NOTE:

[1]. Ved. Grimm u. Schmeller, Lateinische Gedichte des X und XI Jh. p. 65 sgg. e Cholevius, Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, I, p. 20 sgg. Nel canto latino ritmico dei soldati modenesi (X sec.) è citato il fatto di Sinone, certamente noto da Virgilio. V. Du Méril, Poés. pop. lat. ant. au XII siècle p. 268.

[2]. Zappert (Virgil's Fortleben im Mittelalt. p. 7 sgg. not. 64 sgg.) ha consacrato una gran parte del suo lavoro alla ricerca delle reminiscenze virgiliane nei poeti volgari del medio evo ed ha riunito un grandissimo numero di luoghi di poeti d'ogni sorta e di varie nazioni per provare quanta parte di colorito fosse desunta dalla tavolozza dell'antico poeta. Ma egli si contenta di rapporti troppo generali, e quel ch'ei sostiene non gli si può concedere che per una piccola parte delle sue citazioni. Alla maniera sua potrebbe provarsi che anche poeti indiani o persiani hanno letto Virgilio.

[3]. Cfr. Reiffenberg, Chron. rimée de Philippes Mouskes, p. CCXXXV sgg.

[4]. Cfr. Grimm, Frau Aventiure, nei suoi Kl. Schrift. I, 83 sgg.

[5]. Re Alfonso dice: «El Ovidio mayor (Metamorfosi) non es àl entre ellos (gli antichi cioè) sinon la theologia et la Biblia dellos entre los gentiles.» Grande et general estoria I, 8, c. 7. Cf. Amador de los Rios, Hist. crit. de la lit. españ. III, p. 603.

[6]. Una disamina storico-critica molto assennata e profonda di questo passare e tramutarsi dei subbietti antichi nel romantismo, trovasi nella commendevole opera di Cholevius già sopra citata, cap. 3-9. Ved. anche Dernedde Ueber die den altfranz. Dichtern bekannten epischen Stoffe aus dem Alterthum, Erlangen 1887, Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours d. XII n. XIII Iahrh. bekannten epischen Stoffe, Halle 1878.

[7]. Cfr. Dunger, Die Sage vom trojanischen Kriege in den Bearbeitungen des Mittelalters und ihren Quellen. Leipz. 1869.

[8]. Così anche il nostro Guido delle Colonne. Cfr. Dunger, op. cit. p. 19 sg.

[9]. Il Romanzo di Troia fu pubblicato dal Joly, Benoit de Sainte-More et le Roman de Troie, ou les métamorphoses d'Homére et l'epopèe gréco-latine au moyen-age, Paris, 1870. Il Roman d'Énéas, è tuttora inedito. Un brano del principio fu pubblicato nel 1856 da Paolo Heyse nei suoi Romanische inedita p. 31 sgg. da un MS. Laurenziano; ma un estratto che ce lo fa conoscere a sufficienza ne ha dato il Peÿ nello stesso anno, nel suo Essai sur li Romans d'Énéas d'aprés les MSS, de la bibl. imp. Paris, 1856. Una edizione critica ne promise il sig. Salverda de Grave, il quale nel suo scritto Introduction à une édition critique du Roman d'Énéas, La Haye 1888 giudicando dalla lingua sostiene che l'Énéas è anteriore al Roman de Troie e non è di Benoit.

[10]. Pubbl. da Ettmüller, Heinrich von Veldeke, Leipz. 1852 e da Behagel, Leipz. 1880. Confrontato col testo francese da Peÿ, L'Enéide di Henri de Veldeke et le Roman d'Énéas (in Jahrbuch für roman. und engl. Literatur, II, p. 1 sgg.). Il giudizio di Gervinus, Gesch. d. deutsch. Dicht. I, p. 272 sgg. è dettato senza alcuna conoscenza del testo francese; meglio e più largamente, pel nostro punto di vista, ne giudica Cholevius, op. cit. p. 102 sgg., benchè anch'egli ignaro dei rapporti coll'originale allora ignoto. Quanto v'ha di aspro nel giudizio di Gervinus ha voluto correggere E. Wörner nel suo lavoro Virgil und Heinrich von Veldeke (in Zeitschr. f. deutsche Philolog. von Höpfner und Zacher III, 126 sgg.), nel quale ha creduto rendere un gran servizio al povero minnesinger confrontandolo col poeta latino. Sulle lodi date ad Enrico da Wolframo di Eschenbach, Goffredo di Strasburgo, e il motivo di queste, giustamente giudica Gervinus. Sulle curiose miniature che accompagnano il codice berlinese di questo poema ved. Piper, Mythologie der christl. Kunst, I, p. 246 sgg. e Kugler, Kl. Schrift.

[11]. Anche Enrico di Veldeke, benchè si appoggi più direttamente sul suo originale francese, di frequente cita Virgilio, «sô saget Virgiliûs der mâre» «so zelt Virgilius der helt» Cfr. anche quel che dice a p. 26, l. 18 sg.

[12]. Una ricca raccolta di esempi per questo che qui si dice trovasi nel dotto lavoro di Bartsch, Albrecht von Halberstadt und Ovid im Mittelalter (Quedlinb. und Leipz. 1861) p. XI-CXXVII.

[13].

«Qui volc ausir diverses contes

De reis, de marques e de comtes

Auzir ne poc tan can si volc.

. . . . . . . . . . . .

L'autre comtava d'Eneas

E de Dido consi remas

Per lui dolenta e mesquina;

L'autre contava de Lavina

Con fes lo bren al cairel traire

A la gaita de l'auzor traire» etc.

Roman de Flamenca publ. p. Paul Meyer v. 609 sgg. p. 19 sg. V. anche Guiraut de Calanson, pr. Diez, Poesie der Troubadours p. 199, e altri luoghi simili pr. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters p. 7 sgg.

[14].

«Si fu entaillée l'estoire

Coment Eneas mut de Troie,

Et com à Cartage à grant joie

Dido en son lit le reçut;

Coment Eneas la deçut,

Coment ele por lui s'ocist;

Coment Eneas puis conquist

Laurente et tote Lombardie,

Et Lavine qui fu s'amie.»

Per altri testi di poeti volgari relativi a fatti dell'Eneide ved. Bartsch op. cit. p. XXI sgg. e CXXII sg. Il Roman de Brut di Wace comincia con un sunto dell'Eneide che serve alla genealogia dell'eroe del romanzo.

[15]. «Onkes poëtes ne fu tex» v. 1267.

[16]. È il Fabliau du Chevalier à la trappe, unito ad un altro racconto che è la novella di Tofano e monna Ghita del Decamerone (VIII. 4). Veggasi sulla storia di questi due racconti, D'Ancona, Il Libro dei sette savi di Roma, p. 112 sgg., 120; Oesterley ad Pauli's Schimpf und Ernst p. 678 e Benfey, Pantschat. I, 331.

[17]. Cfr. Rosenkranz, Gesch. d. deutsch. Poesie im Mittelalter, p. 67.

[18]. Nella Fiorità, tuttora inedita, di Armannino, il Roman d'Énéas è stato adoperato. Cfr. Mussafia, Sulle versioni italiane della storia Troiana p. 48 sgg.

[19]. Cfr. Gamba, Diceria bibliografica intorno ai volgarizzamenti italiani delle opere di Virgilio, Verona 1838; Benci, Sui volgarizzamenti antichi dell'Eneide di Virgilio in Antologia di Firenze vol. II (1821) p. 164 sgg.; L'Eneide di Virgilio volgarizzata nel buon secolo della lingua da Ciampolo di Meo degli Ugurgieri, Firenze 1858. Questa traduzione non fu certamente fatta prima che Dante componesse la Divina Comedia, come taluno ha preteso.

[20]. «During the gloomy and disastrous centuries which followed the downfall of the roman empire, Italy had preserved in a far greater degree than any other part of western Europe the traces of ancient civilisation. The night which descended upon her was the night of an arctic summer. The dawn began to reappear before the last reflection of the preceeding sunset had faded from the horizon.» Macaulay, Ess. on Macchiavelli p. 64.

[21]. Vietor Der Ursprang der Virgilsage nella Zeitschrift für romanische Philologie di Gröber, I, (1887), p. 165-178 sostiene con critica ragionante ma pregiudicata, che la leggenda Virgiliana è tutta d'origine letteraria e il popolo non c'entra per nulla. Così, ma con critica più grossa, incomposta ed inesperta, Tunison Master Virgil the author of the Aeneid as he seemed in the middle ages, Cincinnati 1890. Più accorto e ragionevole Graf Roma nella memoria ecc., II, p. 22 sgg. riconosce l'origine popolare della leggenda, ma sostiene che non sia questa senza rapporto colla leggenda letteraria, cosa che noi non neghiamo, ma anzi, nei dovuti termini, affermiamo. Alcuni sani concetti esprime su tal proposito anche Stecher La lègende de Virgile en Belgique in Bull. de l'acad. roy. de Belgique, cl. des sciences 3me serie, t. XIX, 1890, p. 602 sgg.

[22]. Pubblicata negli Scriptores rerum brunsvicensium di Leibnitz, voi. II, p. 695-698.

[23]. Pubbl. da Leibnitz negli Scriptores rerum brunsvicensium, vol. I, p. 881 sgg. Benchè la data dell'opera sia il 1212, i ricordi napoletani di Gervasio risalgono, come rilevasi da qualche passo dell'opera stessa, ad un'epoca assai anteriore. Troviamo da lui citato un fatto del 1190 ed un altro più antico, del 1175.

[24]. Tutta la parte a ciò relativa fu pubblicata separatamente con dottissime illustrazioni dal prof. Liebrecht, Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia, in einer Auswahl, etc. Hannover, 1856.

[25]. I dubbi sollevati circa l'autorità di questi scrittori dal Vietor (op. cit. p. 171 sgg.) sostenendo che di queste leggende e di Virgilio il popolo napoletano non ne sapeva nulla, mancano di ogni buon fondamento e riposano su di un falso ragionare suggerito da falsi preconcetti. Sono costoro creduli invero e come tali possono anche esagerare aggiungendo qualche frangia alle fanfaluche che riferiscono e anche credono, ma una critica sana ed impregiudicata non potrà dedurre da ciò che inventino fatti e cose e il nome di Virgilio introducano essi là dove il popolo non ne sapeva. Del resto quel ch'essi riferiscono circa le credenze napoletane è confermato da altri scrittori e dai napoletani stessi, come vedremo.

[26]. Ueber den Zauberer Virgilius nella Germania di Pfeiffer, vol. IV, (1859) p. 257-298. Ved. p. 264.

[27]. Alexandri Neckam De naturis rerum libri duo, with the poem of the same author De laudibus divinae sapientiae, edited by Thomas Wright. London, 1863.

[28]. Quae vices quaeque mutationes et Virgilium ipsum et eius carmina per mediam aetatem exceperint explanare tentavit Franciscus Michel. Paris, 1846. Vedi p. 18 sgg.

[29]. Vedi Wright, Biographia Britannica literaria II, 449 sgg. e la prefazione del medesimo al De naturis rerum; Cfr. Hist. litt. de la France XVIII, 521 sgg.; Du Méril, Poésies inédites du moyen-age, p. 169 sgg.

[30].

«Romae quid facerem? mentiri nescio, libros

Diligo, sed libras respuo. Roma, vale.»

Pag. 448.

[31]. Così argomenta giustamente Wright nella sua prefazione, p. XIII sgg.

[32]. Riferita da Niceta Coniate, Glica, Esichio Milesio. Cf. Frick, Das plataeische Weihgeschenck zu Constantinopel in Jahrhb. f. Phil u. Paed, III Supplmb. p. 554 sgg.

[33]. De signis Constant., cap. VIII, p. 861, Bk.

[34]. Codin., De signis, p. 30 e 36; De aedif. Const., p. 62; Nic. Callist., Hist. eccles., III, 18.

[35]. Spesso questi talismani venivan così sotterrati, e vi fu un tempo in cui in questa guisa ad officio di talismani si fecero servire uomini viventi! Vedi Plin., Nat. Hist. 28, (3) e Liebrecht, Eine altrömische Sage in Philologus, XXI, p. 687 sgg.

[36]. Hist. Fr., VIII, 33. Cf. Fournier, Hist. du Pont-neuf, I, p. 19 sgg. Vedi per altri esempi Liebrecht ad Gervas., p. 98 sgg. e Naudé, Apologie des gr. personn. accusés de magie, p. 624. Anche ad Alberto Magno fu attribuita una mosca d'oro che scacciava tutte le mosche. Cf. P. Anton. De Tarsia, Hist. Cupersan., p. 26 (in Thes. Graev. et Burmann. tom. IX, p. v).

[37]. Plin., Nat. Hist., X, 29 (45); XXI, 14 (46).

[38]. Collect. rer. memorab. p. 40 (ed. Mommsen).

[39]. Cf. Liebrecht ad Gervas., p. 105; Lalanne, Curiosités des traditions etc., p. 218. Menabrea, De l'origine, de la forme et de l'esprit des jugements rendus au moyen-age contre les animaux. Chambéry, 1843.

[40]. Cfr. Springer, Bilder aus der neueren Kunstgeschichte, (Bonn, 1867) p. 19 sg.

[41]. Ved. Schaarschmidt, Joh. Saresberiensis, p. 31.

[42]. Polycraticus I, 4. Quest'opera vide la luce nel 1159. Vedi Schaarschmidt, op. cit., p. 143.

[43]. Apocalypsis Goliae episcopi, presso Wright, Early poems attributed to Walter Mapes, p. 4.

