro intanto si parte e il cieco orrore
Già dispiegato avea la notte, quando,
Per consolar del suo compare il cuore,
Aprì Pietro il terribile comando
E costrinse il Demon, che per quattr'ore
Venga in giù dal ciel precipitando
Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio!)
Che rovini ogni casa ed ogni tempio.
Non vuoto andò il desio, e gran spavento
Di repente Palermo avesti in seno,
S'ode l'aria fischiare e in un momento
Manca di stelle amiche un sol baleno,
E grandine sì grossa con fier vento
Spinse dal ciel, e ognun di tema pieno,
Colla sua famigliuola accolta intorno,
Pensò che fosse allor l'estremo giorno.
Dopo tanto travaglio e tanta guerra
Portò l'aurora il bel mattin rosato;
Quando scorse l'infelice terra
D'ogni casa il suo tetto rovinato,
E ai pianti ognun le luci sue disserra
Vedendo quegli tutto al suol prostrato
Il suo tugurio, e per destin infido
Piange quell'altro il caro antico nido.
Per rimediar dunque a tal danno allora
E di tevole i tetti ricuoprire,
Dal compare ne andiè senza dimora
Qual volentieri ebbe tal sorte a udire,
Nè passasse cred'io neppur un'ora,
Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire,
Spacciando la sua robba; in un momento
Pigliò gran quantità d'oro e d'argento.
Ma divulgò la fama in un istante
La venuta di Pietro e la sua scienza,
Onde ogni cittadino ed abitante
Stima per opra sua tal violenza,
E altri dispetti ricevuti innante
Fanno che Pietro sia di scusa senza
E per sfogare la mente lor sdegnata,
Fecero un stuol di molta gente armata.
Già benissimo Pietro lo sapea
Come a suo danno armata era la gente,
Ma dentro del suo cuor se ne ridea,
Che alla giustizia avea già posto mente
E disegnando nella propria idea
Una burla di fargli assai valente,
In piazza si trovava allora quando
Venne la turba contro lui infuriando.
E di crudel ritorte circondato
Pietro guidorno in tenebrosa stanza
In un fondo di torre rinserrato,
E qui facea penosa dimoranza.
Con rigor fu il processo fabbricato,
E conclusero alfin, senza speranza
Di esser dalla pena liberato,
Senza indugiar che sia decapitato.
Venne l'ora fatal che dee morire
E al patibolo giunto immantinente
Già salito sul palco s'udì dire:
Datemi un poco d'acqua amica gente.
Un vaso d'acqua ebbe apparire;
Ma prima che bevesse, lietamente:
Signori di Palermo, gli ebbe detto,
Io vi saluto e a Napoli vi aspetto.
Ridea il popolo al dir del sventurato
E che allor vaneggiasse ognun pensava.
Dopo bevuto, al ministro voltato,
Che presto oprar volesse lo pregava;
Ma quel, tutto atterrito e spaventato,
Temea di qualche scherzo e dubitava;
E discacciato alfin qualche timore,
Il colpo gli vibrò con gran furore.
Ma chi potria ridir con molti accenti,
Lingua non ho da raccontarvi appieno
In ridire il sussurro delle genti
Se tu Calliope non m'aiuti almeno
Tanto che per più avvenimento (sic)
Ne cant'io sol di meraviglia pieno.
Sparì Pietro; il ministro in quell'istante
Un asino trovossi in tra le piante.
Alza la testa, e con furore tanto
Si mise in un gridar che spaventava.
Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intanto
Che già disse che in Napoli aspettava.
Pria che la notte spicchi il nero manto
Di Partenope al lido si trovava,
Quando ad un spirto di valletto in forma
Gli dà una lettera e del suo dir l'informa.
E che in Palermo vada indi gl'impone,
Che la consegni a quel Governatore,
Chi la mandi però non gli ragione.
Sparve a quel dir allora il rio latore
Ed in Palermo giunto in conclusione
La lettera presenta a quel Signore;
Vi giunse che la gente ancor ridea
Di quel gran caso che veduto avea.
Diede dico la lettera al superbissimo
Giudice che ripieno era di furia
La qual dicea: o Signor riveritissimo,
Dottore come voi non ha l'Etruria,
Nella vostra città vedo benissimo
Che non ci avete d'asini penuria;
Nel mondo mai s'intese tal notizia
Che si facesse d'asini giustizia.
