II.

La seguente mattina, appena sorto il sole, uscì di casa. Non aveva ancora fatto dieci passi sulla piazza, quando si sentì tirare leggermente la falda della tunica. Si fermò, si voltò, e vide a due passi da sè, ritta e immobile nell'atteggiamento del soldato che saluta, una fanciulla co' capelli rabbuffati e il vestito scomposto, alta, sottile e di bellissime forme. Teneva fissi in volto all'ufficiale due grandi e vivi occhi neri, e sorrideva.

—Che cosa volete?—questi le domandò guardandola in aria di sorpresa e di curiosità.

La fanciulla non rispose, ma seguitò a sorridere e a tener la mano tesa contro la fronte nell'atto del saluto militare.

L'ufficiale si strinse nelle spalle e tirò innanzi. Altri dieci passi, altra tiratina alla tunica. Si fermò e si voltò un'altra volta. E quella sempre ritta e impalata come un soldato in riga. Guardò intorno e vide qualcuno là presso che osservava quella scena e rideva.

—Che cosa volete?—le domandò un'altra volta.

La fanciulla stese la mano coll'indice teso verso di lui e disse sorridendo:

—Voglio te.—

—Ho capito,—egli pensò;—n'ha un ramo,—e, cavato di tasca qualche soldo, glielo porse, facendo atto di andarsene. Ma la fanciulla, piegando un braccio dinanzi al petto come per farsi schermo del gomito contro la mano che le porgeva il danaro, esclamò un'altra volta:

—Voglio te.—

E si mise a pestar forte co' piedi, arruffandosi i capelli con tutt'e due le mani e mandando fuori un lamento sordo e monotono come fanno i bambini quando fingono di piangere. E la gente intorno rideva. L'ufficiale guardò la gente, poi la fanciulla, poi di nuovo la gente, e poi riprese l'andare. Attraversò liberamente quasi tutta la piazza; ma giunto all'imboccatura della strada che mena al porto, si senti alle spalle un passo rapido e leggero, come di chi corra in punta di piedi, e mentre stava per volgersi indietro, una voce sommessa gli mormorò con uno strano accento nell'orecchio:—Mio tesoro!—

Egli si sentì correre un brivido dalla testa alle piante; non si volse; tirò innanzi a passo spedito. E un'altra volta quella voce:—Mio tesoro!—

—Oh! insomma,—gridò allora indispettito volgendosi in tronco verso la ragazza, che si ritrasse timidamente indietro,—lasciatemi in pace. Andate pei fatti vostri. Avete capito?—

La fanciulla fece un viso tutto compunto, poi sorrise, mosse un passo innanzi, e allungando la mano come per fare una carezza all'ufficiale, che si scansò prontamente, mormorò:—Non t'arrabbiare, tenentino.—

—Va' via, ti dico.

—....Tu sei il mio tesoro.

—Va via, o chiamo i soldati e ti faccio mettere in prigione.—E indicò alcuni soldati ch'erano fermi sulla cantonata. Allora la ragazza si allontanò a lenti passi, di sbieco, sempre cogli occhi rivolti all'ufficiale, di tratto in tratto sporgendo il mento e ripetendo a fior di labbra:—Mio tesoro!—

—Peccato!—diceva tra sè il tenente infilando la via del porto;—è tanto carina.—

Era bella davvero. Era uno stupendo modello di quella fiera e ardita beltà delle donne siciliane, da cui l'amore, più che ispirato, ti è imposto. E il più delle volte con un solo di quegli sguardi lunghi ed intenti, che par che ti scrutino il più profondo dell'anima, e tanto meno t'infondono ardimento quanto n'esprimono più. I capelli e gli occhi nerissimi; la fronte ampia e pensosa, e i moti dei sopraccigli e dei labbri subitanei, tronchi, pieni di espressione e di vita. La sua voce sentìa leggermente dello stanco e del roco, e il suo riso del convulso. Dopo che avea riso continuava a tenere per un po' di tempo la bocca aperta e gli occhi spalancati.