II.

Una delle ultime sere di luglio del 1866, la nostra divisione, partita nel pomeriggio da Battaglia, grosso borgo situato alle falde orientali dei colli Euganei, entrava per porta Santa Croce nella città di Padova, che doveva attraversare per proseguire il suo cammino verso Venezia. Quantunque vari altri corpi dell'esercito fossero già passati per quella città e le vie da noi traversate fossero le più remote dal centro e d'ordinario le meno frequenti di gente, pure l'accoglienza che ci fece il popolo fu oltre ogni fede stupenda. Io però non me ne ricordo che come d'un sogno; ne serbo una memoria confusa come s'ha dei primi colloqui coll'innamorata, da giovinetti, quando tremano le gambe e si diventa bianchi nel viso come un cencio uscito di bucato e intorno intorno ci si fa buio. Già, nell'avvicinarmi a Padova, la prima grande città del Veneto che incontravamo sul cammino, il cuore mi batteva forte e i pensieri mi si cominciavano un po' a confondere. Quando poi entrammo, e una moltitudine immensa, prorompendo in altissime grida, si precipitò fra le nostre file e le ruppe e ci avvolse e ci sparpagliò in men di un istante da tutte le parti, per modo che non rimase traccia dell'ordine di colonna in cui eravamo disposti, allora la mia vista si annebbiò e, più della vista, la mente. Ricordo d'essermi sentito stringere molte volte al collo e alla vita da due braccia convulse, e palpar le spalle e le braccia da due mani tremanti; d'essermi sentito baciar nel viso da molte bocche ardenti, con quella stessa furia che porrebbe una madre nel baciare il suo figliuolo al primo rivederlo dopo una lunga assenza; d'aver sentito il contatto di molte guancie umide di pianto; d'essermi fermato più d'una volta per liberare la mia sciabola dalle manine d'un fanciullo che me la scoteva con violenza perch'io mi volgessi ed avvertissi anche il suo umile evviva; d'aver camminato per un pezzo con una mezza serqua di mazzettini di fiori negli occhielli della tunica che parevo uno sposo di campagna; infine di essermi sentito sonare intorno un continuo ed altissimo evviva.... Ma che! Non erano evviva, erano grida inarticolate, rotte dai singhiozzi, soffocate dagli amplessi; erano gemiti come di petti oppressi e spossati dalla foga della gioia; voci di un tal accento che il mio orecchio non aveva inteso mai prima d'allora, ma che molte volte m'eran sonate nella mente, immaginando meco stesso l'espressione d'una gioia superiore alle forze umane. La folla si rimescolava con una rapidità vertiginosa, e ondeggiando ondeggiando portava i soldati di qua, di là, sempre però avanzando nella direzione che aveva presa la colonna in sull'entrare; e al di sopra delle teste della moltitudine si vedeva un grande agitarsi di braccia, di fucili e di bandiere, e quelli e queste raggrupparsi ed urtarsi con impeto e dividersi e sparpagliarsi subitamente a seconda dell'impetuoso abbracciarsi e del rapido svincolarsi che facevano cittadini e soldati; e i ragazzi afferravano i soldati per le falde del cappotto o pel fodero della baionetta e se ne disputavano gelosamente le mani per piantarvi sopra la bocca; e le donne anch'esse, giovani, vecchie, povere e signore alla rinfusa, stringevan la mano ai soldati e mettevan loro dei fiori negli occhielli del cappotto e domandavano soavemente se fossero venuti di molto lontano e si sentissero stracchi, e porgevano sigari e frutta, e offerivano la mensa e la casa, sdegnandosi con amabile affettazione dei rifiuti e rinnovando calorosamente inviti e preghiere; e non si vedeva in tanta moltitudine una faccia che dalla profonda emozione non fosse trasfigurata; occhi dilatati ed accesi, guancie pallide e rigate di lacrime, labbra frementi; e in ogni atto poi, in ogni cenno, in ogni movenza un che di convulso, di febbrile, che ti si trasfondeva nel sangue mettendoti un tremito violento per tutte le membra; tantochè ai saluti e alle benedizioni della gente tentavi più volte di rispondere e non potevi articolare una parola. Le case eran coperte di bandiere; ad ogni finestra un gruppo di persone addossate le une alle altre, le ultime ritte sopra una seggiola colle mani sulle spalle delle prime, queste pigiate contro il parapetto da averne rotto lo stomaco; e chi sventolava fazzoletti, e chi agitava le mani in segno di saluto, e chi gettava giù fiori; tutti poi col collo teso e la bocca splancata ad un continuo grido a somiglianza degli uccelletti nel nido all'apparir della madre. Certi bambini tenuti in braccio dalla mamma agitavano anch'essi le manine verso di noi e mandavano fuori di tanto in tanto qualche gridetto, che si perdeva a mezz'aria negli alti clamori della folla. Le imboccature delle vie a destra e a sinistra, le soglie delle officine, delle botteghe, delle case erano piene di gente. Vidi molti di quei buoni operai porre un sigaro nelle mani a uno dei propri ragazzi e accennargli un soldato e spingerlo verso di quello; vidi certe buone donne sporgere i bambini agli ufficiali perchè li abbracciassero come se quell'abbraccio fosse una benedizione del cielo; vidi qualche vecchio cadente stringersi contro il petto la testa d'un soldato e tenersela lì ferma come volendo che non se ne staccasse mai più.... In mezzo a tante e tali dimostrazioni di gratitudine, di affetto, d'entusiasmo, i soldati, poveri giovani, restavano come istupiditi e ridevano e lagrimavano ad un tempo e non trovavan parole a render grazie; o se pur le trovavano, non le potean mandar fuori, e s'ingegnavano a dire coi gesti:—È troppo! è troppo! Il nostro cuore non regge; voi volete farci morire di gioia.—

