III.
Fin dai primi giorni che si parlava della probabilità della guerra, mi s'era cominciato a far nella testa un po' di confusione; la quale crebbe poi a mano a mano che la probabilità si venne mutando in certezza. Confusione, dico, e non saprei dir altro: pensavo, parlavo e operavo come per l'effetto d'un liquore inebriante. Dapprima agitazione, poi irrequietezza, poi febbre addirittura; ondate di sangue infuocato alla testa, gran prurito di menar le mani, grande smania di moto, d'aria, di luce, di musica e di versi, e assoluta impossibilità di fissare la mente in un qualunque pensiero. Neanco nel pensiero della guerra; però che il rappresentarmene coll'immaginazione gli avvenimenti, per quanto meravigliosi e terribili, gli era pure un togliere qualcosa a quell'idea d'un avvenire indeterminato, avventuroso, che m'infondeva tanta allegrezza e tanta pienezza di vita.
Entrato io in casa, non c'era più quiete. Tiravo giù dallo scaffale una dozzina di libri, ne scorrevo una pagina per ciascuno, sbuffando e contorcendomi sulla seggiola e pestando i piedi, e poi li buttavo tutti all'aria ad un tratto.—Non bastano! gridavo; non bastano i libri! I libri non dicono quel che mi bolle qui dentro!—Aprivo un giornale; in que' giorni i giornali eran di fuoco;—davo un'occhiata al solito articolone entusiastico, e stracciavo il foglio in cento pezzi.—Ma questo è fiacco, Dio mio! questo è freddo!—E preso da un estro improvviso, sedevo a tavolino e mi mettevo a scrivere in furia.—Lo scriverò io un articolo!—dicevo; e subito dopo gettavo via carta, penna e calamaio e sclamavo:—Tutto freddo! È una disperazione! Ma di' tu, mamma, in nome del cielo, ma che in tutta la letteratura italiana non ci siano dei versi che mi esprimano questa febbre che mi divora?—Berchet!—ella mi suggeriva timidamente.—No, no, Berchet,—io le rispondevo con accento drammaticamente soave;—Berchet è irato, Berchet odia, Berchet maledice, ed io amo in questi momenti, amo immensamente, amo tutti, mi sento fratello di tutti, getterei le braccia al collo a tutti quelli che incontro per la strada. Amo anche gli Austriaci, sissignora! Tirerò a freddarne molti; ma li amo, perchè gli è grazie a loro che l'Italia si riscuote così, e solleva la testa, e si rivela così potente e bella e cara, e diffonde in tutti i suoi figli questo sentimento ineffabile di orgoglio e di gioia! Morte agli Austriaci, ma viva anche loro! Non mi son mai sentito tanto cristiano!—Poi mi slanciavo alla finestra e mi stizzivo del silenzio che regnava nella strada.—Ma guardate che tranquillità vergognosa! Ma è possibile? Ma perchè non scendon tutti giù a fare strepito? Ma che gente sono costoro?... Oh! domiamo questa febbre.—E chiusomi in camera e dato di mano alla sciabola, supponevo d'aver a fronte un ufficiale austriaco di que' lunghi, magri, con un par di baffoni irsuti e d'occhioni stralunati, e mi mettevo in guardia, e giù botte, parate, molinelli, salti e grida, finchè cadevo sul sofà rifinito. Matto, via.