Imparate però, e avvertite bene
A conoscere prima le persone;
Perchè darvi potrei tormenti e pene,
Se conoscessi in voi senno e ragione;
E se voi camminate queste arene
Credete che è la mia bontà cagione,
Chè potria ben farvi pagare il fio.
Questo vi sia d'eterno avviso. Addio.
Diè appen la lettera lo spirito immondo
Che dispiega verso dell'aria i vanni
E il giudice lasciò che con gran pondo
Rimase d'afflizion, e di altri affanni.
Per il dolor fu per uscir dal mondo
E sempre mesto poi condusse gli anni
E come di quaggiù fosse diviso
In bocca sua non si vedea più riso.
Or Pietro per Lisbona s'incammina
E in un momento giunse a quelle porte
Per virtù di sua magica dottrina
Che avvien che altrui tante ruine apporte;
E camminando in Lisbona una mattina
Vidde dentro una casa un pozzo a sorte
E ad un uom domandò con forme liete
Un poco d'acqua per smorzar la sete.
Ma rispose colui che se ne vada
E ritirossi entro sue stanze allora.
Pietro irato si parte e senza spada
E senz'altre armi il rio punito fora.
La mattina seguente nella strada
Avanti quelle case il pozzo fuora
Fu ritrovato; per far l'empio umile,
Udite che trovò nel suo cortile.
Le forche si vedeano ben piantate
Nel luogo ove già il pozzo si vedea;
Il figlio di colui con crudeltate
A un demon da carnefice facea;
Il capestro e l'altr'armi apparecchiate
Il provido suo figlio allora avea.
Tal spettacol vedendo il padre intanto
Forte gridò spargendo un mar di pianto.
Gli sgridava lasciar l'uffizio rio,
Ma quel sorridendo e non curando
La dura impresa lui già proseguia
E sopra il rio demon giva montando.
A tante strida a tanto mormorio
Gran popolo concorse rimirando
Lo spettacolo enorme e ognuno presto
Per farlo alla giustizia manifesto.
Che sia magico incanto ognuno crede,
E per virtude d'infernal magia;
Ma il tribunal che lo spettacol vede
La cosa vuol sapere come stia.
Il padron della casa che si avvede
Che questo è solo per vendetta ria,
Fu mandato a chiamar afflitto e mesto,
Il qual fe alla giustizia manifesto
Che in casa un forestier era venuto
Per chieder acqua e gliel'avea negato
E come la mattina avea veduto
L'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato.
Gli disser se l'avesse conosciuto
Se per città l'avesse riscontrato;
Lui rispose di sì con gran duolo;
E presto armar fu fatto un grosso stuolo.
Qual seguitando allor le sue pedate,
Giunsero in piazza e quivi ritrovorno
Il forestiere, e quelle genti armate
A quel subito corsero d'intorno,
E la vita e le mani incatenate,
In un oscuro carcer lo guidorno,
Dove, senza di vita amica speme,
Sei banditi di vita erano insieme.
Entrato Pietro disse a quelli allora
Cosa in quel luogo ci volean fare.
Ma quelli, rispondendo; e voi ancora
Per qual cagion veniste qui abitare?
Credon che Pietro sia di mente fuora
A quella gran stoltezza di parlare,
E benchè dica liberar li vuole
Non però danno fede a sue parole.
Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno
Avea del nostro mondo come appare,
Che Pietro cominciò con viso adorno
Con quelli carcerati a ragionare.
Gli domandò che cosa in quel soggiorno
Gli dava la giustizia da mangiare.
Rispose un di coloro in modo irato:
Sol che pane, ed acqua ci vien dato.
Rispose Pietro allor: povera gente
Così trattati male ora voi siete;
Ma vi prometto lesto qui presente
Che tutti consolati resterete.
Si vidde in quella grotta immantinente
Circondare di lumi le parete
E una mensa si vide apparecchiata,
Di preziose vivande era adornata.
Cena Pietro con gli altri carcerati
Ed era ognun di maraviglia pieno,
E sazi delli cibi che portati
Furon dai Spiriti in quell'oscuro seno,
Quando Pietro gli disse: amici grati,
Io partir vuò e non fia laccio e freno;
Se volete venir, io sarò scorta
Per fuora uscir dalla serrata porta.