[44]. Cf. Jo. Scoppae Parthenopei in diversos auctores collectanea ab ipso revisa etc. Neapol., 1534, p. 20 sgg. I passi di questo libro, non facile a trovarsi, relativi a Virgilio, mi sono stati comunicati dalla gentilezza del mio dotto amico napoletano prof. De Blasis, al quale vado pur debitore di altre notizie e schiarimenti per questo mio lavoro. — Il sig. Minieri Riccio nel Catalogo dei libri rari della sua biblioteca (Napoli 1864) vol. I, p. 110 sg. nota quanto segue: «Lo Scoppa che scriveva nel giugno 1507, distrugge affatto lo sciocco racconto tradizionale del Summonte intorno a siffatte teste. Costui riferisce che una giovane vassalla, essendo ricorsa ad Isabella di Aragona per essere stata violentata dal suo feudatario, Isabella ordinò che il barone la sposasse, e dopo le nozze lo fece decapitare; che quindi, a memoria di questo fatto, si fossero collocate in marmo quelle due teste su quella porta della città che guarda il mercato dove soffrì l'ultimo supplizio il barone. Racconto ch'io confutai fin dall'anno 1844 nelle mie Memorie degli scrittori nati nel reame di Napoli, prima che avessi letto il libro dello Scoppa.» Gervasio che è molto più antico dello Scoppa dà anche meglio ragione al signor Minieri.

[45]. Citato in un MS. napoletano di illustrazioni a Virgilio. Ved, Capasso, Hist. dipl. regni Sic. p. 50.

[46]. De Stefano, Luoghi sacri di Napoli f. 15, Capasso, op. cit. p. 50.

[47]. Cf. Galiani, Del dialetto napoletano. Napoli, 1779, p. 98 sgg. Dobbiamo però avvertire che questa testa esistente nel Museo creduta da molti scrittori residuo di quel cavallo non pare, a giudizio di archeologi, abbia mai appartenuto ad una statua di cavallo; ved. Helbig Ann. d. Istit. arch. 1865, p. 271; Capasso, op. cit. p. 51.

[48]. Notiamo però che già nel V secolo trovasi menzione di una leggenda siciliana, relativa ad una statua che tratteneva la vampa dell'Etna ed impediva agl'invasori d'approdare in Sicilia (Olimpiodoro, presso Fozio, cod. 90). Di una statua simile fa menzione anche nell'VIII secolo la vita di S. Leone taumaturgo, vescovo di Catania. Vedi Acta Sanctor. Febr., III, p. 224. Cf. Liebrecht ad Gervas., p. 106 sgg. e 262. Come giustamente osserva questo dotto illustre, tale leggenda sicula non è senza rapporti coi racconti favolosi dell'antichità relativi all'agrigentino Empedocle e colla statua di bronzo ch'egli ebbe in Girgenti.

[49]. Sulle idee superstiziose a ciò relative, vedi Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, V, p. 483 sgg.; X, p. 408.

[50]. Così lo chiamano Pietro d'Eboli, Falcone Beneventano ed altri.

[51]. Montfaucon, Monumens de la monarchie française, tom. II, p. 329.

[52]. Cod. IX c. 24 f. 89 v. «Refert etiam (Alexander libro de Naturis rerum) quod in cratere quodam vitreo ovum Virgilius inclusit quo fata civitatis Neapolis pendere dicebat.» È un MS. acefalo che contiene alcune illustrazioni delle opere di Virgilio, segnalato da Capasso, Histor. dipl. regni Sic. Neap. 1874, p. 354.

[53]. De Rossi, Prime raccolte d'antiche iscrizioni ecc., (Roma 1852) p. 92. Roth (op. cit. p. 263) ha tentato d'interpretarla, ma senza risultato che valga la pena di esser qui riferito.

[54]. Vedi i vari scritti relativi a questi bagni riuniti nel tom. IX, parte IV del Thesaurus di Grevio e Burmanno.

[55]. Quantunque Corrado parli d'immagini, la maggior parte degli altri scrittori che di ciò fan parola non menzionano che iscrizioni.

[56].

«A borbo avia risc bains;

Quis volc, fos privatz o estrains,

S'i pot mout ricamen bainar.

En cascun bain pogras trobar

Escrih a que avia obs.»

Le Roman de Flamenca, publié par P. Meyer. Paris, 1865, p. 45; Cf. p. XIII.

[57]. Itinerarium (ed. Asher), I, p. 42. Vedi Du Méril, De Virgile l'enchanteur nei suoi Mélanges archéologiques et littéraires, p. 436.

[58]. Cf. Meyer, Roman de Flamenca, p. XIII.

[59]. Vedi Du Méril, l. c.

[60]. Joh. Burchardi diarium, ed. ab Ach. Gennarelli, Flor. 1854, p. 317.

[61]. Cfr. su questo scrittore del XII sec. e il suo poema E. Pércopo I bagni di Pozzuoli poemetto napoletano del sec. XIV, Napoli 1887, p. II sgg. (Estr. dall'Arch. stor. per le prov. napol. XI, pp. 597-750.)

[62]. Cap. 29.

[63]. Vedi Du Méril, l. c.

[64]. Cron. di Partenope, cap. 29.

[65]. Cf. Panvinio, Il forest. istr. alle antichità di Pozzuoli ecc., p. 100. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, p. 148. Mazza, Urbis Salernitanae historia (in Thes. Graev. et Burm., tom. IX, p. iv) p. 72 sg.

[66]. I telesmi di Apollonio Tianeo sono attribuiti dallo pseudo-Giustino (V sec.) a profonda cognizione «delle forze della natura e delle loro simpatie ed antipatie.» Cf. Roth, op. cit., p. 280. Certo non può credersi sia la magia diabolica quella che Alberto Magno dice di avere sperimentata egli stesso: «cuius etiam veritatem nos ipsi sumus experti in magicisOper., t. III (Lugd., 1625), p. 23. Intorno alla testa che parlava fatta da costui, dice il nostro antico scrittore: «e non fu per arte diabolica nè per negromanzia però che gli grandi intelletti non si dilettano di ciòe; poichè è cosa da perdere l'anima e 'l corpo, che è vietata tale arte dalla fede di Cristo.» Sopra ha detto che ei la fè «per la sua grande sapienzia... a sì fatti corsi di pianeti e calcola così di ragione ch'ella favellava.» Rosario della vita di Matteo Corsini ap. Zambrini, Libro di novelle antiche, p. 74.

[67]. Commento sopra Dante, Inf. I, 70.

[68]. L'ars notoria, derisa da Erasmo, non ha nulla di diabolico, ma intende a procurare la conoscenza di varie scienze mediante l'osservanza di talune prattiche. Cornelio Agrippa scrisse un libro intorno a quest'arte. Ved. Liebrecht ad Gervas., p. 161. Cf. Roth. op. cit., p. 294. Veggasi però anche quanto ne dice il Virgilio Cordubense di cui parleremo in altro capitolo.

[69]. Morto, secondo Leibnitz, nel 1175.

[70]. Muratori, Scriptores rer. ital., XII, p. 283.

[71]. Polycraticus, 2, 23.

[72]. Cf. Roth, op. cit., p. 295.

[73]. Di quest'avviso è anche Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben etc, p. 99.

[74]. Ap. Muratori, Scriptores rer. ital., V, p. 637, 644. Lo stesso autore crede Napoli inespugnabile e pare ciò attribuisca a Virgilio, come vedremo più oltre riferendo le sue parole. Cf. Roth, op. cit., p. 288 sgg.

[75]. È singolare e deplorevole che fino ad oggi da archeologi di vaglia non siasi fatta intorno al sepolcro del poeta alcuna seria ricerca. Generalmente si ricusa di credere che sia veramente il sepolcro di Virgilio quello che a Napoli da parecchi secoli passa per tale. Dopo lo scritto poco serio e profondo di Peignot Recherches sur le tombeau de Virgile, Dijon 1840, abbiamo il recente lavoro storico-critico di E. Cocchia, La tomba di Virgilio, contributo alla topografia dell'antica città di Napoli, Torino (Loescher) 1889 (Estr. dall'Arch. st. per le prov. napol. Anno XIII, fasc. III-IV), il quale intende a provare che il sepolcro di Virgilio è appunto quello che si crede tale presso l'ingresso della grotta di Pozzuoli. L'indicazione data nell'antica biografia è assai precisa e del tutto degna di fede. Essa potrebbe servire di guida a scavi, che però devono essere preceduti da ricerche topografiche su Napoli antica, per determinare con esattezza ove fosse il secondo miglio da Napoli sulla via Puteolana. Tanto fa il Cocchia provando che a tal distanza su quella via corrisponde appunto quel sepolcro. Certo, che quello non possa essere il sepolcro di Virgilio, è difficile provarlo, come anche trovare come e quando nascesse la vecchia tradizione che appunto quello indica per tale.

[76]. «Ossa eius Neapolim translata sunt tumuloque condita, qui est via puteolana intra lapidem secundum.» Donat., Vit. Vergil., p. 63.

[77].

«Non quod Mantua contumax Homero

adiecit latialibus loquelis,

aequari sibimet subinde livens

busto Parthenopem Maroniano.»

Sid. Apoll., Carm. IX.

[78]. Scriptores rerum langobardicarum (nei Mon. Germ. hist.) p. 440.

[79]. Bartsch Chrestomathie provençale (4ª ed.) p. 73, 2. Sull'età di questo trovatore ved. Selbach, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen Lyrik, Marburg 1886 p. 18 sg.

[80]. Cfr. Schipa, Il Ducato di Napoli in Arch. st. delle prov. nap. XIX (1894) p. 445.

[81]. Pompon. Mela, De Chorographia, III. 106 (ed. Partehy). Cfr. anche Rawlinson, ad Herodot. I, 66.

[82]. «.... et ore et animo tam probum constat, ut Neapoli Parthenias vulgo appellatus sit.» Donat. Vit. Vergil. p. 57.

[83]. Acta Sanctorum Jun., V, p. 114 sgg.

[84]. Op. cit. p. 287.

[85]. Acta Sanctor. Jun., V, p. 112 d.

[86]. Costo, La vera istoria dell'origine e delle cose notabili di Monte Vergine, p. 123 sgg.

[87]. La tradizione locale, citata da tutti gli storici del Monte Vergine, porta che il monte prima di chiamarsi Virgiliano si chiamasse di Cibele, per un tempio che ivi era, sacro a questa divinità. La stessa tradizione fa derivare il nome di Vesta, che porta una località alle falde dei monte, da un tempio di Vesta che ivi si trovava. Ved. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 27, 38, 45.

[88]. Un antico MS. del Monte Vergine, del sec. XIII, contenente la vita di S. Guglielmo, dice: «Nuncupatur Mons Virgilianus a quibusdam operibus et maleficiis Virgilii mantuani poetae inter latinos principis; construxerat enim hic maleficus daemonum cultor eorum ope hortulum quemdam omnium genere herbarum cunctis diebus et temporibus, maxime vero aestatis pollentem, quarum virtutes in foliis scriptas monachi quidam nostri fide digni fratres, qui praedictum montem inhabitant, apertis vocibus testantur, saepe casu in praedictum hortum, non semel, dum per iuga montis solatii causa errarent, incidisse, nihilominus intra hortum huiusmodi maleficio affectos esse, ut nec herbas tangere valuisse, nec qua via inde egressi sint, cognovisse retulerunt. Deinde, mutato nomine Virgilii, Virgineus appellatur a semper Virgine Maria, cui templum positum est.» ap. Giordano, Croniche di Monte Vergine, p. 92.

[89]. Noct. att., II, 213. Cf. Serv. ad Aeneid., VII, 740.

[90]. Kretschmer (De A. Gell. fontib. p. 77) e Mercklin (N. Jahrbb. f. Philol. 1861, p. 722) pensano che questo potesse essere un commentario virgiliano d'Igino.

[91]. Così pensa anche Ribbeck, Prolegg., p. 25.

[92]. La Cronica di Partenope lo pone sopra Avella et appresso Mercholiano. Mercogliano però è più prossimo ad Avellino che ad Avella, e forse per questo Roth crede che nella Cronica debba leggersi Avellino invece di Avella (op. cit., p. 226). Ma lo Scoppa dice chiaramente «supra Abellam nunc Avellam quam Virgilius in Georg. maliferam... nuncupat.» Il padre Giordano (Cron. di Monte Vergine, p. 85 sgg.) arriva fino ad affermare che Virgilio pose in Avella la sua residenza estiva. Del resto è chiaro che la leggenda non poteva indicare precisamente il luogo di un giardino così maraviglioso. Nel MS. del Monte Vergine, del sec. XIII, già sopra citato, si parla di alcuni monaci che asserivano di averlo veduto, essendovisi imbattuti a caso, ma di non sapere nè come vi fossero entrati, nè come ne fossero usciti. Altri monaci dicevan lo stesso nel sec. XVII, ed il padre Giordano registra anche i loro nomi! Cron. di Monte Vergine, p. 92 sgg.

[93]. È pur notevole che due delle leggende napoletane su Virgilio (quella dei serpenti, e quella delle facce di pietra) si referiscano appunto alla porta di Napoli che conduceva a Nola.

[94]. Veggasi l'epigramma 376 dell'Anthologia latina (Meyer): «De horto domini Oageis, ubi omnes herbae medicinales plantatae sunt.»

[95]. Croniche di Monte Vergine, p. 84.

[96]. Cfr. Schipa Il Ducato di Napoli in Archivio st. per le prov. napolet. v. XVII p. 628 sgg.

[97]. «post Romanam urbem nulli inferior» Vita Athanasii in Script. rer. Langobardicar. p. 440.

[98]. Vita Athanasii loc. cit.

[99]. Cfr. Schipa op. cit. p. 115.

[100]. Procopio De Bell. Goth. I, 9.

[101]. «.. beati Agrippini ecclesia hactenus demonstratur... qui etiam patronus et defensor est istius civitatis. Beatissimum quoque Ianuarium, Christi martyrem, postea Neapolites meruerunt habere tutorem, quibus assistentibus faventibusque praefata urbs, Deo favente, tuta permansit manebitque in aevum.» Vita Athanasii, ed. cit. p. 440.

[102]. «Quam ob rem adeo ipsa (Neapolis) inexpugnabilis constat ut, nisi famis periculo coartata, nullatenus comprehendi queat. Nempe huiusmodi urbis dominus olim, Octaviano Augusto annuente, Virgilius maximus poetarum extitit, in qua etiam ipse volumen ingens hexametris composuit versibus.» De reb. gest. Roger. c. XIX.

