II.

Arrivai alla caserma ch'era quasi buio. Le compagnie eran già armate e schierate nel cortile. Fuori, una confusione indicibile; la strada stipata di gente e illuminata colle fiaccole da un gran numero di studenti dell'Università; la porta del quartiere ingombra di ufficiali; intorno a loro una moltitudine di mamme, di sorelle e di fratelli piccini che vogliono entrare e piangono e pregano a mani giunte:—Ce lo lascino vedere ancora una volta, un momento solo, appena una parola!—E l'ufficiale di picchetto a spingerli indietro e a gridare e a pregare anche lui:—Mi facciano questo favore, si tirino in là, lascino libero il passo; non possiamo lasciarli entrare; è proibito; noi facciamo il nostro dovere; li vedranno quando andranno via.—Un accorrere di mogli d'ufficiali coi bambini per mano venute a porgere gli ultimi consigli e l'ultime preghiere; più in là un va e vieni d'altre donne e d'altre ragazze, che non sono nè madri nè mogli nè sorelle, altre piangendo, altre fingendo di piangere per destare qualche utile simpatia in que' che restano, altre in disparte malinconicamente atteggiate; drappelli d'operai che passano cantando e sventolando bandiere; grida, applausi, e un ondeggiamento e un mormorio confuso come di mare agitato.

Scoppia un rullo di tamburi; gli ufficiali spariscono, nella folla si fa un improvviso silenzio. Di lì a un minuto vengon fuori gli zappatori del reggimento a sgombrare la strada.

Mi colse un pensiero:—Si va alla stazione.... Dio mio! Bisogna passare sotto le sue finestre!—

Echeggia la musica, il reggimento è fuori, fiancheggiato da due lunghe file di fiaccole; le famigliuole danno l'assalto alle file; gli ufficiali e i sergenti le respingono; respinte di qua, tornano di là; la gente s'affaccia alle finestre sventolando le bandiere; qua e là piovon sigari e aranci; una moltitudine precede il reggimento cantando; una moltitudine lo segue.—Viva la brigata Piemonte! Viva il vecchio reggimento del 637!—gridò un signore da una finestra.—E un altro:—Viva i valorosi di Calmasino!—

Siamo in via Santa Teresa, siamo in Piazza San Carlo, siamo in Piazza Carlo Felice; a misura che vado innanzi il cuore mi si stringe più forte; mi tremano le gambe.—Sentirà la musica, sentirà queste grida quella povera donna!—

Alzo gli occhi; ecco la casa, ecco la finestra illuminata; c'è una persona, non è lei, chi sarà? Non si può distinguere; saluta colle mani; guarda giù; Dio mio, chi sarà?

Tutt'ad un tratto spunta un lume sulla finestra di sotto.—Ah! l'ho visto; è il cieco. Dio ti benedica, papà!—

Ecco il mio amico; m'abbraccia, mi bacia, mi grida:—Buona fortuna, fratello! viva la guerra!—e scompare.

Siamo nel convoglio; sporgo fuori la testa; sempre la finestra illuminata, sempre il cieco solo che agita le mani in atto di saluto.—E questa musica che non si quieta mai! Oh povera madre!—

S'ode il fischio; il convoglio si muove; il cuore mi dà una scossa tremenda: chi altri è venuto alla finestra? Vedo due braccia prostendersi verso di me.... Dio mio! Ho sentito un grido?

La casa è scomparsa.

—Addio, mio buon angelo! addio, madre santa e adorata! Il cielo mi consenta di rivederti, o di morire così nobilmente, che l'orgoglio d'essermi madre t'alleggerisca il dolore d'avermi perduto.

—Adesso a noi!—dissi volgendomi vivamente al mio vicino e battendogli una mano sul ginocchio.

Il vicino immerso sino allora nella malinconia d'un abbandono amoroso, si scosse tutt'ad un tratto, e gridò forte anche lui:—Viva la guerra!—

E tutti gli altri:—Fuoco ai sigari!—

In un momento la carrozza fu piena di fumo, di strepito e d'allegria.