Non è a dire se il vicinato s'accorgesse della mia esistenza. Oltre che le mie declamazioni poetiche si sentivano dalla strada, solevo passar tutta la sera sul terrazzino del cortile; e tutti sanno come sono i cortili delle case nuove di Torino (stavamo in uno de' tre grandi palazzi di via Nizza, dirimpetto alla stazione della strada ferrata); sono grandi piccionaie, dove c'è più gente che pietre, e dopo desinare tutti fan capolino alle finestre, e quei di sopra guardano in casa di quei di sotto, e quei di sotto vedono le gambe di quelle di sopra, e nelle soffitte si fa all'amore, e sui terrazzini i bimbi fanno il chiasso e gl'impiegati leggono i giornali, e dai letti in giù fino al pian terreno, e dal pian terreno in su fino ai tetti, que' d'un piano dicon male di que' dell'altro, e tutti si salutano e si sorridono da buoni amici. Stavamo al secondo piano. Avevamo da un lato una gentile, colta ed arguta signora napoletana, nostra grande amica; una donna alla Cairoli, piena di energia e di slancio, immaginosa, faconda; la quale, un giorno che suo figlio dovea battersi in duello, aveva colpito di meraviglia e di ammirazione mia madre, dicendo tranquillamente:—Egli farà il suo dovere.—Dall'altra parte stava un vecchio ingegnere, pittore, ottuagenario, cieco, veterano di Napoleone primo, circondato da una mezza dozzina di nipotini piccini e carini ch'erano la mia delizia; un bel vecchio, un cuor santo; mi voleva un gran bene, mi chiamava suo figliuolo, e quand'ero lontano e tardavo un paio di giorni a rispondergli, andava a domandar timidamente a mia madre se nell'ultima sua lettera io avessi trovato nulla che mi potesse offendere. Allo stesso piano, dirimpetto a noi, abitava una vedova sui quarant'anni, elegante, languida, magra, bruttina, furiosa divoratrice di romanzi, solita ad affacciarsi alla finestra ogni volta che c'ero io, e a darmi certe occhiate lunghe e stanche, stringendo la bocca e piegando malinconicamente da un lato la testa finto-ricciuta. Alla finestra accanto alla sua stava pel solito la sua cuoca affetta d'incipiente passione per la mia ordinanza (bel giovinetto, tra parentesi); un faccione tondo, porporino, gonfio che parea che soffiasse; due gran labbra, due grand'occhi, due gran spalle, e qualche ardita curva qua e là, che dava nell'occhio fino alle ultime lontananze della casa. Al terzo piano, sopra la ninfa languida, ci stava uno studente d'Università, giovanissimo, buon figliuolo, smanioso della guerra, già iscritto nel ruolo dei volontari, un capo ameno dei più curiosi e più cari. In qualunque ora del giorno, a un mio batter di mani, balzava d'un salto sul terrazzino colle braccia e il viso in aria a guisa di poeta improvvisatore, e m'interrogava e mi rispondeva in versi, e intavolava discorsi di alta politica, di alta guerra, di alta filosofia, di alta letteratura (stava al terzo piano), declamando, gesticolando, canterellando, ch'era una festa a sentirlo. Al suono della sua voce tutto il vicinato si faceva alle finestre.
—«O risorta per voi la vedremo....»—gridava tendendo un braccio verso di me, e battendo la cadenza coll'altra mano sulla ringhiera del terrazzino. Ed io a lui:—«Al convito dei popoli assisa....»—E lui:—«O più serva (la serva volgeva gli occhi in su), più vil, più derisa....»—Ed io:—«Sotto l'orrida verga starà. «E lui:—Sotto l'or....—Ed io:—Rida ver....—E lui:—Ga starà.—E poi tutt'e due assieme:—Ga starà! ga starà! ga starà!—
Grande ilarità a tutti i piani.—Così mi piace la gioventù,—mormorava il buon vecchio. E la cuoca si nascondeva dietro un'imposta e dava in uno scroscio di risa. E la sua padrona faceva un bocchino ridente che voleva dire:—Che cari matti!—E la signora napoletana mi lanciava un frizzo, e mia sorella scappava, e mia madre mi tirava pel vestito, e mio fratello brontolava:—È troppo,—e mio cugino il colonnello, quando c'era, soldato rigido, austero, che mi voleva un gran bene, ma mi faceva delle gran lavate di testa, per cui gli avevo posto il nome di burbero benefico, mi diceva seriamente:—Sii serio.—
E davanti a lui, non lo nego, restavo un po' mortificato; ma tutt'ad un tratto scappava fuori l'amico con un'altra strofa, e allora addio serietà, e più matto di prima.
