V.
Carluccio continuò a restare con noi. Si provvide subito a rinnovargli i vestiti, perchè i suoi, già dapprima ricisi e rattoppati da tutte le parti, oramai gli si erano sciupati del tutto in quei due o tre giorni di marcia, e gli cadevano a brani. Un cappelletto di paglia, una giacchettina e un par di calzoni di tela, una bella cravatta rossa, due scarpette ben adatte al suo piccolo piede: oh povero ragazzo, come fu contento quando gli presentammo tutta codesta roba! Pareva che non credesse ai suoi occhi; si fece rosso, voltò la testa da un'altra parte, aveva quasi il sospetto che gli si volesse fare una burla, fece molte volte col gomito l'atto di respingere da sè quell'insperato regalo, e tenne lungamente il mento sul petto. Ma quando vide che noi cominciavamo a stizzirci un poco di quella sua restìa incredulità e facevamo l'atto di andarcene dicendo:—Vestiremo un altro ragazzo;—allora alzò all'improvviso la testa, fece un passo verso di noi, accennò colla mano che ci fermassimo ed esclamò con voce di pianto:—No! no!—Ma si vergognò tosto di quel suo pregare, e chinò un'altra volta la testa e stette là immobile cogli occhi bassi e pieni di lagrime. Quando poi ebbe i suoi panni in dosso ne fu tanto imbarazzato che non sapea più nè camminare, nè gestire, nè parlare.
—Cospetto, Carluccio!—gli dicevano i soldati facendogli largo quando passava furtivamente in mezzo a loro;—cospetto che lusso!—Ed egli diventava rosso, e via di corsa.
Ma in capo a poco più d'una settimana si fe' vispo, disinvolto e arditello come un tamburino; divenne amico di tutti i soldati della nostra compagnia e di gran parte dei soldati delle altre, e di tutti gli ufficiali del reggimento, e d'allora in poi prese a condurre una vita continuamente operosa e utile a sè ed agli altri. Dormiva sotto la nostra tenda. La mattina, al primo rullo di tamburo, era in piedi e spariva. Non eravamo ancora ben desti, che già egli era tornato dalla cucina del nostro battaglione col caffè, col rum, o con altro che fossimo assuefatti a pigliare, e:—Signor ufficiale,—diceva con quella sua vocina rispettosa,—è ora....—Ora di che?—si brontolava noi con voce aspra e arrantolata, soffregandoci gli occhi.—Ora che si levino.—Ah! sei tu Carluccio? Qua la mano.—E gli davamo una stretta di mano che lo metteva di buon umore per tutto il giorno.
Contendeva il compito alle nostre ordinanze, voleva spazzolar panni, lustrar bottoni e sciabole e stivali, lavar camicie e pezzuole: volea far tutto lui, e pregava umilmente ora l'uno ora l'altro soldato che per piacere gli dessero qualcosa da fare, che lui avrebbe fatto tanto volentieri, e che si sarebbe anco ingegnato di far bene, e che a ogni modo bisognava ch'egli imparasse, che aveva bisogno d'imparare, che voleva imparare. Qualche volta noi eravamo costretti a levargli gli oggetti di mano, e a dirgli con una certa severità:—Fa quel che ti si dice di fare, e non cercare più in là.—E bisognava fare i severi perchè in buona coscienza non potevamo permettere ch'ei pigliasse l'uso di farci il servitore. Perchè, povero ragazzo? L'avevamo forse condotto con noi a tal condizione? Egli aveva un gran timore che a poco a poco lo pigliassimo in uggia, comunque non si facesse che colmarlo di carezze e circondarlo di cure e di cortesie; gli pareva che, a non lavorare, ei dovesse finire col parerci un aggravio inutile, e però si sforzava di mostrarci ch'era pur buono a far qualcosa o che, se non altro, aveva del buon volere. Pure il timore di parerci importuno qualche