A misura che ci avvicinavamo alla porta per cui si doveva uscire, la folla si faceva men fitta e i soldati si andavano lentamente riordinando.

La porta per cui dovevamo uscire era quella che i Padovani chiamano il Portello. Fummo accompagnati fin sul limitare da moltissimi cittadini, la più parte di ceto signorile, frammisti ai soldati, stretti con loro a braccetto, e tutti assorti in un conversar vivo, clamoroso, rapido, rotto, poichè alla foga del primo entusiasmo, il quale non trovava che lagrime e grida, era seguito un gran bisogno di sfogarsi a parole, di farsi mille domande, mille proteste di affetto e di gratitudine, interrompendosi tratto tratto per guardarsi ben bene l'un l'altro nel volto, con un sorriso che voleva dire:—Dunque gli è proprio un soldato italiano che ho a braccetto!—Dunque ci siamo proprio in mezzo a questi benedetti Padovani!—e lì una gran stretta di mano e una scossa reciproca al braccio che significava:—Sei qui; ti sento; non ti lascio scappare.—In quella mezz'ora che si era impiegata ad attraversar la città, si eran già strette molte amicizie, s'eran già scambiate molte promesse di scriversi, s'eran già fatti molti proponimenti di rivedersi al ritorno, e stabiliti i convegni, e notati sul portafoglio i nomi e gli indirizzi.—Mi scriverà lei il primo!—Io il primo.—Appena arrivato al campo!—Appena arrivato al campo.—Me lo promette?—Non dubiti.—Grazie!—E un'altra gagliarda stretta di mano e un'altra scossetta al braccio. E a misura che il reggimento s'avvicinava alla porta, i dialoghi si facean sempre più rapidi, più caldi, più rumorosi, e i gesti più concitati, e più animata l'espressione dei volti, e si rinnuovavano gli evviva e le grida che già erano cessate da un po' di tempo, e i soldati ricominciavano a sparpagliarsi, finchè, giunti che fummo alla porta, il grosso della folla si fermò. E lì di nuovo, figuratevi, una confusione e un gridìo da non potersi dire; un abbracciarsi, un baciarsi, uno sciogliersi dalle braccia dell'uno per gettarsi in quelle d'un altro, e da questi ad un terzo, e via via, ricambiandosi affollatamente augurii e saluti e benedizioni. Finalmente il reggimento fu fuor della porta, e si dispose in ordine di marcia, due file a destra e due file a sinistra della via. Per un po' di tempo i soldati si volsero di tanto in tanto verso la porta, dove la folla, tuttavia ferma, andava agitando i fazzoletti e mettendo alte e lunghe grida di saluto; ma a poco a poco, cominciando a farsi buio, la folla non si vide più, le grida, che già giungean fioche fioche, tacquero affatto, i soldati ripresero a camminare in ordine, e gli ufficiali, che prima andavano a gruppi, ritornarono al proprio posto.