[103]. Secondo l'etimologia medievale: «mantia, graece divinatio dicitur, et nigro, quasi nigra, unde Nigromantia, nigra divinatio, quia ad atra daemoniorum vincula utentes se adducit.» Quindi essa non è un'arte liberale, perchè: «sciri libere potest, sed operari sine daemonum familiaritate nullatenus valet.» Così in un MS. di Vienna, presso Reiffenberg, Chron. rim. de Philippe Mouskes, I, p. 628.

[104]. A ciò allude un passo della Gemma Ecclesiastica di Giraldo Cambrense (1197), a proposito di certi preti: «Similes sunt cantantibus fabulas et gesta, qui videntes cantilenam de Lauderico non placere auditoribus, statim incipiunt cantare de Wacherio; quod si non placuerit, de alio.» Giraldi Cambrensis opera, ed. Brewer, vol. II (Lond., 1862), p. 290.

[105]. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters, p. 6 sgg.

[106]. Hist. litt. de la France, t. XVII, p. 580.

[107].

E de Virgili

Com de la conca s saup cobrir

E del vergier

E del pesquier

E del foc que saup escantir.

Diez, D. Poesie d. Troubadours, p. 199. Graesse, Die grossen Sagenkreise des Mittelalters, p. 21 sgg. Cf. Fauriel, Hist. de la poesie prov., III, p. 495.

[108]. Cfr. Vol. I, cap. 16.

[109]. Li Romans de Dolopathos, publié par MM. Ch. Brunet et Anat. de Montaiglon. Paris (Jannet), p. 384.

[110]. Roth ha torto di confondere, come molti altri hanno fatto, tra i quali Grimm (Die Sage von Polyphem, p. 4), il testo latino del Dolopathos colla Historia septem sapientum. Quest'ultima non è che la riduzione latina (non l'originale, come si crede comunemente) dei Roman des sept sapes. Non è qui però il luogo di porre in sodo questa idea che mi contento di avere accennata.

[111]. De naturis rerum, cap. 174. Quel che Neckam racconta intorno a Virgilio vien riferito, dietro l'autorità sua, da W. Burley, De vita et moribus philosophorum, cap. 103.

[112]. Altrimenti lo pseudo-Villani, Nobile, Descriz. della città di Napoli, II, p. 781, scrive quanto segue: «La cappella di S. Giovanni a Pozzo bianco segue più innanzi al principio del vicolo dell'arcivescovado, anticamente detto Gurgite; ed era così denominato perchè l'altro vicolo che gli sta dirimpetto, aveva fino ad un secolo fa un pubblico pozzo ornato di marmo bianco, e sovr'esso sanguisughe scolpite, di cui il cronista nostro Giovanni Villani, seguendo l'ignoranza del volgo, dice che Virgilio Marone sotto la costellazione dell'Aquario aveale fatte scolpire» ecc. ecc.

[113]. Pubblicata nel tomo VII della Bibliotheca patrum cistercensium di Tissier.

[114]. La sola ragione per cui Vincenzo di Beauvais dubita di questo racconto è la data dell'invenzione delle campane, posteriore a Virgilio!

[115]. Ved. Hist. litt. de la France, t. XVIII, p. 87 sgg.

[116]. «Non scena, non circus, non theatrum, non amphitheatrum, non forum, non platea, non gymnasium, non arena sine eo resonabat.» De reparat. lapsi, p. 318.

[117]. Ved. Rochat nella Germania di Pfeiffer, III, 81 sgg. e IV, 411 sgg.

[118]. Cf. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, p. CXL sgg.

[119]. Dist. 5ª vers. 290 sgg. (p. 447).

[120]. Procop., Bell. Goth., IV, 22. Becker crede fosse un modello o una curiosità: Handbuch d. röm. Alterth., I, p. 161. Secondo Guglielmo di Malmesbury (II, c. 13) nel 1045 sarebbesi scoperto in Roma il sepolcro di Pallante: «tunc corpus Pallantis filii Evandri, de quo Virgilius narrat, Romae repertum est, ingenti stupore omnium. Hiatus vulneris quod in medio pectore Turnus fecerat quatuor pedibus et semis mensuratum est.» Esiterei a credere che questa favola, certamente di provenienza dotta e non popolare, si riferisca a qualche scoperta reale, e sia dovuta a qualche antiquario romano, come pretende Gregorovius, Gesch. d. Stadt Rom im Mittelalt. IV, p. 626.

[121]. Cf. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 753 sgg. G. Paris, La Legende de Trajan nel fasc. XXXV della Bibl. de l'École des hautes études p. 261-298; Graf Roma nella memoria ecc. II, p. 6 sgg.

[122]. Talvolta è chiamata anche Consecratio statuarum.

[123]. Mai, Spicilegium Romanum, II, p. 221.

[124]. Il re Sarcâf «fece un'anitra d'ottone e la pose alla porta della città su di una colonna di marmo verde; quando uno straniero veniva nella città questa anitra batteva le ali e gridava in modo che tutti gli abitanti udivano, e così arrestavano lo straniero.» Ved. Orient und Occident, I, p. 331; cf. p. 335 e 340; vedi anche l'articolo di Liebrecht, ib., III, p. 360, 363. Floro nel narrare il fatto di Manlio parla di una sola oca. Virgilio nello scudo d'Enea rappresenta quella sola oca (d'argento). Aen. 8, 652 sgg. Dante, De Monarch. dice: «anserem ibi ante non visum cecinisse Gallos adesse.» Il canto dei soldati di Modena (X sec.) dice:

«Vigili voce avis anser candida

fugavit Gallos ex arce romulea

pro qua virtute facta est argentea

et a Romanis adorata ud dea.»

ap. Du Méril, Poésies pop. lat. ant. au XII sièc., p. 269. — Massmann pretende spiegar la leggenda riferendola alle statuette semoventi che accompagnavano alcuni orologi, uno dei quali trovavasi in Campidoglio; Kaiserchronik, III, p. 425. Egli l'attribuisce a Tedeschi (p. 424); noi la crediamo piuttosto d'origine bizantina. Altrimenti Graf (op. cit. I, p. 201 sgg.) il quale la crede nata a Roma nel IV o V sec. per una trasformazione delle antiche idee romane sull'arce Capitolina come difesa e propugnacolo dell'impero di Roma.

[125]. Così anche Ludovico Dolce:

«Non la Ritonda or sacra, e già profana,

Là dove tante statue erano poste

Che avean legata al collo una campana.»

Il primo volume delle op. burl. del Berni ecc. parte II, p. 271.

[126]. Libellus de septem orbis miraculis, in Bedae Op., I, 400.

[127]. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 426.

[128]. Muratori, Rer. italicar. scriptores, II, 2, p. 272.

[129]. Preller in Philologus, I, p. 103.

[130]. Graesse, Beitraege zur Literatur und Sage des Mittelalters, p. 10.

[131]. Una edizione critica del Mirabilia ha dato per primo il Parthey, Mirabilia Romae ex codd. valt. emendata. Berol., 1865, quindi il Jordan, nel suo libro: Topographie der Stadt Rom im Alterthum II, Berl. 1871, p. 605 sgg., il quale offre anche (p. 357 sgg.) un importante lavoro sulla storia di questo testo. Anche l'Urlichs (C. L.) ha riprodotto il Mirabilia nel suo: Codex urbis Romae topographicus. Wicerburgi, 1871, p. 126 sgg.

[132]. Leggenda aurea, n.º CLVII.

[133]. In un MS. che abbiamo già avuto occasione di citare è attribuita ad arte astronomica, ossia astrologica: «Per hanc artem Romae senatores necem virorum et bella in oris barbaris facta, regumque et regnorum detrimentum, statum et stabilimentum noverunt.» Ved. Reiffenberg, Chron. rim. de Philippe Mouskes, I, p. 628.

[134]. La più ricca raccolta di testi a ciò relativi trovasi in Massmann, Kaiserchronik, III, p. 421 sgg. Aggiungiamo il seguente testo italiano inedito: «Una porta artificiata era in Roma sotto il monte Gianicolo dove anticamente abitò il re Giano primo re d'Italia da cui è nominato il monte Gianicolo. La detta porta era di metallo ornata maravigliosamente e con grande artificio, perocchè quando Roma, quella nobilissima città, aveva pace, stava la detta porta sempre serrata, e quando si ribellava alcuna provincia, la porta per sè stessa si apriva. Allora li romani correvano al Pantheon, cioè Santa Maria Rotonda, dove erano in luogo alto statue le quali rappresentavano le Provincie del mondo. E quando alcuna si ribellava, quella cotale statua voltava le spalle, e però li romani quando vedevano la statua volta s'armavano le milizie, e prestamente andavano in quella parte a riacquistare» Libro imperiale, 3, 8 (cod. sacc. XV, Magliab. XXII, 9).

[135]. «Habuitque domum Romae Esquiliis iuxta hortos Maecenatis, quamquam secessu Campaniae Siciliaeque plurimum uteretur.» Donat. Vit. Verg. p. 57.

[136]. «si quando Romae, quo rarissime commeabat, viseretur in publico» etc. Donat. Vit. Verg. p. 57.

[137]. Cf. Histoire litt. de la France, t. XXIII, p. 309; Du Méril, Mélanges, p. 427 sgg.

[138]. Keller, Li Romans des sept Sages, p. CCIII sgg., 153 sgg.; Id., Dyocletianus Leben von Hans von Bühel, p. 57 sgg.; Loiseleur Deslongchamps, Essai sur les fables indiennes, p. 150 sgg.; D'Ancona, Il libro dei sette Savi di Roma, p. 50 sgg., 115 sgg.

[139]. Histoire litt. de la France, t. XX, p. 712 sgg.; Du Méril, Mél. arch., p. 435 sgg.; Li Roumans de Cleomadès, par Adénès li Rois, publ. pour la prem. fois par André van Hasselt, Brux., 1865-66, vol. I, p. 52-58.

[140]. Du Méril, Mélanges, p. 440 sgg.

[141]. Gesta romanorum hrsg. v. Ad. Keller, Stuttg. u. Tübing. 1842; id. hrsg. (deutsch. übers.) v. Graesse, Dresd. u. Leipz. 1847. Cfr. Warton, Dissert. on the Gesta Romanorum nella sua History of english poetry, I, p. CXXXIX sgg. Douce, Dissert. on the Gesta Romanorum nelle sue Illustrations of Shakspeare (Lond. 1836), p. 519 sgg.; Gesta Romanorum hrsg. v. H. Oesterley, Berl. 1871.

[142]. Le Violier des histoires romaines, nouv. édit. p. M. G. Brunet. Paris (Jannet) 1858.

[143]. Tutta la parte relativa a questi racconti è pubblicata in v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 513 sgg.

[144]. Itinerario, I, p. 155 sgg. (ediz. Asher). Cf. de Guignes in Mémoires et extraits des MSS. etc. I, p. 26; Reinaud, Monumens arabes, persans et turcs, t. II, p. 418; Loiseleur, Essai sur les fables indiennes, p. 153; Norden, Voyage, t. III, p. 163 sgg.

[145]. Due di questi specchi figurano anche fra le leggende arabe pubblicate da Wüstenfeld, Orient und Occident, I, p. 331-335. Nel Titurel uno specchio simile è attribuito al Preteianni. Cf. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, IV, p. 119; Oppert, Der Presbyter Johannes in Sage und Geschichte, p. 175 sgg. La leggenda ne attribuiva pure uno a Caterina de' Medici; Cf. Reinaud, Monumens arabes, persans et turcs, II, p. 418. G. Batt. Porta nella sua Magia naturalis (lib. XVII, cap. 2), arriva fino a dare il preteso segreto per fare ut speculis planis ea cernantur quae longe et in aliis locis geruntur.

Secondo una versione medievale della leggenda troiana il famoso palladio di Troia non consisteva in altro che in uno specchio di questo genere; ved. Caxton, Troye-Boke, l. II, cap. 22, ap. Du Méril, Mélanges, p. 470.

Nei racconti popolari anche a' dì nostri s'incontra assai spesso menzione di questi specchi magici nei quali si può vedere tutto quanto accade nel mondo e che anche rispondono ad ogni domanda. Vedi per es. Afanasieff, Narodnyia russkiia skazki (racconti popolari russi) VII, n.º 2, n.º 41; VIII, n.º 18, e le note relative; Schott, Walachische Märchen, n.º 5, n.º 13; Haltrich, Deutsche Volksmärchen, n.º 30, ecc. Per lo più son descritti come piccoli specchi portatili, ed uno di questi è anche attribuito a Virgilio in un racconto del Gesta Romanorum, (cap. 102, ediz. Keller) secondo il quale Virgilio con questo mezzo avrebbe svelato ad un marito lontano dalla moglie l'infedeltà di costei e le operazioni magiche che col suo amante veniva facendo onde ucciderlo. Vedi v. d. Hagen, Erzählungen und Märchen; Scheible Das Kloster, II, p. 126 sgg.; Simrock, Die deutschen Volksbücher, VI, p. 380 sgg. Forse a questa leggenda si riferiscono i pretesi specchi magici di Virgilio serbati in taluni musei.

Sulle superstizioni medievali relative agli specchi magici, cf. Papencordt, Cola da Rienzo, cap. VI; Orioli nella Biblioteca italiana, fasc. I, 1841, p. 67-90; Du Méril Mélanges, p. 469 sgg.; Dunlop-Liebrecht, p. 201.

[146]. Cf. anche Gower, Confessio amantis, l. 5; Froissart, Poésies, p. 270. A ciò si riferisce anche il Castiaus-Mirèours di Roma, menzionato nel poema francese intitolato Balan; ved. G. Paris, Hist. poét. de Charlemagne, p. 251.

[147]. Pecorone, giorn. 5.ª nov. 1.ª — Anche lo specchio d'Alessandria, secondo Beniamin di Tudela, fu distrutto fraudolentemente da un greco nemico dell'Egitto.