volta lo assaliva e gli dava pena. Tratto tratto, mentre mangiava con noi seduto in terra attorno a un tovagliolo steso sull'erba, accorgendosi improvvisamente d'esser guardato, si vergognava di mangiare, diventava un po' rosso, abbassava gli occhi, faceva dei bocconi piccini piccini, e se non si badava noi ad empirgli il bicchiere, egli non ardiva di farlo, e stava a bocca asciutta magari per tutto il tempo del desinare. Talvolta sotto la tenda, mentre si stava pigliando sonno, egli, all'improvviso, si vergognava di occupar tanto spazio e di giacere sopra tanto strame, e si levava a sedere e lo sparpagliava di qua e di là verso i nostri posti, riserbandone una piccola parte per sè, e coricandosi poi tutto rannicchiato rasente la tela della tenda, a rischio di pigliar qualche malanno per causa della brezza. Non mi sfuggiva pur uno di tutti questi suoi atti, nè uno de' suoi pensieri, e mi affrettavo sempre a dissipare le sue vergogne o apostrofandolo allegramente:—Ebbene, Carluccio?—o stringendoli la guancia fra l'indice e il medio con quel fare che significa:—Vivi in pace, ti proteggo io.—Ed egli subito si rassicurava. Oh che mesta e amorosa pietà mi metteva in cuore quella sua delicata vergogna!—Povero Carluccio,—pensavo io, quando, ardendo ancora il lume sotto la tenda, lo vedevo dormire quieto e tranquillo, tutto ravvolto nel mio cappotto e colla faccia nascosta per metà dentro il berretto d'un soldato;—povero Carluccio! Perchè non hai più madre, tu ti credevi solo sopra la terra, e non ti immaginavi che alcuno ti potesse voler bene! No, Carluccio; pei fanciulli senza madre e senza padre ci sono i soldati; essi non hanno che un pezzo di pane in tasca; ma in compenso chiudono molto tesoro d'affetto nel cuore, e dispensano generosamente l'una e l'altra cosa a chi n'ha bisogno. Dormi tranquillo, Carluccio, e sogna tua madre; ella certo ti guarda di lassù, ed è ben lieta che tu sia fra noi, perchè sa che sotto i nostri ruvidi cappotti batte il suo cuore.
Di giorno era continuamente in faccende. Andava fuori del campo a prender acqua pei soldati quando era proibito d'uscire; e lo si vedeva in giro in mezzo alle tende tutto carico di borraccie e di gamelle, rosso in viso, sudante, accompagnato da una folla di assetati, che gli si stringevano ai panni e gli facevano ressa.—Carluccio, la mia gamella;—la mia borraccia, Carluccio;—voglio prima la mia;—no, la mia, te l'ho data prima di lui;—e no,—e sì.—Ed egli a far cenno che si quetassero e a sospingerli indietro:—Uno alla volta, da bravi; fatemi il piacere; tiratevi un po' in là; lasciatemi respirare.—E si asciugava la fronte e pigliava fiato, chè proprio gli era stanco e sfinito da non poterne più. Di quando in quando qualche soldato lo ricercava per farsi scrivere una lettera a casa, o per farsene leggere e spiegare una ricevuta. Questo favore ei lo faceva con molta gravità. Stava un momento sopra pensiero e poi diceva serio serio:—Vediamo.—Si sedevano sotto la tenda e, dopo aver molto ragionato tutti e due coll'indice teso verso il foglio scritto o da scriversi, finalmente Carluccio, rimboccate le maniche della giacchetta, si metteva all'opera agrottando le sopracciglia, stringendo le labbra e mandando fuori un suono inarticolato che voleva dire:—È un affar serio; ma via, farò tutto quel che potrò.—
Aiutava poi ora l'uno ora l'altro ad accomodare le tende, e ci aveva un garbo a tirare quelle cordicelle e a conficcare in terra quei piuoli, da far credere ch'ei non avesse fatto mai altro in vita sua.