Preso un picciol carbone a disegnare
Incominciò una barca in quell'istante,
Indi poi i compagni ebbe a chiamare
Che ponessero in quella le lor piante;
Ridevan quelli e pur per soddisfare
Il suo pensier, che a liberarli è amante,
Di sei ch'erano entrar un sol non vuole,
Perchè fede non presta sue parole.
Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore.
La barca è presto in aria sollevata
E se ne uscì dalla prigione fuore,
Benchè la porta fosse ben serrata.
Per l'aria se n'andava, o gran stupore!
Ed in parte lontana è già arrivata;
E come l'aurora i raggi spase
Ognun di quei trovossi alle loro case.
Ma è d'uopo tornare alla giustizia,
Che Barliario volea esaminare.
Al carcere ne andò molta milizia
Per farlo avanti il giudice parlare,
Ma pieni i Saraceni di tristizia,
La porta apriro e nol poter trovare;
Sol trovato a dormir quel così stolto
Che per far da sapiente in lacci è avvolto
Il qual, interrogato, disse come
E quanto fatto avea quell'uom straniero
Il qual non sa chi sia, nè sa il nome
Ma che lo stima il rio Plutone invero.
Arricciorsi ai ministri allor le chiome
Sentendo raccontar il caso intero;
Condusser quello dal Governatore
Per fargli raccontar tutto il tenore.
Udito il tutto, il giudice in persona
Andiè a vedere se rottura v'era,
E la porta trovò valida e buona
Sol v'era scritta una leggenda altiera.
Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona,
Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera,
Con le porte serrate osò scappare;
Andate un'altra volta a ben studiare.
Tornò confuso nella sua maggione,
Mentre Pietro in Salerno è già tornato,
Che si sentia nel cor tanta afflizione
Udendo un suono giorno e notte allato
Che in cor gli favellava: empio fellone,
In questa estrema età tu sei arrivato
Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe
Del Crocifisso le pietose piaghe
Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio,
Cinque Pater dicea inginocchione
Pensando alla bontà del sommo Dio,
Che per l'uomo patì tanta afflizione,
Era buono il voler, ma il cor restio,
Perchè a morbo invecchiato invan si pone
O da chirurgo o da persone astute
Erba ed impiastro ad apportar salute
Ammaestrando i suoi alunni un giorno,
Di celeste voler o gran portento!
Li suoi nipoti in una stanza entrorno,
Che due lustri compiti aveano a stento;
E Fortunato, e Secondino osorno,
Che con tai nomi rinomar li sento,
Entrorno dico in quella libreria
Un libro aprire d'infernal magia.
E per scherzo pueril givan passando,
Con una penna, quelle note atroci,
Quando uno stuol di spiriti minacciando,
Con urli apparve o con terribil voci;
Sbigottiti i fanciulli allor tremando
A quei gridi diabolici e feroci,
Sorpresi dal timor, caddero spenti
E dal numero uscir delli viventi.
Corse Pietro e i parenti alla vicina
Stanza e mirando l'infelice caso,
L'infausta morte e la fatal ruina
Delli nipoti suoi giunti all'occaso,
Barliario tocco allor da man divina,
Già dentro del suo cuor è persuaso
Detestando abborrire in tutti i modi
L'inganno di Satanno e l'empie frodi.
Tutti portando i libri incontanente
Ove a S. Benedetto è sacro tempio,
Fe con proprie sue man un foco ardente
E quei libri vi pose a fare scempio
Pluto con i libri arse repente;
Il suo gridar fu sì crudel ed empio
Che il gran Tartareo, sbigottito e lasso,
Guardava indarno il maledetto passo.
Così Pietro rivolto ad un altare
Che vi era un Crocifisso, assai divoto
Cominciò si forte a sospirare
E per tre giorni fu sempre immoto;
Con un sasso alla mano a lacerare
Incominciossi il petto e con gran core
Di contrizione fe in un momento
Che ondeggiasse di pianto il pavimento.
Dicea: Signor di schiavitù comprare
Col tuo prezioso sangue ti è piaciuto
Me peccatore e somigliante fare
A chi del ciel dagli Angeli ha saluto.