[148]. «Mi ricordo che al tempo di Pio IV capitò in Roma un Goto con un libro antichissimo, che trattava di un tesoro, con una serpe, ed una figura di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio, e dall'altro accennava verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco dell'arco; ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il quale disse che apparteneva a' Romani; ed esso mandato dal popolo ottenne grazia di cavarlo, e cominciato nel detto fianco dell'arco, a forza di scarpello entrò sotto facendovi come una porta, e volendo seguitare, li Romani dubitando non ruinasse l'arco, a' sospetti della malvagità del Goto, nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia di andarsene via, e fu tralasciata l'opera.» ap. Nardini, Roma antica, ediz. Nibby, I, p. 40.

[149]. Così pure nella Fleur des histoires di Jean Mansel. Ved. Du Méril, Mélanges, p. 438.

[150]. Nell'Eneide di Enrico di Veldecke è attribuita ad un savio chiamato Geomatras. Nel Romans d'Alixandre (ediz. Michelant, p. 46), una lampada sempre ardente è attribuita a Platone:

«En milieu de la vile ont drecié un piler.

C. pies avoit de haut: Platons le fist lever;

Deseure ot une lampe, en sou I. candeler

Qui par jor et par nuit art et reluist si cler

Que partout en peut-on et venir et aler,

Et tous voient les gaites qui le doivent garder.»

[151]. Guglielm. Malmesb., De Gest. reg. angl., lib. II, cap. 10; Alberico di Tr. Font., Chron., par. II, p. 37 a 41; Vincenzo di Beauvais, Speculum historiale, lib. 24, cap. 98 sgg.; Hock, Gerbertus, cap. 15.

[152]. V. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 525 sgg.; Massmann, Kaiserchronik, III, p. 450.

[153]. Gesta Romanorum, cap. 107 (ediz. Keller).

[154]. Pag. 100 dell'ediz. di Loiseleur (Panthéon litt.). Cf. anche i Mille e un giorno, p. 346 (stessa ediz.).

[155]. È noto anche il racconto della testa parlante fatta da Alberto Magno e spezzata da San Tommaso. Un'altra era attribuita al marchese di Villena. Il Tostado (Sup. num. cap. XXI) parla di una testa di bronzo che profetizzava nel borgo di Tabara e di cui il principale impiego consisteva nell'indicare la presenza di qualche ebreo nel paese, gridando «Judaeus adest» finchè l'avessero espulso. Anche nella mitologia nordica troviamo che la testa del gigante Mimir, resa parlante da Odino, era consultata da costui e gli rivelava molte cose riposte. Cfr. Thorpe, Northern mythology, I. p. 15; Simbock, Edda, p. 392.

[156]. Alberico di Trois-Fontaines, Chron., I. c.; Hock, Gerbertus, l. c.

[157]. Cf. anche il regnicolo Bart. Sibylla (fine del XV secolo), Peregrin. quaest. dec., III, quest., 2.

[158]. «Dum Megara vicinum oppidum ferventissimo sole cognoscit languorem nactus est eumque non intermissa navigatione auxit, ita ut gravior aliquanto Brundisium appelleret, ubi paucis diebus obiit.» Donat. Vit. Verg. p. 62 sg.

[159]. Cfr. Piper, Mythologie der christichen Kunst, I, p. 472 sgg.

[160]. Già nel V secolo trovansi recitati i versi della Sibilla nelle chiese il dì di Natale. Cfr. Du Méril, Origines latines du théatre moderne p. 185 sg. e ivi altre notizie sulle Sibille nel medio evo.

[161].

«Evvi Femonoè, quella Sibilla

Che ridicea li risponsi d'Apollo,

Che delle X Sibille fu quella

E Virgilio il su' dire versificollo;

Di Cristo disse la prima novella

E del die del giudicio e profetollo.»

L'Intelligenza ap. Ozanam, Documents inédits, p. 364 sg. Cfr. anche l'antico poema tedesco Die Erlösung (ediz. Bartsch, Quedling. u. Leipz. 1858) p. 56 sgg. v. 1903-1980.

[162]. Cfr. Vol. I, p. 138 sg.

[163]. Cfr. Reidt, Das Geistliche Schauspiel des Mittelaìters in Deutschland; Frakf. a M. 1868, p. 27. Per la bibliografia di questa parte importante della storia del teatro moderno ved. Hanus, Lat. böhm. Oster-spiele des 14-15 Jharh. Prag, 1863, p. 17 sgg.

[164]. Presso Monmerqué et Michel, Théatre français au moyen-âge, p. 9; Du Méril, Orig. lat. du théat. mod. p. 184; Weinhold, Weihnachtspiele, p. 70 sg. Sulla derivazione di questi Misteri e il loro rapporto con un sermone di S. Agostino sul Natale, ved. Sepet, Les prophètes du Christ; étude sur les origines du thèatre au moyen-âge, in Bibl. de l'école des Chartes, 1867 (Tom. III, 6.º sér.) p. 1 sgg. 210 sgg.

[165]. Cfr. Du Cange, Gloss. med. et inf. lat. (ed. Henschel) s. v. festum asinorum.

[166]. Wright, Early mysteries, p. 62.

[167]. Cfr. Weinhold, Weihnachtspiele, p. 74; Du Méril, Mèlanges arch. p. 456; Mittelniederländisches Osterspiel, hrsg. v. Zacher in Haupt's, Zeitsch. f. deutsch. Alterth. II, p. 310; Piper Virgil als Theolog und Prophet in Evangel. Kalend. 1862, p. 72; Stecher, La lég. de Virg. en Belg. p. 598 sg. In un mistero francese sulla Vendetta di Gesù parlano in un consiglio presso Tiberio, in favore di Cristo, Terenzio, Boccaccio, e Giovenale, e quest'ultimo ricorda che nell'anno 42 di Ottavio si sparse la voce che una vergine doveva partorire:

«Le noble poete Virgille

Qui lors étoit en ceste ville

Composa aucuns mots notables

Lesquels on a vu véritables

Et plurieurs grands choses en dict

Naguaires avant son trespas.»

V. L. Paris, Toiles peintes de Reims, p. 680.

[168].

«Sibilla Cumana

quae fuit tempore Tarquinii prisci:

Ik finde òk van dussen saken

dat de meister Virgilius

versch gemaket hebbe, de ludet alsus:

Magnus ab integro etc.»

Der Sündenfall und die Marienklage hrsg. v. Schönemann (Hannov. 1855) p. 97; Piper, Virgil etc. p. 73.

[169]. «Tertio loco Sibylla gesticulose procedat, quae inspiciendo stellam cum gestu nobili cantet:

Haec stellae novitas

Fert novum nuntium» etc.

Carmina burana hrsg. v. S(chmeller) Stuttg. 1847, p. 81.

[170].

«Virgilio de Mantua fuè sabio poeta

ca fuè el primero que vido cometa

à partes de Grecia sus rrayos lançando.»

Fray Diego de Valencia, in Cancionero de Baena; Ved. Du Méril, Mélanges arch. p. 460.

[171]. Vol. I, p. 132.

[172]. Il testo relativo della Image du Monde è riferito da Du Méril, Mélanges etc. p. 456 sgg.

[173]. Cfr. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 553 sgg.; Piper, Mythol. d. christl. Kunst, I, p. 480 sgg.

[174]. Cfr. Piper, op. cit., I, p. 485 sgg.

[175]. Cfr. Massmann, Kaiserchronik, p. 554 sgg.

[176]. I segni della venuta di Cristo sono così enumerati nel Flores temporum di Ermanno Gigas; «Fons olei Romae erupit; vineae Engaddi balsamum protulerunt; omnes sodomitae obierunt; bos et asinus ante praesepe genua flexerunt; idola aegypti corruerunt; imago Romuli cecidit; templum pacis corruit; mane tres soles oriebantur et in unum paulatim iungebantur; meridie circulus aureus in coelo apparuit in quo virginem cum puero Caesar vidit, et mox insonuit: hic est arcus coeli.» Le varianti veggansi in Massmann, op. cit., p. 557 sg.

[177]. De naturis rerum (ed. Wright), p. 310. Una versione di questa leggenda trovasi nella poesia di Guillaume le Clerc de Normandie De Notre Dame; fu pubblicata in parte da Martin Le Besant de Dieu (Halle 1869) p. XXXVII-XL, poi per intiero da Stengel nella Memoria qui appresso citata p. 14 sg.

[178]. Cod. gall. XXXVI; v. Pasini, Catal. etc. II, p. 472. — Fol. 583 v. leggesi la data: «Ces livres fu escris en l'an de l'incarnation MCCC et XI au mois de joing.»

[179]. Questo MS. è rimasto ignoto ai due editori della Gesta dei Lorenesi, Paulin Paris e Du Méril. Qualche notizia per questa parte ne ha dato il sig. Prost nella Revue de l'Est, 1864, p. 5-9. Più diffusamente e correttamente dopo di noi fu descritto da Stengel Mittheilungen aus franz. Handschriften der Turiner Universitäts-Bibliothek p. 12 sgg. La parte che interessa noi, combinata com'è con altri poemi, non ha titolo proprio. Noi l'intitoliamo dal Romans de Vespasien a cui è premessa e di cui non è infatti che un lungo preambolo.

[180]. Ved. l'estratto del Reinfrit dato da Gödeke in Archiv. des historischen Vereins für Niedersachsen, N. F. 1849, p. 270 sgg. e l'ed. datane da Bartsch nella racc. del Liter. Verein, 109; ved. v. 21023-54, 21314-713, 24252-69.

[181]. Simrock, Wartburgkrieg, p. 195 sgg. 303. Cfr. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, III, p. 169 sg. Genthe, Leben und Fortleben etc. p. 68 sg.

[182]. Cfr. Cholevius, Gesch. d. deutsch. Poesie nach ihren antiken Elementen, I, 96; Bartsch, Herzog Ernst, p. CXLVIII sgg.

[183]. Anche sul mago Eliodoro e su Pietro Barliario la leggenda ha un racconto circa il modo come si procacciarono un simile libro.

[184].

«Wer gab dir Zabulones buch, sage fürwert, wiser man

Das Virgilius ûf den Agetsteine

mit grossen nôten gewan.»

[185]. «er was gar der helle kint.» ap. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 513 sg.

[186]. Questa poesia fu pubblicata da Zingerle nella Germania di Pfeiffer, V, p. 369 sgg.

[187]. Nel mettersi in viaggio Virgilio, tutto sgomento, si raccomanda devotamente alla Madonna:

«Marià muter, reine meit,

bhut uns vor leit!

wir sweben ûf wildes meeres vlut, got der soll uns bewarn.»

[188]. De nobilitate, cap. II, fol. VIII; cf. Roth, op. cit. p. 298.

[189]. Cfr. Dunlop-Liebrecht, p. 185-483; Grimm, Kinder und Hausmärchen n.º XCIX; Du Méril, Études d'Archèologie, p. 463; Jülg, Ardschi-Bordschi, p. 70; Benfey, Pentschatantra, I, p. 115 sgg.; Vernalecken, Mythen und Bräuche des Volkes in Oesterreich, p. 262.

[190]. Pubblicato da Heine nella sua Bibliotheca anecdotorum, seu veterum monumentorum ecclesiasticorum collectio novissima. Pars I, Lipsiae 1848, p. 211 sgg.

[191]. Su questa data mi esprimeva i suoi dubbi il ch.mo D.r Steinschneider, il quale non crede questo scritto possa essere anteriore a Raimondo di Pennaforte.

[192]. «Et unus magister legebat de arte notoria quae est scientia sancta, et ita debet esse sanctus qui eam voluerit legere; similiter et audientes sancti et immaculati et sine peccato debent esse» etc. p. 242. Le fantastiche notizie date da questo scrittore sugl'insegnamenti di ars notoria, di piromanzia, di negromanzia, di geomanzia che sarebbero stati professati a Cordova da uomini speciali, sono accettate come fatti veri e importanti da Amador de los Rios, Hist. crit. de la lit. españ. II, p. 159.

[193]. Ved. Tissier, Biblioth. cisterc. VII, p. 257.

[194].

«De Toulete vint et de Naples

qui des batailles sont les chapes

à une nuit la Nigromance.»

La bataille des VII arts, ap. Jubinal, Oeuvres de Ruteboeuf, II, p. 423.

[195].

«Sin lant heitz Terre de Labûr.

Von des nachkomn er ist erborn,

der ouch vil wunder het erkorn

von Napels Virgilius.»

Parzival, hrsg. v. Lachmann, p. 309.

[196]. Presso Bonamente Aliprando di cui parleremo più sotto.

[197]. Cap. 57 ediz. Keller; Cf. la nota di Brunet al Violier des hist. rom. p. 129 sg. A questo racconto allude una poesia latina pubblicata da Francowitz (Flacius Illyricus) nella sua raccolta De corrupto ecclesiae statu, Basilea 1557; la Giustizia dice:

«En sic meum opus ago

ut Romae fecit imago

quam sculpsit Virgilius,

quae manifestare suevit

fures, sed caesa quievit

et os clausit digito;

numquam ultra dixit verbum

de perditione rerum

palam nec in abdito.»

[198]. Cfr. Wright, The political songs of England from the reign of John to that of Edward the II, p. 388.

[199]. Alardo da Cambrai dice nel Diz des Philosophes:

«Virgiles fu aprés li sages:

bien fu emploiés ses aages:

grant science en lui habonda;

mainte riche citè fonda.»

[200]. Ruy Gonzales de Clavijo († 1412) parlando dell'isola di Ponza dice: «hay en ella grandes edificios de muy grande obra que fizo Virgilio.» V. Ticknor, Hist. of spanish lit. I, p. 185.

[201]. Trovasi questo poema in un MS. della Marciana di Venezia, del sec. XIII. Parlando di Uggieri ivi si dice:

«El albergò a un bon oster;

qel fo Virgilio qi la fondò primer»

fondò cioè la città di Besgora nominata nei versi precedenti, la quale, come rilevasi dalle versioni toscane di quel racconto, non è altra che Brescia. Debbo questa notizia al mio dotto discepolo ed amico prof. Rajna.

