III.

Arrivammo al campo intorno alla mezzanotte; non mi ricordo quante miglia si fossero fatte da Padova in poi, nè in che punto, presso a poco, si spiegassero le tende. Qualche villaggio, in vicinanza del campo, v'era di sicuro; ma per quanto si guardasse in giro non appariva cima di campanile nè vicino nè lontano. Il cielo, già nuvoloso e scuro che non ci si vedeva una stella, si era fatto sereno. Il prato dove il reggimento doveva piantar le tende era tutto rischiarato dalla luna e circondato d'alberi grandi e folti, che gli facevano intorno intorno un'ombra scurissima; vi regnava un silenzio e una quiete di cimitero; era un luogo pieno di bellezza cupa e severa; e l'animo nostro ne fu in tal modo colpito che si entrò nel campo tacitamente, e tacitamente ci si schierò, guardando attoniti di qua e di là, come se ci trovassimo in un giardino incantato.

In poco d'ora si piantò il campo, si condussero i carri al loro posto, si posero le sentinelle; le compagnie si riordinarono, senz'armi, in mezzo alle proprie tende; e i sedici furieri cominciarono ad alta voce l'appello, ciascuno ritto dinanzi alla sua compagnia, con da un lato gli ufficiali e dall'altro un soldato colla lanterna a illuminargli il taccuino. Intanto Carluccio, ricondottomi dal vivandiere, era corso a nascondersi in mezzo a due tende e stava là tra impaurito ed attonito a contemplare quello stupendo spettacolo che è un campo illuminato dalla luna. Quella moltitudine di tende biancheggianti in lunghe file fino a perdersi nell'ombra degli alberi lontani; quei cinquecento fasci di baionette luccicanti; tutta quella gente e pur quella sì profonda quiete; e quelle voci monotone dei furieri gradatamente men distinte e più fioche, dalla compagnia li accosto giù giù fino all'ultima, là in fondo, dove la lanterna appare appena appena come una lucciola; e poi il tacersi successivo anche di queste voci, e il misterioso silenzio, e, a un segno di tromba, il subito rompersi delle file e lo sparpagliarsi rumoroso; e sotto le tende, al buio, quel confuso gridìo e quell'affaccendarsi frettoloso a comporre i letti co' cappotti, le coperte e gli zaini, finchè a poco a poco in tutto il vasto campo si ristabilisce la quiete e una tromba non vista impone con prolungati e quasi lamentevoli squilli il silenzio.... è uno spettacolo che commove. Carluccio non aveva mai veduto un campo, e ne rimase profondamente ammirato e quasi intenerito. E ci sarebbe di che intenerirsi davvero, chi potesse vedere dentro tutte quelle tende! Quanti moccolini accesi segretamente in mezzo a due zaini, accanto a un foglio di carta da lettere sgualcito, dinanzi a una faccia in cui si palesano ad un tempo e la fatica del lungo cammino e la paura dell'ufficiale di guardia, che pover'a noi se si avvede del lume, e la lotta penosa fra l'affetto che prorompe impaziente e la parola che s'ostina a non venir fuori! Quello è il luogo e quella è l'ora dei ricordi melanconici. Là, sotto quelle tende, quando tutto tace all'intorno, là s'affollano le immagini dei parenti lontani e degli amici del proprio paese, immagini vive e parlanti; care, su tutte, quelle delle madri che vengono ad accomodar lo zaino sotto la testa al figliuolo pregando dentro al core:—Dio mio! fate che non sia questo il suo ultimo sonno!—Chi non ha versato una lagrima, la sera, sotto la tenda, a quell'ora?

—Vieni qua, Carluccio.—

Venne, e io lo condussi sotto la tenda conica della mia compagnia, dove m'avevano preceduto gli altri due ufficiali subalterni (il capitano era malato); due di que' giovani pieni di cuore, che, sotto l'apparenza d'un'indole dolce e mansueta, racchiudono un'anima capace di grandi cose; di quei bravi soldati che, ignorati o indistinti dai più nelle congiunture della vita ordinaria, giganteggiano improvvisamente sul campo di battaglia, e si rivelano eroi, e fanno dire dalla gente:—chi l'avrebbe mai detto!—Gente che ama la vita soltanto per questo, che, quando occorre, si può spenderla a un buon fine.

La tenda era illuminata da una candela confitta in terra, e i miei due amici stavan seduti uno di qua e l'altro di là, colle gambe incrociate sopra uno strato di paglia che le nostre ordinanze aveano frettolosamente raccolta in una scappatella dal campo. Appena entrati, ci sedemmo anche noi e si cominciò a chiacchierare.

Carluccio teneva gli sguardi bassi e appena appena, quand'era interrogato, osava levarceli in volto un momento per riabbassarli subito dopo. Aveva ancora gli occhi gonfi e rossi dal gran piangere, e gli tremavano le mani e la voce, e quelle non sapea come muovere o dove tenere, e questa gli usciva rauca e fioca, che era una pietà a sentirlo; imbarazzato e confuso come un colpevole, povero ragazzo! A forza d'interrogarlo e di pregarlo e di fargli coraggio a parlare, riuscimmo a snodargli la lingua e a cavargli di bocca qualcosa di più particolare intorno alla sua famiglia. Poi a poco a poco egli pigliò animo e s'infervorò nel discorso, confortato dagli atti d'assentimento e di pietà che andavamo continuamente facendo alle sue parole, per modo che, a un certo punto, noi pendevamo dal suo labbro, meravigliati e commossi.