Eravamo in cammino da molte ore; prima di giungere a Padova si era già stanchi e si andava già lenti e disordinati; eppure, usciti dalla città, camminavamo come se pur allora ci fossimo mossi dal campo dopo un lungo riposo. I soldati procedevano ritti, sciolti, spediti; gli ordini erano serrati, e ferveva da ogni parte un vivissimo cicaleccio. Naturale; c'eran tante cose da dirsi!

Io stetti ancora un pezzo come trasognato. Ma quando ritornai interamente in me stesso, allora mi sentii crescere nel cuore una gioia, per dir così, pura, limpida, scevra di quella impressione di sorpresa e di meraviglia che prima me ne attutiva il sentimento; era la vera gioia, e piansi. Piansi tre volte in tutta la durata della guerra. La prima, e furon lagrime d'entusiasmo, il giorno che si passò il Mincio, il ventitrè giugno, quando, essendo ancora il mio reggimento sulla sinistra del fiume, presso al ponte di Ferri, già si vedevano lampeggiare sull'opposta sponda le baionette della settima divisione, e io mi sentiva fremere intorno i soldati impazienti e sonar nell'orecchio il rumor cupo del ponte tremante sotto il peso delle nostre artiglierie. La seconda volta piansi a Villafranca, e furon lagrime d'ira e di dolore. La terza volta piansi per te, o Padova cara, Padova illustre e generosa, e furono lagrime di gioia e di gratitudine; di gioia divina, di gratitudine eterna.—Oh perchè le città non si possono abbracciare!—pensai, fra le tante altre stranezze, quella sera.

Essendo oramai buio fitto, si accessero le lanterne. L'apparire della luce richiamò a ciò che mi circondava la mia mente, che fino allora non era per anche uscita da Padova, e, guardando subitamente qua e là cogli occhi dilatati, come quando ci si sveglia in una stanza di albergo e non si raccapezza sull'istante nè dove si sia nè perchè nè come, vidi al dubbio lume d'una lanterna due ragazzini condotti per mano da due soldati. Mi volsi dalla parte opposta, ne vidi un altro. Guardai più in là, altri due, e via via, ve n'era di molti; e tutti venivan condotti per mano dai soldati e parlavan basso basso e si nascondevano, quanto era possibile, nell'ombre, per non essere scorti dagli ufficiali, che forse, chi lo sa? avrebbero potuto rimandarli a casa, e bruscamente, chè quella non era ora d'allontanarsi dalla città e di tenere in pensiero la mamma. La più parte di quei ragazzi, si vedeva ai panni, erano poverelli; ma ve n'era pure, e non pochi, di condizione agiata, e si conoscevano alla cera e ai modi peritosi e ai vestitini puliti. Ad ogni dieci o dodici passi se ne fermava qualcuno, e data e ricevuta qualche stretta di mano e qualche saluto affettuoso, se ne tornava. È impossibile significare quanta dolcezza, quanta effusione di cuore e che delicato senso di mestizia si sentiva in que' comiati. E poi, l'accento particolare del dialetto che si presta tanto all'espressione degli affetti soavi, e poi la commozione profonda di poco prima, e poi la notte, e il silenzio che si cominciava a diffondere nelle file;... insomma, ogni parola di quei ragazzi mi toccava nel più vivo dell'anima. Ho sempre in mente uno di essi che, accomiatandosi e salutando intorno intorno tutti i soldati, esclamò con una certa vocina sottile e tremola, in cui si sentiva proprio il cuore:—Dio ve salva, fioi, tuti!