[202]. Cfr. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom im Mittelalter III, 557, e Massmann, Kaiserchronik III, p. 537 sgg. Il Dolce (Il primo vol. delle op. burl. del Berni ecc. part. II, p. 271) alludendo a ciò, dice:

«Non la Guglia, ov'è il pomo che accogliea

Il cener di chi senza Durlindana

Orbem terrarum si sottomettea.»

[203]. Var.: «At nunc exigua clauderis urna.»

[204]. Ap. Tissier, Biblioth. patr. cisterc. VII, p. 222.

[205]. Ved. Bruchstücke aus den noch ungedruckten Theilen des Victorial voti Gutierre Diaz de Games, hrsg. v. L. G. Lemcke, Marburg 1865, p. 17 sgg.; Le Victorial par Gutierre Diaz de Games trad. de l'espagnol par le C.te A. de Circourt et le C.te de Puymaigre, Paris 1867, p. 39 sg. 542 sg. Lo stesso fatto è narrato da Iean d'Outremeuse, Le myreur des hist. I, p. 243 (ed. Borgnet, Brux. 1864). A questo allude anche Rabelais là dove dice (II c. 33): «Pour ce l'on feit dixsept grosses pommes de cuivre, plus grosses que celle qui est à Rome à l'aiguille de Virgile.»

[206]. Cf. Graesse, Gesta Romanorum, II, p. 289: Du Méril, Poésies populaires latines du moyen-age, p. 315. — Per la letteratura di questo soggetto veggansi i dotti appunti di Tobler in Zeitschr. f. roman. Philol. IX, p. 288-90, il quale crede poter scusare la fanatica misogynia monastica e laica del medio evo ricordando i versi scritti nel 7º sec. av. Cr. da Simonide Amorgino in vitupero delle donne.

[207]. Estratti da un MS. di Berna e riferiti da Chabaille, Li livres dou Tresor par Brunetto Latini, p. XVI. È notevole che Brunetto là dove parla nel Tesoro (lib. II, p. 2, cap. 89) dei mali prodotti dalle donne, rammenta Adamo, David, Salomone, Sansone, Aristotele e Merlino, ma tace di Virgilio.

[208]. Di simile contenuto sono i versi di Pau de Bellviure citati da Milà y Fontanals, De los trovatores en España, p. 435:

«Por fembre fo Salamó enganat

lo rey Daviu e Samssó examen,

lo payra Adam ne trencà 'l mandament

Aristotil ne fou com ancantat,

e Virgili fou pendut en la tor,

e sent Ioan perde lo cap per llor

e Ypocras morì per llur barat.»

[209]. Ved. Recueil de Poésies franç. des XV et XVI siècles réunies et annotées par Anat. de Montaiglon, vol. V, p. 195. Montaiglon riferisce ivi altri versi francesi di quell'epoca relativi all'avventura di Virgilio, di Gracian Dupont, della Nef des princes, del Débat de l'homme et de la femme.

[210]. Non vogliamo passare sotto silenzio il distinto poeta tedesco Enrico da Meissen detto Frauenlob, il quale anch'egli in una sua poesia annovera le vittime degl'inganni delle donne, cominciando da Adamo:

«Adam den ersten menschen betroug ein wip

Samsones lip

wart durch ein wip geblendet» etc.

e non omette Virgilio:

«Virgilius

wart betrogen mit valschen sitten.»

Ma da quel galante poeta che, anche col nome che si dava, professava di essere, Frauenlob non vede in quei grandi esempi che un incoraggiamento a sopportare i capricci della sua bella. Ved. v. d. Hagen, Minnesinger, III, p. 355.

[211]. Barbazan-Méon, Fabliaux, III, p. 96; Le Grand d'Aussy, Fabliaux, I, p. 214. Cf. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, I, p. LXXV sgg. Benfey, Pantschaiantra, I, p. 461 sgg. — Quest'aneddoto ricorre anche nel Promptuarium exemplorum compilato ad uso dei predicatori. Cf. Du Méril, Mélanges, p. 474.

[212]. Le Grand d'Aussy, Fabliaux, I, p. 232 sgg. Le Grand esprime l'opinione che il nome d'Ippocrate sia in questo racconto anteriore a quello di Virgilio. Nel romanzo francese del S. Graal l'avventura è anche riferita ad Ippocrate, e c'è anche l'aggiunta della vendetta, ma è diversa. Ippocrate fa che la bella donna da cui fu burlato diventi perdutamente innamorata di un orrido nano. Vedi Paulin Paris, Les romans de la table ronde, I, p. 246 sgg.

[213]. È assai probabile che anche questo racconto sia d'origine orientale: fino ad ora però non si è trovato nulla di eguale nelle letterature orientali. Hagen ed altri han voluto ravvicinarlo ad un racconto delle novelle tartare di Gueulette, col quale però non ha che un rapporto molto lontano.

[214]. «Un pedante credendosi andare a giacere con una gentildonna si lega nel mezzo perchè ella lo tiri su per una finestra, resta appiccato a mezza via: dipoi messolo in terra con sassi e randelli gli fu data la corsa.» Fortini, Novella 5ª. Qualcuno, quali Hagen e Roth, vuol ravvicinare a questo racconto la novella VIII, 7 del Decamerone ed un luogo del Filocopo (p. 283, ediz. Sansovino). Ma il confronto pecca in ciò che v'ha di più essenziale.

[215]. Dei secoli XV-XVI, intit.: der Schreiber im Korb, in Simrock, D. deutschen Volksbücher, VIII, p. 396. Cfr. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, p. CXLIII. Ved. gli appunti di Uhland, Schriften, IV, p. 512 sgg., e singolarmente ciò ch'ei dice circa un curioso tafferuglio provocato da quella canzone.

[216]. De Puymaigre, Chants populaires recueillis dans li pays messin, p. 151 sg.

[217]. Acta sanctorum Feb., III, p. 225. Notiamo che nella versione inglese del libretto popolare virgiliano di cui parleremo, una burla d'un altro genere è fatta da Virgilio alla figlia dell'imperatore. Ei fa sì che mentre essa è in istrada le paia all'improvviso di trovarsi in mezzo all'acqua e si alzi i panni fino alla cintura. Cf. Genthe, Leben und Fortleben des P. Virgilius Maro ah Dichter und Zauberer, p. 56. Anche questo aneddoto figura nella leggenda del mago Eliodoro (p. 224); «alias (mulieres) iter facientes falsa fluminis specie obiecta, indecore nudari compulit, et per siccum pulverem quasi aquam inambulare.» Cfr. Liebrecht in Orient und Occident, I, p. 131. Dallo stesso prof. Liebrecht mi fu gentilmente indicata una leggenda araba simile a questa, presso De Hammer, Rosenöl, I, 162; Cf. anche Weil, Biblische Legenden der Muselmänner, p. 267.

[218]. Journ. asiat., IV sér. 19, 85 sgg.; Liebrecht in Germania, X, p. 414 sgg.

[219]. Freytag, Arabum proverbia, II, p. 445, n.º 124.

[220]. Cfr. Liebrecht, Neugriechische Sagen in Zeitschrift für deutsche Philologie hersg. v. Höpfner u. Zacher, II, p. 183.

[221]. Du Méril, Mélanges, etc, p. 430.

[222]. V. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 515 sgg.; Massmann, Kaiserchronik, III, p. 455 sgg.

[223]. Ne riferisce il sunto Kölbing Beitraege zur vergleichenden Gesch. d. romant. Poesie und Prosa des Mittelalt., Bresl. 1876, p. 220 sgg.

[224]. Cancionero de obras de burlas provocantes a risa, p. 152. Oltre a quanto già abbiamo citato o dovremo riferir poi, notiamo qui alcuni scritti di varie letterature nei quali si riferisce quell'avventura virgiliana o si allude ad essa; tali sono: il poema francese Le bâtard de Bouillon (cfr. Hist. litt. de la Fr. XXV, p. 613); una Cronica anonima dei vescovi di Liegi (Ved. De Sinner, Catal. cod. bibl. bern. II, 149), Symphorien Champier, De claris medicinae scriptoribus, tract. 2; Martin Franc, Champion des dames, fol. CIV; un MS. e l'antica edizione del Lancillotto in prosa (ved. Hagen, Gesammtab. III, p. CXL); il Reinfrit von Braunschweig (ved. Hagen, op. cit. p. CXL; la donna è chiamata Athanata); un antico canto tedesco che comincia: «Her Vilius von Astronomey ze schule gie» (Ved, Hagen, op. p. CXLI); Hawes, Pastime of pleasure c. XXIX; Gower, Confessio amantis, L. VIII, f. 189; la tragicomedia spagnola La Celestina, att. vii; il Corbacho dell'arciprete de Talavera; Diego Martinez, nel Cancionero de Baena, ed. Michel, II, p. 29; Diego de Valencia, ib. p. 87; il Romance de don Tristà, presso Michel, Tristan, II, p. 302 etc. etc.

[225]. Un cronista di Metz, Filippo di Vigneulles, parla di una festa ch'ebbe luogo in quella città, nella quale su cavalli o carri figuravano illustri personaggi, come David, Alessandro, Carlomagno, Arturo, Salomone ecc., e soggiunge «pareillement estoit en l'ung d'iceux chariots le saige Virgile qui pour femme pendoit à une corbeille.» Vedi Puymaigre, Chants populaires recueillis dans le pays messin, p. 153 e Les vieux auteurs castillans del medesimo, tom. II, p. 79.

[226]. Ved. Langlois, Stalles de la cathédrale de Rouen, p. 173; De la Rue, Essais historiques sur la ville de Caen, p. 97 sgg.; Montfaucon, Antiquité expliquée, tom. III, p. III, p. 356.

[227]. Cf. Bartsch, Peintre graveur, n. 16, 51, 87, 88, 136; Graesse, Beiträge, p. 35 sgg.; Bekker e von Hefner, Kunstwerke und Geräthschaften des Mittelalters und Renaissance, disp. I.ª Wolff, Niederländische Sagen, p. 492 sgg. Al fatto del fuoco estinto viene riferita, senza buon fondamento, una pittura di Malpicci nella Iconographie des estampes à sujets galants etc. par M. le C. d'I*** (Genève 1868) p. 501; a quello però certamente si riferisce un dipinto di I. Steen descritto da Stecher La lég. de Virg, en Belgique, p. 625. — Anche il fatto di Aristotele e Filli fu rappresentato in parecchie opere d'arte; cf. Benfey, Pantschatantra, I, p. 462, sgg. una stampa di G. Coignet.

[228]. Novella inedita di Giovanni Sercambi, Lucca, 1865, (tirata a 30 esemplari). Questa novella con altre dello stesso autore fu poi ripubblicata dal prof. D'Ancona, Novelle di Giovanni Sercambi, Bologna, 1871, p. 265 sgg.

[229]. Marangoni, Memorie dell'anfiteatro romano, p. 51.

[230]. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 454.

[231]. Il primo libro delle opere di M. Francesco Berni e di altri, (Leida, 1823), parte I, p. 147. Anche nelle Carte Parlanti di Partenio Etiro (Pietro Aretino), Venezia, 1650, p. 44, si allude a quest'avventura colle parole «che Virgilio nella cesta non ebbe tanto concorso di popolo».

[232]. Questa ottava trovasi in tutte le stampe di quel poemetto. Il prof. Rajna però che ne ha visto e studiato più d'un manoscritto mi assicura che quella ottava, come altre undici o dodici, manca affatto in questi. La più antica edizione conosciuta dai bibliografi è della prima metà del cinquecento.

[233]. Cod. 40, palch. II, fog. 140v 141v. Comunicatami dal professor Rajna. La poesia che la precede nel codice portava il nome di Guido da Siena a cui poi fu dato di frego e sostituito Messer Bartolomeo da Castello della Pieve.

[234]. Questo poemetto che comincia «Or mi posso doler di te Tubbia» e finisce «E tu ti goderai col tuo marito» trovasi in un codice di proprietà di C. Guasti. I versi che qui comunico furono trascritti per me dal prof. d'Ancona. Il verso sesto della prima ottava manca nel MS.

[235]. Cod. Ambros. D. 524 inf.; secondo il prof. Rajna che me ne dà notizia è di circa il 1440.

[236]. Pubblicato dal prof. D'Ancona nel Propugnatore, 1870, I, p. 417 sg. Diciamo «pubblicato» poichè l'antica stampa di questo poemetto registrata dal Brunet (IV, p. 121) è cosa rarissima, nè in essa trovasi il nome dell'autore.

[237]. Pubblicato da Tobler in Zeitschrift f. roman. Philol. IX, p. 289 sgg. (ved. p. 301, n. 31); Monaci Crestomaz. ital. dei primi secoli, p. 142.

[238]. L'ho vista nella raccolta di Dresda; la descrive Graesse, Beitraege, p. 35 sg.

[239]. Ved. Bartsch, 46, e Iconographie des estampes à sujets galants etc, par M. le C. d'I*** (Genève, 1868), p. 733.

[240]. Strozziano, n.º 174. Anche il Riccardiano 1125 contiene una simile miniatura, attribuita a Benozzo Gozzoli.

[241]. Ved. De Nino, Ovidio nella tradizione popolare di Sulmona, Casalbordino, 1886, p. 38 sg.

[242]. Crediamo far cosa utile riproducendo fra i documenti in fondo a questo volume anche questo poemetto che porta il titolo: Vita, conversione e morte di Pietro Barliario nobile salernitano e famosissimo mago, composta da Filippo Cataloni romano. Lucca, s. a. in-12.º di p. 24. Un'altra redazione in versi, meno completa, e che non contiene l'episodio da noi citato, porta il titolo: Stupendo miracolo del Crocifisso di Salerno con la vita e morte di Pietro Bailardo famosissimo mago, opera nuova per consolazione dei peccatori posta in ottava rima e data in luce da Luca Pazienza napoletano, In Lucca, 1799, per il Marescandoli, 12 p. in-12.º Queste due redazioni mi sono state gentilmente comunicate dal prof. D'Ancona.