Dal niente mi creasti, ed aspettare
In questa estrema etade m'hai voluto;
Or pentito a te vengo, o Redentore,
D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore.
Lavar può solo il prezioso Sangue
Le bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato;
Pietà, Signore, all'anima che langue
Considerando ogni primier peccato;
Pietà, se già di Stige all'orrid'angue
Più d'un alma, d'un cor ho consagrato,
E per giustizia io già incapace sono
Di ricever da te grazia e perdono.
Ma perchè tu Signor c'insegni a sorte
Che non vuoi che si perda un peccatore,
Ma che ben si converta e pianga forte,
Che detesti ogni passato errore,
E perchè avemmo sì felice sorte
Che dell'anime foste il Redentore,
Confido che non già tra' maledetti
Ma scrivermi vorrai fra li tuoi eletti.
La tua pietà la mia miseria implora,
Nel tuo santo costato me nascondi,
Nelle viscere tue fa ch'io muora,
Tu che per noi di compassione abbondi
Non far ch'io sia di redenzione fuora
Condannato fra i spiriti empi ed immondi;
Solo per mia cagione, ahi core atroce!
Sei conficcato in quella dura croce.
Con li misfatti miei ti ho flagellato,
L'osceno fui che ti sporcai il bel viso,
Di spine col mio oprar t'ho coronato,
I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso,
Ho riaperta la piaga al tuo costato,
Nè ancor per il dolor restò conquiso;
Ben cieco fui che sin ad or non venni
Ubbidïente dei divini cenni.
Risguarda me, o Signor, con luci grate,
Come già festi degna Maddalena;
Rimira me con luci dispietate,
Come già nella deserta arena
Alla gran penitente fur mostrate,
Che per voler di tua grazia serena
S'ode ad esempio ognor alto ed invitto,
La pazienza sua vantar l'Egitto.
A questo suon di sì dolente voce
Che allor usciva da un contrito cuore
Il Santo Crocifisso dalla croce
Ferì dagl'occhi il lucido splendore.
Signor, non basta, il mio fallire è atroce,
Pietro vorrei, dicea, segno maggiore.
E ad un tal dir con voce mesta,
Il Crocifisso allor chinò la testa.
Vanne, o alma felice, all'alto regno
A goder tra le schiere alme beate
E di contrizion tu lascia un pegno,
La fama il narri alla futura etade,
E a me di Pizzo abitatore indegno
Che già cantai di te l'opre incantate
Intercedi da Dio tal dolce sorte
Che alla tua paragoni la mia morte.
Di ricche pietre e di marmoree foglie
L'urna in quel tempio fu subito eretta,
Al tumulo vicino della moglie,
Estinta un tempo ed Agrippina detta.
Ed appresso un sepolcro, il quale accoglie
Di tenerella età coppia diletta,
Delli due nipoti io parlo intanto
Che causa fu del fortunato incanto.
Anni novantatrè, sei mesi e giorni
Visse nel maggio quel forte Atlante
E mille quarantotto e cento adorni
Anni gridava allor l'età volante.
Morì di marzo allorchè pene e scorno
Cristo soffrì per noi, pene cotante;
La Settimana Santa estinto giacque,
Ma all'occaso suo presto rinacque.
Della Chiesa reggeva allora il freno
Eugenio Terzo e con felice impero
Di pace scintillava il bel sereno,
Era lungi Bellona e Marte fiero,
Nè percoteva a Teti il molle seno
Con legni armati il timido nocchiero;
In lieta calma allor l'età correa
Come quando Ottaviano il scetro avea.
Corrado Terzo Imperatore egregio
Li suoi popoli avea fidi e costanti
E del suo forte ardir mostrò gran fregio
Debellando ad ognor nemici tanti,
Regnava con valor, con spirito regio.
Troppo sariano a dir sue glorie e canti,
E di alloro ornandogli la chioma
L'elesse per suo Re l'inclita Roma.
Beato chi di divozione armato
A questo mondo porta il seno e il cuore!
Chè l'eterno martoro avrà scampato;
Perchè dopo il goder alfin si muore.
