I.
Tra i fanciulli dell'uno e dell'altro sesso, fin che non v'è differenza apparente nelle forme, v'è comunanza di giocattoli e di sollazzi; ma quando, rimanendo alle bambine la soavità e la mollezza dei contorni infantili, cominciano nei fanciulli a pronunciarsi le forme dell'uomo, allora quella comunanza a poco a poco si rompe; l'un sesso si volge e si attiene definitivamente alle bambole; l'altro agli schioppi, alle trombette e ai tamburi. Insieme alla passione delle armi suol nascere nei fanciulli la passione dei soldati; in alcuni temperata e fugace; in altri violenta, irresistibile e duratura. Ed è in ciò appunto che prima e più notabilmente si manifestano diverse le due nature, chè, mentre la donna cerca ed ama tutto ciò che significa pace, debolezza ed amore, l'uomo si slancia con trasporto verso tutto ciò che rappresenta la forza, la potenza e la gloria.
Dopo le persone della famiglia e della casa, il nostro primo affetto, il nostro primo palpito d'entusiasmo è il soldato. Soldati sono i primi fantocci che rabeschiamo sulle pareti della scuola e sulla coperta dei libri; soldati le prime persone che ci voltiamo indietro a guardar per la via, fermandoci ed obbligando a fermarsi chi ci conduce per mano; il primo soldo che ci si regala lo spendiamo da un libraio per una stampa di soldatini coloriti; e tutto ciò che ai soldati appartiene, armi, assise, galloni, pennacchi, ciondoli, ciarpe, tutto diventa oggetto dei nostri desiderii più ardenti, dei nostri sogni, delle nostre speranze più care; a tal segno da farci fermar nell'animo che a prezzo di qualunque sacrificio e malgrado qualunque contrarietà, appena giunti all'età voluta, ci arroleremo soldati; sì, sì, soldati, soldati, assolutamente, a qualunque costo; la mamma piangerà, il babbo manderà fuori quel certo vocione che tiene in serbo per le scappatelle più ardite: non importa; la è decisa, soldati.
E qui comincia la manìa delle armi; e cerca, e fruga, e rimugina, non vi sarà in casa tua una canna, un bastone, o una gamba di tavola rotta, che, risparmiata dalla lama del tuo temperino, non t'abbia a fare per molto o per poco il suo servizio di stocco o di daga o di fucile. Chi di noi non passò lunghe ore a cavalcioni d'una seggiola, col petto contro la spalliera, dimenando le gambe come per ispronare un cavallo, agitando in alto il manico d'una granata, e mandando fuori certe voci lente, profonde, solenni come d'un generale che comandi una divisione? Chi non si ricorda della prima sciabola che ci regalò lo zio o il compare o qualche ufficiale in riposo, vecchio amico di casa, il giorno del nostro nome, o in premio dell'esserci fatti onore alla scuola? E intendiamoci, veh! non mica di quelle solite sciabole di legno, che si fasciano di carta argentata, roba da ragazzi piccini che non serve neppure a uccidere una mosca; chè! proprio una sciabola vera, una vera lama, di quelle che si adoperano alla guerra.... Oh! la prima sciabola è una grande felicità.
E quelle belle mattinate di primavera, (che fanno uscir la voglia dei libri, come dice il Giusti, e mettono la smania nelle gambe) quando, seduti a tavolino, sbadigliando e sonnecchiando sopra una favola di Fedro da voltare in italiano, sentivamo prorompere all'improvviso giù nella via un gran frastuono di tamburi o di trombe, e noi subito al diavolo quaderni e libri, e via a rompicollo giù per le scale, dietro ai soldati, fino alla piazza d'armi, a contemplare estatici quel vivo sfolgorìo delle baionette che appare e dispare come un lampo al di sopra delle teste dei battaglioni, e a sentire quel clamoroso e prolungato urrà degli attacchi, che già fin d'allora ci rimescolava il sangue e facea sì che stringendo involontariamente i nostri piccoli pugni ci sentissimo raddoppiate le forze; chi non le ricorda quelle belle mattinate? È vero che, tornati a casa, c'era da subire gli occhiacci del babbo o anche di peggio; ma quel poter dire:—sono stato in piazza d'armi—ah! gli era pure un grande sgravio di coscienza, e una ragione che si poteva addurre e s'adduceva in fatti senza umiltà e senza paura.