Credesi che questo Pietro Barliario (detto poi Bailardo o Baialardo) esistesse realmente, e che per occuparsi di scienze naturali e d'alchimia, passasse per mago. Sarebbe morto frate, fra i Benedettini a Salerno, il 25 marzo 1149. Almeno questo asserisce il Mazza, il quale dice di aver veduto il suo sepolcro sul quale ei lesse: «hoc est sepulcrum m. magistri Petri Barliarii»; Urbis salernitanae hisioria, p. 33 sg. (in Thes. Graev. et Burm. IX, 4). Ved. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, p. 118. Il popolo napoletano attribuisce a Barliario il così detto Ponte di Caligola; Ved. Ampère, L'empire romain à Rome, II, p. 9; cfr. anche sul Barliario o Bailiardo, Busk Folklore of Rome n.º 199. Fr. Sabatini, Abelardo ed Eloisa secondo la tradizione popolare, Roma 1879 il quale malamente torna a confonderlo con Pietro Abelardo; contro questo errore ved. D'Ancona, Varietà storiche e letterarie I serie. Milano 1883; cfr. anche Torraca in Rassegna settimanale VI (1880) n.º 155 p. 397 sg.

[243]. Vedi la ricca enumerazione che ne fa Du Méril nella sua dotta introduzione al Floire et Blanceflor, p. CLXV sgg.

[244]. Vedi la Fleur des histoires di Jean Mansel presso Du Méril, Mélanges, p. 444 sg.; i Faits merveilleux de Virgile di cui parleremo poi; Kurzweilige Gespräch, Francf., 1563, e presso Genthe, Leben und Fortleben des P. Virgilius Maro, p. 75. Cf. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 449; Schmidt, Beiträge, 139-141 sg.

[245]. Cf. Benfey, Pantschatantra, I, p. 457; Bartsch nella Germania di Pfeiffer, V, 94 sg. Il testo di questo racconto secondo la redazione mongolica dell'Ardschi Bordschi è stato pubblicato a parte dallo Iülg, col titolo: Erzählung aus der Sammlung Ardschi Bordschi ein Seitenstüch zum Gottesgericht in Tristan und Isolde, Innsbruck, 1867; e poi dal medesimo nel suo dotto lavoro Mongolische Märchen, (Innsbruck, 1868), p. 111 sgg. Cf. il mio articolo nella Revue critique, 1867, I, p. 185 sgg.

[246]. «Tremellius vero Scropha cognominatus est eventu tali. Is Tremellius cum familia atque liberis in villa erat. Servi eius, cum de vicino scropha erraret, subreptam conficiunt; vicinus advocatis custodibus, omnia circumvenit, ne qua efferri possit: isque ad dominum appellat restitui sibi pecudem. Tremellius qui ex villico rem comperisset, scrophae cadaver sub centonibus conlocat super quos uxor cubabat; quaestionem vicino permittit. Cum ventum est ad cubiculum, verba iurationis concipit: nullam esse in villa sua scropham nisi istam, inquit quae in centonibus iacet: lectulum monstrat. Ea facetissima iuratio Tremellio Scrophae cognomentum dedit.» Macrob. Sat. I, 6, 30.

[247]. Michel, Tristan, I, p. 199 sg.

[248]. Ved. Novelle del «Mambriano» del Cieco da Ferrara esposte ed illustrate da Giuseppe Rua, Torino, 1888, p. 65-83. — In una Novella del geloso (comunicatami dal prof. D'Ancona) che trovasi nel cod. Perugino C. 43, p. 120v, e comincia «Per cortesia ciascun geloso» la pietra, o pietrone, della verità è attribuita a Merlino:

«Però quel pedron ha vertù tale

Che vi lassò il bon Merlin perfetto

Qualunque omo o dona fesse male, etc.»

[249]. Vedi Dunlop-Liebrecht, p. 500.

[250]. Pubblicata da Bartsch nella Germania di Pfeiffer, IV, p. 237 sgg.

[251]. Hagen (Briefe in die Heimath, IV, p. 106) fa notare che dove ora è Santa Maria in Cosmedin fu il tempio della Pudicizia, e quindi spiega l'origine della leggenda. Certo quel tempio o cappella (sacellum) dovette trovarsi lì presso nel fôro boario, ma oggi gli archeologici (Cf. Bekker-Marquardt, Handbuch der röm. Alterthümer, I, 480 sg.) non credono fosse dove è quella chiesa, ove invece pongono il tempio di Cerere. Del resto nella più antica notizia (Mirabilia) la leggenda che a ciò si riferisce non parla di oracoli piuttosto relativi alla castimonia delle persone, che ad altro. Ved. anche la Beschreibung der Stadt Rom. di Platner ecc. I, III, p. 381, Crescimbeni, Storia della Basilica di Santa Maria in Cosmedin. Roma, 1715.

[252]. Cf. Massmasn, Kaiserchronick, III, p. 449. — Come l'avventura del paniere così questo aneddoto figurò in opere d'arte. Esso si ritrova anche fra le varie stampe di Luca di Leida relative alle astuzie femminili. Cf. (oltre a Bartsch) Passavant, Le Peintre graveur, III, p. 9. Di una pittura a ciò relativa, che trovavasi in una casa di Roma parla la Beschreibung der Stadt Rom. di Platner, III, I, 382.

L'antico poeta tedesco Hans Sachs (XVI sec.) attribuisce a Virgilio un ponte sul quale al suonar di una campanella non poteva reggersi se non chi avesse serbato la fede coniugale. Con questo ei consolò Arturo mostrandogli quanto numerosa fosse la compagnia a cui anch'egli apparteneva. Cf. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, CXXXVJ.

[253]. Adottiamo il titolo di Cronica di Partenope come il più breve; ma il titolo che porta quest'opera nelle edizioni e ne' MSS. non è sempre esattamente lo stesso. Assai comune è quello di Chroniche de la inclita cità de Napole con li bagni di Pozzuoli et Ischia. — Per le due più antiche edizioni (la prima senza data, l'altra del 1526) vedi Brunet, Manuel, V, 1226 sg. I MSS. sono assai numerosi. La parte della Cronica che riguarda Virgilio trovasi riprodotta in Graesse, Beiträge, p. 27 sgg., e dal prof. Villari, secondo un MS. napoletano del 1471, negli Annali delle Università toscane. VIII, p. 162 sgg. Alcuni capitoli ne ha riprodotti anco il Galiani, Del dialetto napoletano, p. 95 sgg. Dietro studi speciali fatti sui MSS., assai discordanti dalle edizioni, B. Capasso ha eliminato parecchi errori che correvano circa l'autore di questa Cronica, la sua natura e la sua composizione, dandone una corretta definizione, alla quale ci atteniamo, nel suo bel lavoro Le fonti della storia delle prov. napoletane dal 560 al 1500 in Arch. st. per le prov. nap. I (1876) p. 592 sgg.

[254]. «Di questa parte della Cronica, che corrisponde ai primi 57 capitoli della edizione comunemente nota, o piuttosto del raffazonamento fatto nel 1526, non si conoscono finora codici speciali ed esclusivi» Capasso, op. cit.

[255]. Cfr. il fatto simile da noi sopra (p. 40) notato in altra scrittura.

[256]. Cf. Petrarca, Epist. de rebus fam., lib. V, ep. 6.

[257]. Cfr. la novella 216 del Sacchetti relativa ad Alberto Magno: «Maestro Alberto della Magna giungendo a uno oste sul Po gli fa uno pesce di legno col quale pigliava quanti pesci volea.»

[258]. Chironte non è altri a mio credere se non il centauro Chirone che figura anche nel periodo mitico della storia della medicina, e quindi nelle antiche attinenze di questa colla magia. All'autorità di Chirone si riferisce un libro di cui si fece assai uso nel medio evo, l'Herbarium Apulei Platonici traditum a Chirone Centauro magistro Achillis. Filomelo (nei MSS. trovasi anche scritto Filomeno) credo sia l'antico medico Filumeno che diede il nome ad alcuni rimedi casarecci punto razionali e non molto dissimili da operazioni magiche (ved. Becker-Marquardt, Handbuch d. röm. Alterth., IV, p. 117 sgg.). Può credersi che questo racconto, che l'autore dice aver letto in una cronica antica, non sia d'origine popolare, ma fosse inventato per dar credito al libro di un qualche precursore di Cardano e di Paracelso. — È noto che, secondo la leggenda napoletana, il Monte Barbaro contiene ogni sorta di tesori e di cose maravigliose, e questa credenza risale anche ai tempi di Corrado di Querfurt che la riferisce nella lettera da noi già citata.

[259]. «Nusquam memini me legisse marmorarium fuisse Virgilium.» Itinerarium Syriacum, I, p. 560, (ediz. Basil., 1581); Theod. a Niem, De schismate, II, 22. — Fra gli altri che menzionano la grotta di Pozzuoli come opera virgiliana si può citare Thersander, Schauplatz viel. ungereimt. Meyn., II, 308, 554; Iean d'Autun, Chroniques, I, p. 321 etc.; Marlowe, nel suo Doctor Faustus, att. I, sc. 26 dice:

«There saw we learned Maro's golden tombe,

the way he cut an english mile in length

thoroug a rock of stone, in one night's space.»

[260]. Ved. sopra, p. 60. Intieramente erroneo è quel che sulla Cronica di Partenope scrive il Vietor (op. cit. p. 177 sg.) definendola come una compilazione dotta riferente leggende ricavate da scrittori, non mai dalla tradizione popolare napoletana, la quale, se pur ne sapea, non ne seppe che dietro l'opera di Gervasio diffusasi in qualche traduzione italiana! Oltrechè Gervasio stesso, checchè dica il Vietor, non fa che riferire leggende da lui udite a Napoli, la Cronica registra leggende che non trovansi nè in Gervasio nè in altri scrittori esteri ma in antichi autori napoletani anteriori a tutti questi.

[261]. Questo passo, soppresso nelle edizioni, trovasi nei MSS.

[262]. Già da tutti e da noi pure si credette che il merito di queste parole spettasse all'antico autore della Cronica; ma il Capasso per primo ha fatto notare che esse non trovansi nei MSS. e sono aggiunte dall'Astrino; ved. l'op. sopra citata Fonti ecc. p. 596, nota.

[263]. Le Rime antiche volgari secondo la lezione del cod. vaticano 3793 pubblicate per cura di A. D'Ancona e D. Comparetti. Bologna, vol. I (1875) p. 430.

[264]. Questo leggesi nel testo interpolato della biografia attribuita a Donato. Il testo più genuino fa passare il poeta direttamente da Milano a Roma (Cf. Reifferscheid, Svetoni etc. p. 401), come appunto dice nel suo commento Francesco da Buti.

[265]. Poesie di Messer Cino da Pistoia racc. da Seb. Ciampi, t. II, p. 157 (3ª ediz.). L'idea, sostenuta dal Ciampi, che quella satira fosse scritta da Cino contro Roma e non contro Napoli, è infirmata dal passo che citiamo, di cui il Ciampi non ha capito il senso, e dalla satira tutta intera che soltanto a Napoli può riferirsi. L'animal sì vile che anticamente diede il nome a quel regno ove ogni senso è bugiardo e fallace è la sirena Partenope.

[266]. Veggasi la notizia datane dal prof. D'Ancona nel Propugnatore, 1870, I, p. 397 sgg. Pubblico per prima volta, fra i documenti in fondo a questo volume, la parte relativa a Virgilio.

[267]. Cfr. Wesselofsky, Le tradizioni popolari nei poemi di Antonio Pucci nell'Ateneo italiano, Ann. I.

[268]. Pubbl. dal sig. Zanella, Verona, 1858.

[269]. Trucchi, Poesie inedite di dugento autori. Prato, 1846, vol. II, p. 29.

[270]. All'ampolla del sangue miracoloso di S. Gennaro non può riferirsi quel verso dell'Orcagna morto circa il 1368, cioè prima di ogni memoria del famoso miracolo, del quale non si trova menzione prima del sec. XV; ved. Villari, Legg. e trad. che illustrano la Div. Com. in Ann. delle Univ. Tosc. VIII, p. 219. Giov. Scherillo, Di San Gennaro protettore della città di Napoli e della reliquia del suo sangue nella Strenna della scuola cattolica per l'anno 1875. Napoli, p. 147 sgg.

[271]. Che il nome di Tor de' specchi portato tuttora da una via di Roma si riferisca allo specchio maraviglioso di Virgilio è un'idea falsa di Keller, Hagen, Massmann ed altri. Gregorovius (Gesch. d. Stadt Rom. im Mittelalter, IV, p. 629) ha ragione di credere che il nome di quella via provenga dalla famiglia De Speculo o De' Specchi che ivi ebbe la sua torre. Vero è però che chi visitava Roma, avendo in mente le leggende virgiliane, poteva credere di trovare in queste la spiegazione del nome portato da quella località, e forse la Spiegelburg, presso a cui una versione tedesca del Mirabilia pone la scena del racconto virgiliano, non è realmente altra che Tor de' specchi. Cf. Massmann, Kaiserchronik, III, p. 454.

[272]. Giorg. Fabricio, Roma (1587) p. 21.

[273]. Dopochè nel XIII secolo Gregorio IX l'ebbe fatta rovesciare. Vedi Marangoni, Memorie dell'Anfiteatro romano, p. 51.

[274]. Ved. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, IV, p. 118. Frequente è la denominazione di Scuola di Virgilio nei documenti e disegni dell'epoca relativi al Settizonio, i cui residui furon disfatti per ordine di Sisto V; cfr. Hülsen Das Septizonium des Septimius Severius (XLVI Winkelmannsprogr.) Berlin, 1886, p. 30, Stevenson Il Settizonio Severiano in Bull. della Comm. arch. comun. di Roma 1888, p. 272. — Il nome di Scuola di Virgilio è tuttora applicato in Napoli ad una località posta in riva al mare, ove dicesi fosse un tempio della Fortuna o di Venere Euplea. Ho cercato invano esempi di questa denominazione data a quel luogo, che risalgano al medio evo. In quanto abbiamo di leggende virgiliane poste in iscritto essa non figura mai. Nel libretto popolare d'origine francese (Les faits merveilleux de Virgile), di cui parleremo fra non molto, è menzione di una scuola di negromanzia che Virgilio avrebbe fondata a Napoli, e quindi taluni hanno creduto che a ciò si riferisse quel nome. Io invece credo l'inverso, che cioè questa denominazione abbia dato luogo a quella aggiunta fatta alla leggenda nel libretto. Un pescatore napoletano stabilito presso alla Scuola di Virgilio, narrava ad un forestiero, di cui a suo luogo citeremo per esteso la relazione, che ivi Virgilio soleva dar lezione al principe Marcello; ed infatti ciò s'accorda colla Cronica di Partenope, in cui Virgilio figura come maestro di Marcello. Questo basta a spiegare quel nome, nè è d'uopo ricorrere, come qualcuno ha fatto, ad una derivazione di scuola da scoglio.