—Oh grazie, caro!—io dissi tra me;—possa tu essere benedetto da Dio d'ogni bene; possa non morirti mai la madre; possa tu godere ogni giorno della vita una felicità com'è questa di cui mi trabocca l'anima questa sera. Addio, buon ragazzo.—

Ma a poco a poco tutti que' ragazzi se ne tornarono a casa, primi i più piccini e più timidi, ultimi i già grandicelli e più arditi, e nel reggimento rimasto solo si diffuse un silenzio profondo; unico rumore quello dei passi stanchi e strascicati e il monotono ticcheticche dei puntali delle baionette contro i puntali delle daghe. E si cominciava a sonnecchiare e a camminare barcollando di qua e di là urtandosi l'un l'altro violentemente come segue agli ubriachi che vanno a braccetto. Ed io sonnecchiava e barcollava più di tutti.

Tutto ad un tratto, mi sentii urtare in un braccio, mi voltai, era un ragazzo.—Chi sei?—gli chiesi, fermandomi, con una voce piena di sonno. Esitò a rispondere, dormicchiava anch'egli.—Carluccio,—rispose poi con voce bassa e tremante.—D'onde vieni?—Da Padova.—E dove vuoi andare?—Coi soldati.—Coi soldati! E sai tu dove vadano i soldati?—

Non rispose; io ripigliai:—Torna a casa, via, torna a casa; te ne sei dilungato già troppo. Chi sa tuo padre e tua madre come staranno in pensiero per te, a quest'ora. Da' retta a me, torna a casa.—Non rispose e non si mosse.—Non vuoi tornare?—No.—E perchè?—Non rispose.—Hai sonno?—Un poco....—Qua la mano, dunque.—

Lo presi per mano, raggiunsi la mia compagnia che era già passata oltre un buon tratto, e, pensando che il rimandarlo a casa per forza e fargli rifare tutto quel cammino di notte e solo gli era un esporlo a qualche grossa paura, decisi di condurlo meco fino alla tappa. Quivi giunto, avrei trovato modo di farlo ritornare.

—Abbiamo una recluta—dissi a un mio compagno, passandogli accanto. Egli mi si accostò, e dopo lui alcuni altri che avevano intese le mie parole; e mentre si facevan tutti intorno al ragazzo e mi domandavano chi fosse e dove l'avessi trovato, s'udì uno squillo di tromba e il reggimento si fermò. Mentre le file si rompono e i soldati si mettono a giacere, io, traendomi dietro il piccolo fuggitivo, passo nel prato a destra della strada, e gli altri mi seguono. Giunti a un dieci passi dal fosso, ci fermammo; sopraggiunse un soldato con una lanterna, ci stringemmo attorno al ragazzo, e facendogli batter la luce sul viso, ci chinammo a guardarlo. Era bello; ma smunto, pallido, e avea negli occhi,—un par di begli occhi grandi e scuri,—una espressione di mestizia assai strana per un fanciullo della sua età che non poteva passare i dodici anni. Col suo aspetto dilicato e gentile facevano un brutto contrasto i panni logori, rappezzati e male adatti. Un cappelluccio di paglia cui mancava gran parte della tesa, un fazzoletto turchino attorno al collo, una giacchetta di frustagno fatta al dosso d'un uomo, un par di calzoni che non gli arrivavano fino alla noce del piede, due grandi scarpaccie allacciate collo spago: così era vestito. Ma lindo, e senza stracciature; il fazzoletto che portava al collo era annodato con un certo garbo; e aveva i capelli ravviati, e il viso, le mani e la camicia, tutto pulito. L'osservammo in silenzio per qualche momento. Egli guardava in faccia ora l'uno ora l'altro cogli occhi spalancati ed immobili.

—Ma non sai che sei solo?—io gli domandai.

Mi guardò fiso e non rispose.