E il primo soldato con cui, a forza di ronzargli attorno, riuscimmo a stringere un po' d'amicizia, chi non se lo ricorda? E chi non ricorda la prima volta che, in piazza d'armi o al tiro al bersaglio, abbiamo avuto l'onore di andargli ad attingere un po' d'acqua alla fonte vicina colla sua stessa gamella? Noi gliela portavamo piena, ricolma, lì lì per traboccare al menomo moto; eppure non se ne versava una goccia, così attentamente cogli occhi, colle braccia, con tutta la persona, con tutta l'anima ci sforzavamo di riuscire degnamente nell'onorevole incarico! E poi, farsi vedere al passeggio con un caporale, per esempio, dei bersaglieri! Ma è una di quelle felicità, vedete, che quando io mi metto a pensarci su, vorrei ritornare fanciullo per poterla riprovare, o provarla, pur rimanendo un uomo, anche a costo di parer rimbambito. E noi, la sera, all'ora della ritirata, si accompagnava il nostro caporalotto sino alla porta del quartiere, e gli si dava e se ne riceveva la buona notte o la promessa d'un convegno pel domani, ad alta voce, perchè sentissero gli altri ragazzi ch'erano là attorno; e il domani si faceva assieme una bella passeggiata fuori di città, e giunti in un luogo solitario, pregavamo il nostro amico che ci facesse veder la daga, ed egli rispondeva che è proibito, e noi continuavamo a pregare ed egli:—no,—e noi:—sì, mi faccia il piacere, bravo, un momento solo, appena un momento;—e il povero caporale, data un'occhiata intorno se nessuno venisse, tirava fuori la daga dal fodero con una cert'aria di mistero, e la vista di quella bella lama nuda e luccicante ci metteva un fremito nelle vene, e ne toccavamo leggermente la punta col dito, e domandavamo se fosse affilata e se con un colpo avrebbe ammazzato un uomo.... Oh poi, l'amicizia d'un caporale vi porta di gran bei frutti! Quello, fra gli altri, di aver sempre in tasca qualche capsula bella e nuova, qualche volta anche della polvere, e fors'anco una bella croce d'una piastra vecchia, o dei bottoni di stagno ammaccati, e persino,—ma son fortune che capitan di rado,—è possibile persino che diventiate possessore d'un paio di galloni, un po' logori forse, ma sempre tali da fare una stupenda figura sulle maniche della vostra giacchetta da casa. E tutta la ragazzaglia del vicinato vi porterà rispetto.
Il concetto che s'ha da fanciulli dell'autorità e della prevalenza fisica e morale dei soldati sugli altri cittadini è un concetto smisurato. Soldati che non siano prodigi di coraggio non ce ne può essere; soldati meno forti d'uno qualunque dei cittadini più forti, assolutamente non ve n'è; nessuno al mondo può correre quanto un bersagliere; le più belle barbe della città son quelle degli zappatori; nulla v'ha di più terribile in terra che un ufficiale colla sciabola sguainata, tanto più se la sia uscita poco prima dalle mani dell'arrotino. E di fatti, quando si facevano ballar le marionette e s'improvvisavano le commedie, ci poteva ben essere sul palco scenico una lotta accanita di dieci individui armati, potevano ben esserci anco dei principi e dei re a fare il chiasso colla spada in pugno; ma al solo apparire di due soldati collo schioppo a tracolla, tutte le altre teste di legno mettevan giudizio ad un tratto, e si quetavano, e qualche volta anche i re, sì signori, anche le corone s'inchinavano dinanzi ai cheppì. E quando la sera, a ora tarda, sentivamo tutto ad un tratto giù nella strada, presso alla porta d'una osteria, un gridìo confuso di voci irate e minacciose, e un risuonare di bestemmie, di pugni e di bastonate, e un pianger di donne e di bambini, e affacciatici alla finestra e vedute luccicar delle daghe, capivamo che s'era impegnata una rissa fra soldati e operai, non abbiamo noi sempre fatto voto che questi ne buscassero di molte, e quelli ne uscissero immuni? E se accadeva il contrario, oh che stizza, che rodimento! Quanto ad autorità poi, i fanciulli non ne suppongono alcuna al di sopra del colonnello o del generale comandante il presidio della città. È ben naturale. Una volta, non mi ricordo in occasione di che festa cittadina, mentre passavano per la via l'intendente e un luogotenente-colonnello dei bersaglieri con un lungo codazzo di impiegati e di ufficiali d'ogni grado, mio fratello che conosceva il mio debole e voleva pungermi sul vivo:—Guarda—mi disse indicandomi l'intendente—quell'uomo là vestito di nero comanda assai più dell'altro che ha tutto quell'oro addosso.—Chè!—io risposi scotendo sgarbatamente una spalla,—non è vero, è impossibile.—