[275]. Ved. Atti della R. Accademia dei Lincei, serie 2ª, vol. III (1876) v. 96 sgg.

[276].

«Nun gingen umb die zeit die mer

wie das zu Rom ein meyster wer

in der nigromancey erkant

der was Virgilius genant,

eim yden er beschidung melt

wes man in vraget in der welt.»

ved. Zarncke Vier Sprüche von Hans Folz in Zeitschr. f. deutsch. Alterth. VIII, 1851, p. 517 sgg.

[277]. Acta Sanctor. febr., III, p. 255. Secondo un testo latino del sec. XIII, pubblicato da Du Méril (Mélanges ecc., p. 430), Virgilio si libera di prigione facendosi portare dell'acqua in una conca nella quale egli s'immerge e tosto sparisce. Forse a ciò si riferisce il «com de la conca s saup cobrir» di Giraud de Calançon. Anche questo fatto figura (due volte) nella leggenda del mago Eliodoro: «ut autem allata est (pelvis cum aqua) continuo in eam se coniicit et ex oculis abit cum hoc dicto: salvus sis, imperator, quaere me Catanae.» Anche nella leggenda di Pietro Barliario lo ritroviamo, p. 13:

«Venne l'ora fatal che dee morire,

E al patibolo giunto immantinente

Già salito sul palco s'udì dire:

Datemi un poco d'acqua, amica gente.

Un vaso d'acqua ebbe apparire

Ma, prima che bevesse lietamente,

Signori di Palermo, gli ebbe detto,

Io vi saluto e a Napoli v'aspetto.»

Il «quaere me Catanae» di Eliodoro e l'«a Napoli vi aspetto» di Barliario spiegano il «vado ad Napulum» di Virgilio nel Mirabilia. Anche in un racconto dei Quaranta viziri (trad. ted. di Behrnauer, p. 23) uno scheik immergendosi nell'acqua si libera da morte, scomparendo e trovandosi trasportato immantinente a Damasco.

[278]. L'idea di navi fatte per incanto che volano per l'aria è comune nei racconti popolari anche oggidì. Veggasi per es. il racconto russo intitolato «la nave volante» (letucii korabl) nella raccolta dell'Afanasieff, vol. VI, p. 137 sgg. e i numerosi confronti che a tal proposito fa ivi l'autore nella nota, vol. VIII, p. 484 sgg.

[279].

«Preso un piccol carbone, a disegnare

Incominciò una barca in quell'istante;

Indi poi i compagni ebbe a chiamare

Che ponessero in quella le lor piante.

Ridevan quelli e pur per soddisfare

Il suo pensier, che a liberarli è amante,

Di sei ch'erano entrare un sol non vuole,

Perchè fede non presta a sue parole.

Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore;

La barca è presto in aria sollevata,

E se ne uscì dalla prigione fuore

Benchè la porta fosse ben serrata;

Per l'aria se n'andava, o gran stupore!

Ed in parte lontana è già arrivata.

E come l'aurora i raggi sparse

Ognun di quei trovossi alle lor case.» (p. 18).

Cf. Orioli, Spighe e paglie (Corfù, 1845), III, p. 190.

[280].

«Haec tibi sint nota, Maronis dicitur aula

Hactenus et sylva, per quam pascebat ovillas,

Ast et Balista mons nascitur hanc prope sylvam

In quo Virgilius titulum fecit hoc modo scriptum:

Monte sub hoc lapidum etc.»

Doniz. Vit. Mathild. ap. Muratori, Scriptt. rer. it. v. 360. Quanto al monte Balista Muratori nota: «nunc appellatur Monte di Vilestra... sed longe ante Vergilium Balistae monti nomen fuit.»

[281]. Una di queste monete abbiamo riprodotta un poco ingrandita nel frontespizio di questi nostri volumi. Cfr. intorno a questa e ad altre monete mantovane coll'effigie e col nome di Virgilio. Zanetti, Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, vol. III, p. 249 sgg., tav. XVII.

[282]. Nel XIV secolo. La statua fu fatta gittar nel Mincio da Carlo Malatesta, il quale però si vide poi costretto a riporla al posto. — Non so quanto possa essere antica la tradizione popolare, di cui parla un viaggiatore moderno, secondo la quale verrebbe indicata a due miglia dalla città la grotta in cui Virgilio si recava a meditare. Vedi Keyssler, Neueste Reisen, p. 1016; Cf. Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, p. 148. Enea Silvio nel suo viaggio al congresso di Mantova (1459) visitava la così detta Villa di Virgilio sul Mincio. Cfr. Burckhardt, op. cit., p. 181. Nel secolo passato il presidente De Brosses, recatosi a Pietola a vedere il villaggio e la casa ove nacque Virgilio, scriveva: «Je n'y vis autre chose qu'une maison de campagne assez propre où il n'est pas la plus petite question de Virgile. Je demandai aux gens du lieu pourquoi cette maison portait le nom de Virgiliana. Il me répondirent que ce nom lui venait d'un ancien duc de Mantoue qui était roi d'une nation qu'on appelle les Poétes et qui avait écrit beaucoup de livres qu'on avait envoyé en France.» Colomb, Le président de Brosses en Italie. Paris, 1869, p. 117.

[283]. Aliprandina, osia Chronica della città di Mantova di Buonamente Aliprando, cittadino Mantuano; in Muratori, Antiquit. Ital. medii aevi, tom. V, p. 1061 sgg. Cf. Cantù, St. univers., II, p. 658 sgg.

[284].

«Si vide in quella grotta immantinenti

Circondare di lumi la parete,

E una mensa si vide apparecchiata,

Di preziose vivande era adornata.

Cena Pietro con gli altri carcerati,

Ed era ognun di maraviglia pieno,

E sazi delli cibi che portati

Pur dagli spiriti in quell'oscuro seno, ecc.» (p. 17).

[285]. Secondo la leggenda, la statua ch'era in Sicilia, menzionata da Olimpiodoro, della quale abbiamo già parlato (p. 39), da una gamba profondeva acqua perenne, dall'altra fuoco sempre ardente. Dalle tre teste di serpenti del famoso tripode di Costantinopoli, il popolo credeva scaturisse un tempo nei giorni di festa acqua, vino e latte. Vedi Bondelmonti, Liber insularum (ediz. De Sinner), p. 123.

[286]. È uno dei cambiamenti che ha subito il nome di Merlino; altri sono Mellino, Merilino, Meriliano, Merleg ecc. Vedi per alcuni esempi Keller, Romans des sept Sages, CXCVII sgg. Anche il nome del Virgilio leggendario andò soggetto, particolarmente in Germania, a simili storpiature, divenendo Filius, Filias, Filigus. Iacopo da Königshofen (XIV sec), parla «del gran maestro Virgilio che i laici (gl'indotti) chiamano Filius,» Cf. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, III, p. CXLIII.

[287]. De nobilitate, cap. 2.º Cf. Roth, op. cit., p. 262.

[288]. Germania, V, p. 371. Virgilio appena aperto il libro vedesi attorniato da ottantamila diavoli che gli chiedono i suoi comandi. Ei dice loro: — andate nella verde selva e tosto mi fate una buona strada da potervi andare in cocchio e a cavallo. —

«Er sprach: vart in den grünen walt,

Und macht mir palt

Eine gute sträz, das man dar näch muge varen und ouch riten.»

[289]. Lib. III, cap. I, v. 5.

[290]. Vol. I, p. 187 sgg.

[291]. Cfr. anche la novella pubblicata dal Papanti, Catalogo dei novellieri in prosa, I, p. XV sgg.

[292]. Notte 459, dell'ediz. (trad.) di Habicht e v. d. Hagen.

[293]. Ampère (L'empire romain à Rome, I, p. 351 sg.) crede che quest'aneddoto sia stato attribuito a Virgilio a causa del sepolcro del fornaio M. Virgilio Eurisace che vedesi tuttora in Roma presso Porta Maggiore, ornato di bassorilievi relativi all'arte del panattiere, e che fu scoperto nel 1838 dopo essere per molti secoli rimasto nascosto sotto costruzioni che risalgono ai tempi d'Onorio. Il nome di Virgilio e le rappresentanze dei bassorilievi avrebbero, secondo Ampère, fatto attribuire al poeta il sepolcro stesso e l'aneddoto dei pani. Oltre alle altre obbiezioni che possono farsi, Ampère non ha veduto quanto sia assurdo far risalire questa tarda interpolazione della biografia virgiliana ai tempi stessi di Donato, di poco anteriore ad Onorio.

[294]. Cfr. Vol. I, p. 196. Le leggende della magia virgiliana ben note all'autore di questa biografia, che vi credeva, hanno, secondo lui, una conferma nelle opere stesse di Virgilio, poichè la VIII ecloga mostra quanto ei fosse perito d'incantesimi. Ciò non vuol dire, come pretende Vietor (op. cit. p. 169) e concede Graf (Roma ecc. II, p. 238) che, secondo questo scrittore, la scena magica della VIII ecloga abbia dato origine a quelle leggende, nè prova che queste abbiano un'origine letteraria. Ognuno sa che nella VIII ecloga Virgilio non fa che imitare Teocrito, il quale non passò mai per mago. — In un MS. oggi Laurenziano di Virgilio, del sec. XIV (Santa Maria Novella n.º 180) trovasi una biografia del poeta in cui si parla pur delle opere necromantiche di lui; è però tutta desunta dalle Vite dei filosofi di Walter Burley.

[295]. Ly myreur des histors, chronique de Jean des Preis dit d'Outremeuse publiée par Ad. Borgnet, Bruxelles, 1864. Cf. Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, X, p. 408 sgg., Stecher, La légende de Virgile en Belgique, p. 621 sgg.

[296]. Cito un esempio. Nel Cléomadés è detto che Virgilio pose in Roma quattro statue che rappresentavano le quattro stagioni e si passavano dall'una all'altra un pomo a misura che le stagioni andavano cambiando. Il Roman des sept Sages parla invece di due sole statue che così indicavano il passaggio da una settimana all'altra. Jean d'Outremeuse attribuisce a Virgilio le 4 statue per le stagioni, le 2 per le settimane, e ne aggiunge altre 12 pei mesi dell'anno. Di queste parla anche La Fleur des histoires di Jean Mansel; cfr. Du Méril, Mélanges, p. 440.

[297]. Son noti i desinari maravigliosi attribuiti ad Alberto Magno, che faceva pei suoi convitati apparire la primavera in pieno inverno ecc. Simili desinari improvvisati miracolosamente, insieme cogli inservienti, già l'antichità attribuiva al gran mago Pasete; Cfr. Suida, s. v. Πάσης e Friedlaender, Darst. d. Sittengeschichte Roms, I, p. 364.

[298]. È affatto estranea alla leggenda napoletana, e ciò è tanto più notevole che, oltre alla vicinanza di Cuma, il nome della Sibilla è serbato fra il popolo napoletano dalla famosa grotta.

[299]. Görres (Die teutschen Volksbücher, p. 228) confonde l'origine della leggenda colla provenienza del libretto, asserendo che questo debba essere stato scritto in Italia, il che come risulta dalle nostre osservazioni sulle fasi della leggenda in Italia, è del tutto assurdo.

[300]. Pei ragguagli bibliografici rimando al Brunet (Manuel, II, 1167 sg.) il quale descrive cinque edizioni, la meno antica delle quali non è posteriore al 1530. Una edizione fatta da Guglielmo Nyverd è stata riprodotta litograficamente ed a fac-simile in piccolo numero d'esemplari a Parigi da Techener nel 1831 e da Pinard nello stesso anno. Di queste io non possiedo che quella di Techener tirata a 30 esemplari, dalla quale desumo il testo che stampo fra i documenti in fine del presente volume. Una ristampa più recente, tirata a 100 esemplari, porta il titolo: Les faits merveilleux de Virgille, réimpression textuelle de l'édition sans date, publiée à Paris, chez Guillaume Nyverd; suivie d'une notice bibliographique par Philomneste junior. Genève, chez I. Gay et fils, éditeurs, 1867.

[301]. This boke treatethe of the lyfe of Virgilius and of his death, and many maravayles that he dyd in his lyfe tyme by witchcraft and nigromansy, thorough the help of the devylls of hell. Emprynted in the cytie of Anwarpe by me John Doesborcke, (s. d.) in-4.º got. d. 30 ff. con figg. in legno. Questo libretto, di cui un solo esemplare si conosce fu riprodotto a 60 esemplari, nel 1812 a Londra, a spese del sig. Utterson. Una ristampa ne fece il Thoms nella sua raccolta, Early english prose romances, Lond. 1828 (e 2.ª ediz. Lond. 1858) n.º 2. Di qui la traduzione tedesca di Spazier, Alt-englische Sagen und Märchen hrsg. v. William Thoms, deutsch und mit Zusätzen v. R. O. Spazier. Braunschweig, 1830, I, p. 73 sgg. Un ampio sunto di questa versione inglese dà il Wright, Narratives of sorcery and magic, Lond. 1851, I, p. 103 sgg.

[302]. Een schone Historie van Virgilius van zijn Leuen, Doot, ende van zijn wonderlijke werken, di by deede by Nigromantien, ende by dat behulpe des Duyvels. T'Amsterdam by H. S. Muller. 1552. Su questa versione, che ha per base la redazione inglese, ved. Görres Die teutschen Volksbücher p. 225 sgg. e Van den Bergh, De Nederlandsche volksromans. (Amst. 1837) p. 84 sgg. Trad. ted. con aggiunte di v. d. Hagen, Erzählungen und Märchen, I, p. 153 sgg. riprod. da Scheible, Das Kloster, II, p. 129 sgg.