[ INDICE]
| Prefazione | Pag. vij-xv | |
| PARTE PRIMA | ||
| VIRGILIO NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE. | ||
| Cap. I | Valore dell'Eneide per la rinomanza di Virgilio. Tendenza dei Romani per la produzione epica e condizioni di questa fra loro. Ragione nazionale dell'Eneide e suoi rapporti col sentimento romano. Prime impressioni prodotte da quel poema | Pag. 5 |
| Cap. II | Valore dell'elemento grammaticale, retorico, erudito nell'opera virgiliana, e importanza di esso nell'apprezzamento del Poeta. Natura dei primi lavori critici su Virgilio e carattere dei primi giudizi intorno ad esso | 20 |
| Cap. III | Segni della popolarità del Poeta nei migliori tempi dell'impero. Virgilio nelle scuole e nelle opere grammaticali | 32 |
| Cap. IV | Virgilio nelle scuole e nelle opere dei retori. Moto reazionario in favore dei più antichi autori e posizione di Virgilio in questo; Frontone e i Frontoniani; Aulo Gellio. Venerazione pel Poeta; le sorti virgiliane | 45 |
| Cap. V | I secoli della decadenza. Notorietà dei versi virgiliani. I Centoni. Commentatori; E. Donato e Servio; interpretazioni filosofiche; esagerazioni dell'allegoria storica nelle Bucoliche. Virgilio considerato come retore e suo uso come tale: commento retorico di T. Cl. Donato. Macrobio; idea della onniscienza e infallibilità di Virgilio. Autorità grammaticale del Poeta; Donato e Prisciano. Segni della rinomanza virgiliana e natura di questa al cadere dell'impero | 66 |
| Cap. VI | Cristianesimo e medio evo. Sopravvivenza dell'antica tradizione scolastica; natura e limiti in cui sopravvive. Virgilio rappresentante della grammatica. Posizione di Virgilio e degli altri classici pagani in mezzo all'entusiasmo cristiano; ripugnanze, attrazioni e vie d'accomodamento | 99 |
| Cap. VII | Virgilio profeta di Cristo | 129 |
| Cap. VIII | L'allegoria filosofica. Natura e cause della interpretazione allegorica di Virgilio; Fulgenzio; Bernardo di Chartres; Giovanni di Salisbury; Dante | 139 |
| Cap. IX | Gli studi grammaticali e retorici nel medio evo, e uso di Virgilio in questi | 159 |
| Cap. X | La biografia virgiliana; sue vicende; favole letterarie sulla vita del poeta; distinzione di queste dalle leggende popolari. Esercizi retorici di versificazione su temi virgiliani di varia natura | 179 |
| Cap. XI | Considerazioni sulla poesia latina di forma classica prodotta nel medio evo; poca attitudine dei chierici medievali per questo genere di poesia; poesie ritmiche | 207 |
| Cap. XII | Caratteri dell'ideale dell'antichità che fu proprio dei chierici del medio evo. Posizione che occupava Virgilio in quell'ideale e conseguente natura della sua celebrità in quell'epoca | 220 |
| Cap. XIII | Precedenti psicologici del risorgimento nel medio evo; produttività di provenienza o di ragione laica; lettere popolari e volgari. Condizioni speciali dell'Italia a tal riguardo | 243 |
| Cap. XIV | Dante. Carattere e tendenza della sua attività intellettuale; limiti della sua cultura classica; in che per questo lato si approssimi ai chierici medievali, in che se ne distingua, e come sia un precursore del risorgimento. Suo sentimento della poesia antica. L'antichità romana e il sentimento nazionale italiano in Dante. Ragione della simpatia di Dante per Virgilio. Lo bello stile di Dante e Virgilio | 259 |
| Cap. XV | Virgilio nella Divina Comedia; ragione storica e simbolica del suo collocamento in questo poema; perchè Virgilio è guida di Dante; perchè non Aristotele. In che il Virgilio di Dante differisce dal Virgilio del medio evo; eliminazione di talune idee, nobilitazione di altre. Virgilio e l'idea cristiana nel poema dantesco. Sapienza e onniscienza di Virgilio; suo carattere. La profezia di Cristo; rapporto fra Virgilio e Stazio. Virgilio e l'idea dell'impero | 278 |