—Tutti gli altri ragazzi se ne sono già andati,—gli disse un mio amico,—e tu perchè non sei tornato con loro?—

E un altro:—Che cosa vuoi fare qui con noi? Dove vuoi andare?—

Egli guardò prima l'uno e poi l'altro, sempre con un par d'occhioni stralunati; poi chinò lo sguardo e tacque.

—Parla, su, di' qualche cosa,—ripigliò un di noi scotendogli leggermente la spalla;—o che hai perso la lingua?—

Ed egli zitto, e sempre cogli occhi fissi a terra, duro e cocciuto che metteva dispetto. Tentai ancora una prova: gli presi il mento tra l'indice e il pollice, e, sollevandogli la testa dolcemente, gli chiesi:

—Che cosa dirà tua madre che non ti vede tornare?—

Alzò gli occhi e mi guardò, non più con quella cera attonita e quasi stupidita di prima, ma colle sopracciglia aggrottate e la bocca aperta come se in quel punto soltanto ei cominciasse a capire le nostre parole e aspettasse che, interrogandolo ancora, gli facessimo dire quel che aveva bisogno, e non coraggio, di dire.

—Perchè sei fuggito da casa?—gli domandai di nuovo.

Strinse le labbra, battè celere celere le palpebre, fece un moto della testa e del collo come se trangugiasse qualcosa, e mi ripiantò gli occhi nel viso.

—Ma via, ma parla una volta, dicci la cosa com'è, fatti coraggio. O che hai paura di noi? Perchè sei fuggito da casa?—

Stette muto un momento, e poi diede in uno scroscio di pianto, e tra singhiozzo e singhiozzo mormorò:

—Mi.... pic.... chia.... no!

—Oh povero bambino!—esclamammo tutti a una voce ponendogli le mani sul capo e sulle spalle e accarezzandogli il mento e le guancie;—oh povero bambino! E chi ti picchia?

—La.... mamma.

—La mamma?—gli chiedemmo tutti insieme guardandoci in volto meravigliati.—O come mai?

—Ma.... non è.... la mia mamma.

Qui il povero ragazzo, pregato e ripregato ancora, ci disse che suo padre era morto da un pezzo, ch'egli non aveva più altri che la matrigna, la quale voleva bene soltanto ai suoi bimbi, e non poteva veder lui, e lo trattava male, molto male, e ch'era un pezzo ch'egli soffriva, e che era fuggito da casa per venire con noi. Non aveva ancora finito di parlare, che noi l'affollammo di carezze e di conforti:—Verrai con noi, buon ragazzo; non ti dar pensiero di nulla. Avrai tanti babbi quanti sono i soldati. Ti vorremo bene per tua madre, per tuo padre, per tutti; sta' tranquillo.—E volendo rasserenarlo e farlo sorridere, io gli soggiunsi:—E a chi ti domanderà di chi sei figliolo e donde sei venuto, tu risponderai che sei figlio del reggimento, e che noi ti abbiamo trovato nel fodero della bandiera; hai inteso?—

Egli, sorridendo lievemente, fe' cenno di sì.

—E intanto,—io continuai,—appena ci metteremo in cammino, tu verrai con me o con un altro qualunque di noi, e gli starai sempre accanto, e camminerai fino che le gambe ti reggano, e quando ti sentirai stanco lo dirai, hai inteso? e noi ti faremo salire sopra un carro.—

Il povero Carluccio, che non potea credere a tante dimostrazioni di benevolenza e temea di sognare, accennava di sì abbassando e rialzando la testa e guardandoci cogli occhi pieni di stupore.

—E adesso come stai?—Ti senti stanco?—Hai sete?—Hai bisogno di mangiare?—Vuoi un po' di caffè?—Vuoi un po' di rosolio? Di', amico, dove hai messo la fiaschetta del rosolio?—Eccola,—To', bevine un sorso.

—No, grazie, non ho sete;—e faceva atto di respingere la fiaschetta colla mano.

—Bevi, bevi; ti farà bene, ti ridarà un po' di forza.—Bevve.