Quando si facevano gli esercizi egli si ritraeva in un angolo del campo, e di là ci guardava estaticamente per tutto il tempo che gli esercizii duravano. Quando tutto il reggimento era schierato e faceva il maneggio dell'armi, quel povero ragazzo andava in visibilio. Quel battere sulla terra di mille e cinquecento fucili, in un colpo solo, come un solo fucile; quel lungo ed acuto tintinnìo di mille cinquecento baionette inastate, tolte, rimesse e ringuainate in un momento; quel poderoso tonar dei comandi, e quel profondo silenzio delle file e tutte quelle faccie immobili ed intente come statue; lo spettacolo di tutte queste novità lo accendeva d'entusiasmo, gli metteva addosso una irrequietezza, una smania di fare, di gridare, di correre, di saltare, e tutto questo egli faceva sempre e subito appena il reggimento aveva rotto le righe; prima no. Prima si contentava di pigliare degli atteggiamenti eroici e di guardarci colla testa alta e l'occhio fiero, senza accorgerssene, notate; assecondava inconsapevolmente i moti dell'animo, come quando qualcuno, narrando, ci commove, e noi esprimiamo coi moti del volto intento il senso e gli affetti delle cose narrate.
Quando poi sentiva la musica del reggimento, pareva matto.
Quelle sere che qualcuno di noi doveva andare agli avamposti, egli si mostrava di un umore un po' men gajo del consueto.—Buona notte, signor ufficiale!—ci diceva, con un lungo sguardo, quando partivamo; e, uscito fuor della tenda, stava a guardarci fin che non eravamo spariti.
Questi modi affettuosi e così spontaneamente gentili ei li usava con tutti, ufficiali e soldati; e però tutti lo amavano. Quando passava in mezzo alle tende d'una compagnia qual si fosse, era un chiamarlo da tutte le parti, un tender di braccia per trattenerlo, un alzarsi e un corrergli dietro dei soldati con le lettere in mano:—Carluccio, un momento, un momento solo, una parola, solamente una parola.—Gli ufficiali li salutava militarmente e con un'espressione di più o meno profondo rispetto a seconda de' gradi, che egli aveva imparato a distinguere fin dai primi giorni. Aveva una gran paura del colonnello. Quando lo vedeva di lontano o se la dava a gambe o si rannicchiava dietro una tenda; il perchè non lo sapeva neanco lui. Ma un giorno, mentre egli stava a chiacchiera con due o tre soldati presso alla tenda d'un aiutante maggiore, eccoti sbucare all'improvviso il colonnello. Tremò da capo a piedi; non era più in tempo a nascondersi; bisognava guardarlo e salutarlo; alzò gli occhi timidamente e portò la mano al cappello. Il colonnello lo guardò, gli passò la mano sotto il mento e gli disse:—Addio, buon ragazzo.—Carluccio andò a un pelo dall'impazzare; volò subito da noi, e, ansando e balbettando, narrò l'accaduto.
Cosa strana in un ragazzo della sua età, egli non abusò mai menomamente della famigliarità con cui si trattava. Sempre docile, umile, rispettoso, come il primo giorno in cui lo raccogliemmo sulla via. E di quel fortunato giorno tratto tratto ei ce ne soleva parlare; non mai però senza che gli luccicasse qualche lagrima negli occhi. Aveva anche le sue ore melanconiche, specialmente i giorni di pioggia, quando tutti i soldati stanno raccolti sotto le tende, e il campo è tacito e deserto. In quell'ore egli stava seduto sotto la tenda colla faccia verso l'apertura e gli occhi immobili a terra come se contasse le goccie di pioggia che venivano dentro.—Carluccio a che cosa pensi?—gli domandavo.—Io? a niente.—Non è vero, vieni qua, povero Carluccio, vieni qui accanto a me; io non sono che uno fra i tanti che ti vogliono bene; ma ti voglio bene per tutti. Siediti qua; discorriamocela fra noi altri due, e via dal cuore tutte le malinconie.—Egli piangeva. Ma eran malinconie che svanivano presto.