—Non è mia madre vera—egli diceva—ecco perchè non mi vuol bene. L'altra che era mia madre vera e che è morta, l'altra mi voleva bene, e molto; ma questa che ho adesso.... È lo stesso come se non ci fossi, io, in casa; mi dà da mangiare, questo sì, e anche da dormire; ma non mi guarda quasi mai, e quando mi parla mi parla sempre come se fossi un.... come se avessi fatto qualche gran male; e io invece non faccio mai niente di male a nessuno, e tutti possono dirlo, e i vicini di casa mi vogliono più bene di lei.... Gli altri due ragazzi che sono più piccoli di me, oh quelli lì non c'è caso che li faccia piangere! Sono sempre ben vestiti, ed io paio uno di quelli che vanno a domandare l'elemosina....

—Poverino!—gli disse uno dei miei amici facendogli una carezza.

—E poi essa non mi conduceva mai a passeggiare cogli altri due. Certe volte mi lasciava chiuso in casa, solo, quelle sere di domenica che si vede passare tanta gente nella strada, e io stava alla finestra ad aspettare che essi ritornassero, ed essi non tornavano mai e io mi addormentavo colla testa sopra il davanzale. Poi, quando tornavano, essa mi sgridava; io era rimasto chiuso in casa, e loro erano andati al teatro o al caffè, e gli altri due ragazzi me lo venivano a dire nell'orecchio:—Noi siamo andati, e tu no, e tu no,—e poi mi facevano anche le corna perchè io mi arrabbiassi, e se io mi metteva a piangere, essi mi burlavano e la mamma non diceva niente. E a me quelle cose lì mi facevano dispiacere, ecco, perchè io a loro non avevo mai fatto niente di male, e tutte le volte che l'uno o l'altro mi veniva a far le belle e mi pigliava la voglia di lasciargli andar giù qualche.... mi trattenevo sempre e avevo pazienza. V'era delle volte che la mamma, quando avevano finito di mangiare, mi faceva portar via i piatti, e mentre li portavo via i ragazzi mi dicevano:—Guattero.—Oh Dio! Se mi avessero dato un pugno sulla testa non mi sarebbe rincresciuto tanto come sentirmi dire quella parola.... Una volta, la sera d'un giorno di festa, la mamma tornò a casa tardi tardi e aveva il viso tutto rosso e gli occhi tutti lustri lustri e parlava e rideva forte cogli altri due, e tutti e tre si posero a cenare e la mamma bevve tutta la bottiglia del vino. E dopo che ebbero finito, mi chiamò, mi pose tutti i piatti tra le mani, e mi disse:—To', porta via, mariuolo; è il tuo mestiere.—E mi diede un calcio e si misero a ridere tutti e tre. Io non dissi niente; ma quando fui in cucina posai i piatti e mi gettai sopra una seggiola e stetti lì a piangere come un disperato, al bujo, fin che se ne andarono a dormire. Se non era Giovannina, una giovane che stava di casa vicino a noi e faceva la sarta e mi voleva bene, io sarei stato sempre tutto stracciato....

—Povero bambino! ripetè il mio amico. Io gli domandai in che modo s'era risoluto a fuggire.

—Da principio—egli rispose—io volevo scappare con una compagnia di ciarlatani, di quei che fanno i giuochi e che quando trovano dei ragazzi che nessuno li vuole, se li pigliano con sè; ma poi mi hanno detto che c'è dei giuochi che per insegnarli a fare i ciarlatani bisogna che sloghino le ossa delle spalle, e che bisogna averle slogate fin da piccoli, e io era già troppo grande, e non sono scappato. La mamma intanto continuava a trattarmi male e a darmi poco da mangiare. Ma un bel giorno cominciarono a passare i soldati dell'Italia, e tutta la gente faceva una gran festa a quei soldati, e i ragazzi li accompagnavano fuori di città e ce n'era di quelli che li accompagnavano anche per molte miglia; e anzi io ho saputo che ce n'erano scappati da casa due o tre, ed erano stati via due o tre giorni, e poi se n'erano tornati, e dicevano di aver mangiato del pane dei soldati e dormito sotto le tende. Io pensai subito a scappare. Mi ci provai due o tre volte; ma quando cominciava a farsi buio, mi pigliava un po' di paura, e tornavo a casa. Ma ieri mattina mia madre mi picchiò con una verga e mi fece molto male; guardino qui i segni nelle mani, e poi me ne ha date anche nel viso, e tutto questo perchè io avevo risposto:—Crepa,—a uno dei ragazzi che mi burlava dicendo che ho le scarpe che sembrano barche; e non mi diedero nemmeno un pezzo di pane, e po' la sera mi lasciarono solo in casa. Io stava alla finestra colle lagrime agli occhi ed ero proprio disperato, quando tutto ad un tratto ho sentito suonar la musica, sono uscito subito di casa e appena vidi che erano i soldati del re che c'è adesso, di quello che è venuto a liberare, mi sono gettato in mezzo a loro, e non li ho più lasciati... Poi lei mi parlò.... (e mi guardava). Poi mi hanno detto che non avessi paura, mi hanno dato da mangiare... Io avevo una fame! E mi dissero poi ancora che mi volevano tenere con loro.... Ma io non voglio mica star qui come un povero a mangiare il pane per niente; io voglio lavorare.... spazzolerò i panni.... (e mi toccava la tunica), porterò da bere, andrò a prendere la paglia per dor....—

Ci alzò gli occhi in volto, fece un atto di sorpresa e rimase attonito a guardarci. Uno dei miei amici gli gettò le braccia al collo e se lo strinse sul petto, mormorando:—Povero ragazzo!—

E stettero tutti e due immobili così.