—Vuoi mangiare? Per ora non c'è altro che un po' di pane.—Oh! lanterna, porgi un pezzo di pane.—

Il soldato che tenea la lanterna trasse premurosamente un pezzo di pane dalla tasca e glie lo porse.

—No, grazie.... non ho mica fame.

—Mangia, mangia; è molto tempo che cammini; hai bisogno di rinvigorirti lo stomaco, mangia.—

Esitò un momento; poi afferrò il pane con tutte e due le mani e lo addentò coll'avidità d'un affamato.

Ci guardammo tutti in faccia.—Di' la verità: quanto tempo è che non mangi?

—È da questa mattina di buon'ora.

—Oh!—

In quel punto s'udì uno squillo di tromba; ci rimettemmo in via. Dopo poco più d'una mezz'ora Carluccio fu colto un'altra volta dal sonno. Gli domandammo ripetutamente s'ei volesse coricarsi sur uno dei carri del vivandiere, ed egli ripetutamente ricusò dicendo:—Non son mica stanco io.... non ho mica sonno.—Ma tratto tratto gli si chiudevan gli occhi irresistibilmente, e si soffermava, e, rimasto un istante immobile come una statua, ripigliava poi l'andare a passi ineguali, descrivendo sulla strada dei lunghi zig-zag e andando talvolta a dar colla testa nel gomito dei soldati....—Animo, Carluccio, vieni con me.—Lo presi per mano e lo condussi alla coda della colonna, dove, scambiata una parola col vivandiere, lo feci coricare sopra un carro, mentre ei mi andava tuttavia ripetendo:—Non sono mica stanco, io.... non ho mica sonno.... voglio camminare ancora.... voglio....—E s'addormentò d'un sonno profondo mormorando che non aveva bisogno di dormire e che voleva camminare. Poco più di un'ora dopo il reggimento si fermò di nuovo per qualche minuto. Appena sonata la tromba, i soldati dell'ultima compagnia, che mi avevano veduto condurre Carluccio dal vivandiere, accorsero e si affollarono intorno al carro. Un d'essi staccò la lanterna dal fucile e l'avvicinò al volto del ragazzo; gli altri si chinarono a guardarlo. Seguitava a dormire placidamente; teneva la testa appoggiata sopra un sacco di pane, ed aveva ancora gli occhi rossi e la guancia molle di lagrime.—Che bel bambino!—disse sottovoce un soldato.—Come dorme di gusto!—mormorò un altro.—Un terzo allungò la mano e gli strinse una guancia tra l'indice e il medio.—Giù quelle manaccie!—gridarono tutti gli altri.—Lascialo stare.—Lascialo dormire.—Carluccio si svegliò, e lì sul momento, a vedersi tutti quei soldati davanti, ebbe un po' di paura; ma si tranquillò tosto, e sorrise.—Di chi sei figlio?—gli domandò un soldato. Carluccio esitò un istante e poi, sovvenendosi del mio consiglio, rispose serio serio:—Sono il figlio del reggimento.

Tutti i soldati si misero a ridere.—Chi ti ha condotto con noi? Dove fosti trovato?

Altra esitazione, e poi colla più gran serietà:—Mi hanno trovato nel fodero della bandiera.—

I soldati diedero in una risata più forte di prima.—Qua la mano, camerata!—gridò un caporale porgendogli la mano. Carluccio gli porse la sua e se la strinsero.—Anche a me!—disse un altro soldato, e Carluccio strinse la mano anche a lui. E così l'un dopo l'altro tutti gliela porsero ed egli la strinse a tutti. L'ultimo gli disse forte:—Amici per la pelle, non è vero, bambino?—Ed egli rispose gravemente:—Amici per la pelle.—In quel momento sonò la tromba, i soldati s'allontanarono ridendo, ed io, comparso tutto ad un tratto dinanzi a Carluccio, gli domandai:—Ebbene? Che cosa m'hai da dire di bello?—Mi guardò, sorrise, e rispose:—I soldati mi vogliono bene.—