[303]. Non so che si conoscano stampe antiche di questa versione tedesca che Simrock ha introdotto nella sua raccolta Die deutschen Volksbücher, Frkf. a. M. vol. VI (1847) p. 323 sgg., nè saprei dire quanto sia legittimo il titolo di «libro popolare tedesco» dato a questo rifacimento moderno che ha per base il testo olandese. Se l'illustre Simrock avesse aggiunto alla sua raccolta qualche notizia sui testi in quella contenuti, avrebbe fatto l'obbligo suo. Una versione libera di questo testo tedesco con parecchie aggiunte fu pubblicata recentemente da un anonimo come secondo volume della raccolta Mediaeval Legends col titolo The wonderful History of Virgilius the Sorcerer of Rome as told by men of High Germany together with many rimes made by Men of France and Italy now first put into the English Tongue, Printed at the Ballantyne Press and sold by David Nutt in the Strand. MDCCCXCIII.

[304]. Questa traduzione islandese fu fatta nel 1676 sul testo olandese e conservasi manoscritta a Kopenhagen; ved. Halfdan Einarsson, Hist. litt. Isl. 108. Nyerup, Dän. Volksb. p. 203. Müller, Sagabibl. III, p.484.

[305]. Du Méril, Mélanges, p. 426.

[306]. L'imperatore romano del tempo di Virgilio, secondo questo libretto, era un tal Perside che figura anche nel Mirabilia. Secondo il Roman des sept Sages Virgilio visse a' tempi di Servio; secondo un capitolo del Gesta Romanorum ei visse a' tempi di Tito, e secondo un altro capitolo dello stesso libro, sotto Dario. Hans Sachs lo pone in Brettagna a' tempi d'Arturo.

[307]. In una Storia dei Pisani scritta in francese nel XV secolo e conservata MS. a Berna è menzione di due colonne fatte da Virgilio, e che allora trovavansi alla cattedrale di Pisa, in cima alle quali vedeasi comparire l'effigie di chiunque avesse rubato o fornicato. Vedi de Sinner, Catal. codicum mss. bibl. Bernensis, II, p. 129; Du Méril, Mélanges, p. 472.

In contradizione con questo racconto in cui Virgilio apparisce come protettore del buon costume, trovasi un altro racconto, secondo il quale, per comodo dei Romani men pudichi, egli avrebbe fatto una donna pubblica artificiale. Così Enenkel nel suo Weltbuch; ved. v. d. Hagen, Gesammtabenteuer, II, p. 515; Massmann, Kaiserchronik, III, p. 451. Una leggenda rabbinica parla anch'essa di una statua destinata a quell'uso ed esistente in Roma; Ved. Praetorius, Anthropodemus pluton., I, p. 150, e Liebrecht nella Germania di Pfeiffer, X, p. 414. Notiamo un fatto curioso che forse può servir di spiegazione a questa strana leggenda. Leggevasi nel Mirabilia, a proposito di una fonte ornata da una Medusa: «femina circumdata serpentibus sedens et habens concham ante se, significat Ecclesiam multis scripturarum voluminibus circumdatam, quam quicumque adire voluerit non poterit nisi prius lavetur in concha illa.» Ora, in più MSS. questo passo leggesi corrotto nella maniera seguente: «femina circumdata serpentibus sedens habens concham ante se (signat) pudicatores qui pudicabant eam, ut quicumque ad eam ire voluerit non poterit nisi prius lavetur in concha illa.» Graesse, Beiträge, p. 8 e p. VIII; Cf. anche la Graphia aureae urbis Romae, presso Ozanam, Documents inédits, p. 170.

[308]. Nel romanzo francese del S. Graal, ad Ippocrate tocca una moglie che lo affligge moltissimo, e per opera di lei egli muore. Fra questo romanzo d'Ippocrate e quel di Virgilio ci sarebbe da fare un notevole parallelo. Ved. Paulin Paris, Les romans de la table ronde, I, 267 sgg.

[309]. Roth crede ciò alluda alla dominazione spagnola nel Napoletano, e quindi deduce che il libretto popolare non possa essere anteriore al 1435. Op. cit., p. 283.

[310]. Cf. Graesse, Die Sage d. ewig. Iude, p. 44; Simrock, Handb. der deutschen Mythologie, (2.ª ediz.), p. 260.

[311]. Qualche elemento se ne trova nella novella 5.ª del I lib. del Panciatantra e nelle varie sue versioni, delle quali veggasi la storia presso Benfey, Pantschatantra, I, p. 159 sgg.

[312]. Romancero castellano publ. por G. B. Depping, tom. II, n.º 82, p. 202 sg. Cf. Ticknor, History of spanisch literature, I, p. 114 sg.

[313]. Il sig. Braga (Historia da poesia popular portugueza, Porto, 1867, p. 176 sgg.) trova rapporti fra questa romanza spagnola di Virgilio, e la romanza portoghese di Reginaldo (Almeida Garret, Romanceiro, II, p. 163 sgg.) secondo la quale questo paggio avendo sedotto la figlia del re, viene condannato a morte; il re però lo ode mentre canta nella torre, gli fa grazia, e lo marita colla propria figlia.

[314]. Hinard (Romancero espagnol, II, p. 242) traduce «à la messe» e infatti Duran, Ochoa ed altri hanno «en misa»; ma la lezione di Depping «en mesa» è certamente la buona.

[315]. Bl. de Vigenère nel suo Traité des chiffres et secrètes manières d'écrire parla d'un alfabeto virgiliano: Tritemio (Antipal. I, c. 3) delle tavole e calcoli fatti da Virgilio per definire l'indole delle persone: Paracelso a lui attribuisce immagini e figure magiche (De imaginibus, cap. XI); Le Loyer, (Des spectres etc. cap. VI) un'eco.

[316]. Cfr. Roskoff, Geschichte des Teufels (Leipz. 1869), II, p. 359 sgg.

[317]. «Gervasium quod attinet.... haud quidem eum fabulosum et vanum auctorem existimaverim; fuit enim Cancellarius Aulae Othonis imperialis, cui etiam aliud opus (!) Ocia imperialia inscriptum dedicavit.... Fatendum quidem est fabulosa nonnumquam a principibus legi, sed a Cancellariis non proficiscuntur.» Iac. Gaffarelli, Curiositates inauditae, p. 160. Anche L'Ancre nel suo libro L'incrédulité et mescréance du sortilège plainement convaincue, cita (p. 280 sg.) l'esempio di Virgilio; ved. anche Bodin, Daemonom. lib. II, c. 2.

[318]. Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté faussement soupçonnés de magie. Tutto il cap. XXI è consecrato a Virgilio. Di Gervasio e del suo libro dice: «.... qui est à la verité si rempli de choses absurdes fabuleuses et du tout impossibles, que difficilement me pourrois je persuader qu'il fust en son bon sens quand il le composoit» p. 611.

[319]. Uno se ne trovava a Firenze nel secolo XVII; ved. Naudé, op. cit. p. 627. Un altro trovavasi ancora nel secolo passato nel tesoro di Saint-Denis a Parigi indicato nell'antico inventario come: «Le miroir du prince des poetes Virgile, qui est de jaiet.» Intorno a questo lesse una memoria all'Accademia delle scienze Fougeroux de Boudaroy nel 1787. Si spezzò cadendo di mano per caso a Mabillon che l'esaminava. Ved. Du Méril, Mélanges, p. 447.

[320]. Così Collin de Plancy, Le Grand d'Aussy: cfr. anche Mélanges tirés d'une grande biblioth. V, p. 182.

[321]. La popolarità di Virgilio non poteva estendersi che ai paesi di coltura e di chiesa latina; fra i Bizantini, i Neogreci e gli Slavi di chiesa greca poco o punto penetrò; nondimeno qualche traccia del Virgilio leggendario par di trovare nelle tradizioni popolari slave viventi. In un giuoco di fanciulli polacco, comunicatomi già dal De Schiefner (cfr. Ehstnische Märchen aufgez. v. Kreutzwald übrs. von Löwe, Halle, 1869, p. 357 sg.) Virgilio sta in mezzo ai suoi compagni che tenendosi per mano gli girano attorno cantando:

«Ojcice Wirgiliusz uczyl dzieci swoje

Hejže, dzieci, hejže ha!

Róbcie wszystko, co i ja!»

(«Babbo Virgilio insegnava ai suoi bambini: Attenti, bambini, attenti! fate tutto quel ch'io fo»); e poi si fermano e imitano le sue mosse e le sue voci; e Virgilio osserva se qualcuno non lo imita o non lo imita bene; questi deve prendere il suo posto. Può dubitarsi che qui trattisi del Virgilio mago: il De Schiefner credeva ciò fosse perchè in un gioco di fanciulli inglese, simile a questo, trovasi il nome di Simone, ch'ei pensava fosse Simon mago. Non sorprende trovare in Polonia, latina di coltura e di chiesa, il nome di Virgilio.

Fra i Serbi e i Croati trovasi la credenza in un luogo misterioso detto vrzino kolo (cfr. Vuk Steph. Karadschitsch, Lex. Serbic. s. v.) che è la 13.ª scuola, quella ove si apprende a divenir negromante o grabanciaš; ed in un indice slavo di libri apocrifi o condannati, non meno antico del XIV secolo, dicesi dell'eretico prete bulgaro Ieremias (X sec.) ch'egli byw w nawieh na werzilowie kolou. Questa espressione oscura fu ingegnosamente interpretata da Iagič riconoscendo in quel vrzino e verzilowie il nome di Virgilio negromante. Il prete bogomilo Ieremias, tacciato anche di stregoneria, era ivi accusato di essersi procacciato quel sapere e le false scritture «andando fra i morti nel cerchio di Virgilio», e questo remoto «cerchio di Virgilio» (vrzino kolo) è pur la 13.ª scuola da cui esce il negromante o grabanciaš secondo la superstizione degli odierni Serbi e Croati; ved. Archiv für slavische Philologie II (1877) p. 465 sgg., Pypin i Spasowič Istorija Slavianskih Literatur, 2.º izd., Pietrob. 1879, I, p. 84 sgg.; Archivio per lo studio delle trad. pop. VI, 1887, p. 266 sgg.

Una traduzione slava dei Faits merveilleux non esiste, ch'io sappia; in un racconto popolare serbo talune parti ricordano la morte di Virgilio qual'è narrata in alcune versioni di quel libretto ed anche l'estinzione dei fuochi; ma il nome di Virgilio non vi figura (ved. Archiv f. slav. Philol. I, 1876, p. 286 sg.). Il solo libro popolare, a mia notizia, che può aver fatto conoscere il Virgilio mago a vari popoli slavi, anche ai Russi, è il Libro dei sette savi, che già nel XIV sec. era tradotto in boemo, poi lo fu anche in polacco e quindi in russo, diffondendosi con gran successo anche nell'alta Russia, in manoscritti da uno dei quali di sua proprietà, del XVII sec., Buslaieff pubblicò il principio del racconto su Virgilio nella sua Istoričeskaja Christomatija, Mosca, 1861, p. 1393-5; cfr. Murko Die Gesch. d. Sieben Weisen bei den Slaven, Wien, 1890 (Sitzungsber. d. k. k. Akad.).

[322]. Croniche di Montevergine, p. 66-95.

[323]. Cfr. v. d. Hagen, Briefe in die Heimath, III, p. 180; Dunlop-Liebrecht, p. 187; Roth, Op. cit., p. 280.

[324]. Ved. p. 143 del presente volume.

[325]. Italienische Miscellen (Tübingen, Cotta, 1803), vol. III, p. 150 sgg. Cfr. Dobeneck, Des deutschen Mittelalters Volksglauben und Heroensagen I, p. 195.

[326]. Raccolta e pubblicata da Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, 1875, vol. II, p. 13 sgg., n.º LIII.

[327]. Ved. sopra, p. 26.

[328]. Ved. sopra, p. 109.

[329]. È riferita questa leggenda dal Prof. L. Viola in una relazione sugli scavi fatti a Taranto, pubblicata nelle Notizie degli Scavi di antichità edite dalla R. Accademia dei Lincei, 1881, p. 411 sgg. nota. Il Viola osserva che questa leggenda ebbe origine dal fatto che il condotto di Saturo non giungeva sino alla città.

[330]. Ved. sopra, p. 139.

[331]. Dal compianto prof. Morosi che gentilmente me lo comunicava.

[332]. avessi

[333]. condurrei

[334]. piccolo e grazioso pesciolino

[335]. verrei.

[336]. Su questo titolo da noi applicato anche a questa parte del MS. vedi quanto sopra diciamo a p. 97 nota 3 [nota [179] dell'edizione elettronica - N.d.T.]. Riproduciamo il testo qual'è nello scorrettissimo manoscritto, secondo la copia fattane per noi dal signor prof. Giuseppe Müller, tenendo conto di alcune correzioni indicate da E. Stengel.

[337]. Il testo che riferiamo (con qualche correzione) è cavato da un cod. della biblioteca nazionale di Napoli (XIV, D, 7) che fu copiato nel 1471 e pubblicato, per questa parte, dal prof. Villari nel 1875.

[338]. L'autore riferisce rozzamente tradotte le parole di Floro I, 16 (Omnium non modo Italia — Samnitas invasit).

[339]. Eustazio da Matera nel suo Planctus Italiae; ved. sopra, p. 38.

[340]. Ved. la Vita di S. Atanasio, sopra, p. 60.

[341]. Mancano nel codice le parole «Mantua» ecc. che trovansi nelle edizioni.

[342]. Mancano nel codice le parole fra parentesi che riferiamo dalle edizioni.

[343]. Mancano nelle edizioni le parole: «a Lucillo — creavit.»

[344]. Vuol dire Alessandro.

[345]. Tutto questo capitolo, desunto per la più gran parte (benchè forse non direttamente) da Gervasio, è molto abbreviato nelle stampe, con aggiunta però delle parole che ho riferite a p. 139.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.