IV.
Sul far del giorno, prima ancora che si sonasse la sveglia, ci destò il rumore d'una pioggia fittissima e un violento scoppio di tuono. Misi io pel primo la testa fuori della tenda. Nel campo, all'infuori delle sentinelle, non si vedeva anima viva; ma tutti o quasi tutti i soldati eran già desti. Di fatti, allo sfolgorar d'ogni lampo, sonava da tutte le parti dell'accampamento un acutissimo e prolungatissimo brrr, come fanno i burattinai per annunziar l'apparire e lo sparire del diavolo; e ad ogni scoppio di tuono un altro fragoroso e prolungato grido ad imitazione di quello scoppio. Indi a poco fu sonata la sveglia, e il capitano di guardia chiamò gli ufficiali di settimana al rapporto per annunziare che dentro tre ore ci saremmo rimessi in cammino. Questo annunzio mi fece subito pensare a Carluccio. Io non m'ero ancora domandato che cosa alla fin fine avremmo fatto di quel ragazzo.—Il figlio del reggimento! Son due belle parole e presto dette; ma avevamo noi il diritto di tenerlo lontano da casa? E chi si sarebbe addossata questa responsabilità, poichè qualcuno avrebbe pur dovuto addossarsela?—Parlai di questo agli amici e tutti convennero ch'era necessario provvedere al rinvio di Carluccio, scrivendo al Sindaco di Padova e rivolgendosi alle Autorità del villaggio più vicino. Era una decisione dolorosa codesta; ma come farne a meno? Mi restava però una speranza: e se da Padova non rispondessero? E se la matrigna non rivolesse più il suo figliastro? L'incarico di scrivere a Padova me lo assunsi io stesso e a gran malincuore e a stento, scrissi; ma l'altro incarico, quello di condur Carluccio al villaggio e di consegnarlo alle Autorità, oh questo poi non me lo volli proprio addossare.—Ci pensino gli altri—dissi tra me;—io la mia parte l'ho fatta.—E cercai e pregai uno per uno i miei amici perchè facessero quel che restava da farsi.—Che c'entro io?—mi fu risposto da ognuno di loro.—Ed io?—domandavo alla mia volta.—Ebbene, non c'entriamo nessun dei due.—E il dialogo si troncava così. Tornai alla tenda indispettito.
—Carluccio!
—Che cosa vuole, signor ufficiale?
Bisogna che tu venga con me fino al villaggio, a pochi passi di qua.—
Un subito sospetto gli attraversò la mente; si fece serio serio, e mi guardò fiso negli occhi. Io non aveva saputo dissimulare il mio disegno nè col suono della voce nè coll'espressione del viso; mi voltai da un'altra parte, e finsi di cercar qualcosa nella mia borsa da viaggio.
—Mi vogliono mandare a casa!—egli gridò tutt'ad un tratto; ruppe in un pianto disperato, si gettò in ginocchio ai miei piedi, e ora giungendo le mani, ora afferrandomi per la tunica, cominciò a dire con impeto vivissimo di passione:—No, no, signor ufficiale, non mi mandino a casa, per pietà, per pietà; io non posso tornare a casa, io piuttosto vorrei morire; mi tengano qui, mi diano da fare tutto quello che vogliono chè io farò tutto, e al mangiare ci penserò io.... Per pietà, signor ufficiale, non mi facciano tornare a casa....
Io mi sentiva straziare il cuore; mi contenni un istante e poi proruppi anch'io:—No, no, datti pace, Carluccio, non piangere, non aver paura, non ti rimanderemo a casa, no; resterai con noi, sempre con noi, ti vorremo sempre bene...; te lo prometto, stanne sicuro, non piangere, povero ragazzo; non pianger più....
A poco a poco si quietò.
—Non sono proprio nato per far le parti terribili, via,—dissi tra me uscendo dalla tenda;—non c'è altro che aspettare la risposta da Padova, e poi.... e poi vedremo ciò che sarà da fare.—
Due giorni dopo ci accampavamo in vicinanza di Mestre, dove restammo fermi quasi un mese, fino alla stipulazione dell'ultimo armistizio, vale a dire fino a quando ritornammo indietro verso Ferrara.
Passano cinque giorni, ne passano sette, ne passano dieci, e la risposta da Padova non arriva. Si scrive un'altra volta, s'aspetta altri cinque giorni, altri sette, altri dieci, e nessuna risposta.—Che si siano smarrite le lettere? io pensava. Niente di più facile con questo bel servizio di posta! O che l'abbiano ricevute e, assorti in cure più gravi, non se ne sian dati per intesi? Anche questo è possibile. O che, bandita la voce del fatto, la matrigna, pur riconoscendo dai contrassegni che il ragazzo in quistione era il suo, abbia fatto orecchie da mercante, contentona che l'esercito liberatore abbia liberato anche lei da un ospite importuno? Ah! questa è la più probabile. Anzi la dev'essere andata così di sicuro. E in questa certezza non si scrisse più nè a Padova nè altrove. E con che pro si sarebbe scritto se non eravamo riusciti nè colle buone, nè colle cattive a strappar dalla bocca di Carluccio nè il cognome suo, nè quello della matrigna, nè la casa, nè il mestiere, nè qualsivoglia altro indizio per cui riuscisse possibile di scuoprire la sua famiglia?