| Cap. XVI | Virgilio nel Dolopathos, Passaggio dall'idea dotta tradizionale all'idea romantica | 308 |
| PARTE SECONDA | ||
| VIRGILIO NELLA LEGGENDA POPOLARE. | ||
| Cap. I | Le lettere romantiche nei loro rapporti colla tradizione classica. L'antichità classica romantizzata; il Romanzo d'Enea; ancora sul Virgilio del Dolopathos. Il mago e il savio nelle composizioni fantastiche. L'Italia e la produzione romantica. La leggenda di Virgilio mago ha origine in Napoli: accolta nelle lettere romantiche e nelle opere dotte. Che cosa s'intenda per Leggenda popolare | [Pag. 1] |
| Cap. II | La leggenda a Napoli nel secolo XII; Corrado di Querfurt, Gervasio di Tilbury, Alessandro Neckam | [23] |
| Cap. III | Natura e cause della leggenda napoletana. Efficacia miracolosa attribuita dai napoletani al sepolcro ed alle ossa di Virgilio. La leggenda in Montevergine; rapporti colla tradizione storica. Origine meridionale ed essenzialmente napoletana dell'idea di Napoli protetta da Virgilio con Ottaviano e Marcello; travisamenti in senso napoletano di notizie date dalla biografia e dall'epitafio del poeta, non meno antichi del X sec; la Vita di S. Atanasio, Alessandro di Telese; Virgilio, S. Agrippino, S. Gennaro protettori di Napoli | [33] |
| Cap. IV | Diffusione della leggenda fuori d'Italia. Troveri e dotti | [66] |
| Cap. V | Attività leggendaria e miracolosa di Virgilio riferita a Roma. La Salvatio Romae | [73] |
| Cap. VI | Accrescimenti e variazioni della leggenda nel secolo XIII; Image du Monde, Roman des sept sages, Cléomadés, Renart contrefait, Gesta Romanorum, Jans Enenkel | [81] |
| Cap. VII | Combinazione dell'idea di Virgilio profeta di Cristo coll'idea di Virgilio mago. Virgilio e la Sibilla nei Misteri. Virgilio profeta di Cristo e la Salvatio Romae; Roman de Vespasien. Leggende sul libro magico di Virgilio. Espressione astratta dell'idea di Virgilio mago nella Philosophia del Pseudo-Virgilio Cordubense. L'idea del mago completata con particolari biografici. Parti sporadiche della leggenda | [90] |
| Cap. VIII | Virgilio mago e il bel sesso. L'avventura della cesta; sua provenienza e diffusione. La Bocca della verità | [111] |
| Cap. IX | Vicende della leggenda a Napoli e nel resto d'Italia. Cronica di Partenope, Ruggeri Pugliese, Boccaccio, Cino da Pistoia, Antonio Pucci, etc. La leggenda a Roma. La leggenda a Mantova; Buonamente Aliprando. L'antica biografia virgiliana nei suoi rapporti colla leggenda | [132] |
| Cap. X | Prodotti riassuntivi della leggenda virgiliana o biografie romanzesche di Virgilio; Les faits merveilleux de Virgille; La fleur des histoires di Jean d'Outremeuse. — Romance de Virgilio. Scomparsa della leggenda dalla regione dotta e letteraria dopo il secolo XVI; sua sopravvivenza nella tradizione orale del popolo meridionale italiano fino ai dì nostri | [156] |
| [TESTI] DI LEGGENDE VIRGILIANE. | ||
| I | Corrado di Querfurt | Pag. [185] |
| II | Gervasio di Tilbury | [187] |
| III | Alessandro Neckam | [192] |
| IV | L'image du monde | [194] |
| V | Id. | [199] |
| VI | Adenès li Rois, Clèomadès | [202] |
| VII | Renars contrefais | [207] |
| VIII | Li Roumans de Vespasien | [212] |
| IX | Jans Enenkel | [222] |
| X | Enrico da Müglin | [237] |
| XI | Anonimo tedesco | [241] |
| XII | La Cronica di Partenope | [246] |
| XIII | Antonio Pucci | [258] |
| XIV | Buonamente Aliprando | [260] |
| XV | Les faitz merveilleux de Virgille | [282] |
| Leggenda di Pietro Barliario | [303] | |