E questo vivissimo affetto dei fanciulli è ricambiato dai soldati con un affetto meno entusiastico, ma non meno profondo. Coscritti, appena arrivati al corpo, o puranco vecchi soldati, appena giunti in una città sconosciuta, dove li cercano, dove li trovano i loro primi amici, i loro primi conforti, i loro primi diletti? In quello sciame di monellucci che scorrazzano intorno ai tamburini quando il reggimento va in piazza d'armi. Da loro i primi sorrisi, le prime strette di mano; con loro i primi convegni, i primi colloqui confidenti e geniali, le prime passeggiate solitarie in campagna, i primi sfoghi di rancore contro i superiori prepotenti, e i primi lamenti sulle durezze della disciplina, e da loro le prime parole di conforto e le prime consolazioni. Si fanno scrivere e leggere le lettere di casa da loro, e raccontare tutte le particolarità più insignificanti della vita di famiglia, e le ascoltano con gran piacere, e tal volta con una certa tenerezza melanconica, perchè, lontani, come e' sono, dai proprii parenti, quei discorsi ravvivano nel loro cuore un cotal sentimento, direi quasi, di casa, un sentimento delicato, soave, quale non si prova sempre nelle rumorose camerate della caserma. Per mezzo di quei fanciulli, essi a poco a poco stringono amicizia col portinaio, e per mezzo di questi riescono in breve tempo ad allargar la rete delle relazioni amichevoli, così che, a un bisogno, sanno a cui ricorrere, e, in ogni caso, con chi scambiare due chiacchiere alla buona, tanto più se fra le loro amiche vi sia qualche buona donna che abbia un figliuolo soldato. Quindi, nel loro cuore, alla simpatia e all'affetto pei fanciulli s'aggiunge la gratitudine; e per mezzo loro, anche i loro piccoli amici stringon nuove amicizie; a poco a poco in quella tal compagnia, in quel tal battaglione non v'ha più per essi una faccia ignota o indifferente, e il loro affetto, cessato il primo bollore dell'entusiasmo, mette radici profonde e tenaci. E quando il reggimento se ne va.... io l'ho provato; quando il reggimento se ne va, allora cerchiamo la mamma, ce le andiamo a mettere accanto e stiamo lì con un viso serio serio per farci fare una domanda, che provocherà uno sfogo al nostro dolore.—Che cos'hai, bambino?—Non si risponde; si stringon le labbra.—Che cos'hai? parla, bambino; diglielo che cos'hai a tua madre.—Non si risponde; vien giù una lagrima.—Oh in nome del cielo, non mi tenere in ansietà! Che cosa ti è accaduto? che cosa è stato?—Allora si scoppia in pianto e ci si getta nelle sue braccia e le si dice la cosa com'è, e la madre, commossa, ci passa la mano sulla fronte esclamando:—Oh povero ragazzo! Datti pace, ne verranno degli altri;—e allora noi sentiamo il nostro dolore tramutarsi a poco a poco in un sentimento di mestizia calma e rassegnata.
O madri, lasciateli venir con noi i vostri ragazzi; noi li ameremo come fratelli, come figliuoli; usciti di mezzo a noi essi ritorneranno al vostro seno più amorosi e più forti, perchè fra i soldati s'impara ad amare, e di un affetto che fortifica precocemente la tempra dell'animo e del cuore.
In prova di ciò racconterò un fatto che seguì qualche anno fa in un reggimento del nostro esercito, e che mi fu narrato da un amico il quale v'ebbe molta parte; cercherò di richiamarmi alla memoria le sue stesse parole. Sentite dunque; ma, intendiamoci, è il mio amico che parla, non son'io.