Codesta era la commedia pubblica, seguiva poi la privata. Veniva a trovarmi il nipotino più grande del vecchio soldato, ed io:—Animo, in riga!—e pigliavo pel braccio mia madre, e mia sorella, e il bambino, e volere o non volere li mettevo in riga, e ce li facevo stare, e se mia madre rideva le battevo una mano sulla spalla e le dicevo:—Ferma, cara signora, e dritta, e seria, se no noi chiuderemo le porte e vi declameremo cinquanta ottave con tutta la forza dei nostri polmoni, e voi sapete che ce li avete fatti robusti.—No! no! per pietà!—essa rispondeva.—Dunque silenzio!—gridavo io.—E bisogna starci!—mormorava ella ridendo di nuovo e rivolgendosi a mia sorella, ed era tanto caro, tanto gentile quel suo riso!—Attenti! Marche!—Il grido era così tonante che i miei soldatini si disordinavano e se la battevano chi di qua chi di là turandosi le orecchie; e io dietro, e uno per uno li riconducevo al posto, e li lasciavo poi liberi a patto che gridassero tutti insieme:—Viva la guerra!—Ma mia madre mi diceva:—E io non grido.—E tu griderai.—E io no.—Allora pigliati un bacio, angelo.—
Ma di giorno in giorno ella diventava più pensierosa. Parecchi reggimenti erano già partiti; da un'ora all'altra s'aspettava l'ordine di partenza pel mio; essa lo sapeva. Spesse volte, mentre facevo il chiasso, la sorprendevo che stava guardandomi con aria malinconica, e le dicevo:—Cosa pensi?—Figliuolo,—mi rispondeva tristamente,—penso che non abbiamo più che pochi giorni da stare insieme.... Godo che tu sia allegro così, e nello stesso tempo.... questa tua allegria.... mi fa male, perchè.... penso che sentirò assai più dolorosamente il vuoto e il silenzio.... che ci sarà in questa casa.... tra poco.—
È vero, io pensava. Povere donne! Coraggio, coraggio! noi diciamo loro; noi che andiamo alla guerra pieni d'entusiasmo, di ambizione, di sogni di gloria, allegri, spensierati, circondati d'amici; ma esse restan qui sole, senza conforti, senza, distrazioni, sempre con quel pensiero, con quel dolore fisso, immobile....
—In questi giorni....—soggiungeva mia madre—io capisco, io sento che in questi giorni non son più nulla per te.... No, no, lascia ch'io lo dica; non me ne lamento mica, sai!... Povero figliuolo, è naturale... ma....
—Senti,—io le dicevo per consolarla;—tu che hai un cuore così nobile, così eletto, tu puoi trovare un conforto in te stessa, assai più facilmente di molte altre donne. Non siamo egoisti. Credi tu che questa guerra si debba fare? che sia giusta? che sia un sacro dovere per il paese?
—Oh questo sì—essa rispondeva asciugandosi le lacrime.
—E dunque, se non la facessimo noi, generazione adulta, la dovrebbero far dopo noi i nostri figliuoli. Se non ci fossero adesso cinquecentomila madri che piangono, ci sarebbero fra venti, fra trent'anni. Noi ci sacrifichiamo pei nostri figliuoli, pei cinquecentomila bambini e le cinquecentomila bambine che adesso stanno ancora nelle fasce; queste hanno in quelli i loro predestinati amanti, i loro predestinati sposi; non vorremmo noi assicurare, per quanto sta in noi, il loro avvenire da ogni dolore, da ogni sventura, e fare che un giorno essi possano innamorarsi, sposarsi, e moltiplicarsi in pace?—
Mia madre sorrideva, ma tornava subito trista.—Tutto questo è vero....—diceva sospirando;—ma non basta, figliuol mio, non basta a consolare una madre!—
E appoggiati i gomiti sulla tavola e abbandonata la fronte sulle mani, piangeva tacitamente. Io tentavo di consolarla.—No, figliuolo; vattene fuori, va a cercare i tuoi amici, io non voglio rattristarti; lasciami pianger sola; va.—
Era di sera; ella stava là al buio in un cantuccio della stanza, sola, muta, e pensava e pensava.
Non ho esperimentato mai quanto in que' giorni la meravigliosa potenza dell'immaginazione sul sentimento. Cominciavo talvolta, così per ozio, a fantasticare intorno ai casi possibili della guerra, e poi a poco a poco mi raccoglievo e m'internavo così profondamente nella immaginazione delle battaglie, delle entrate trionfali, dei ritorni, che mi pareva proprio d'esserci, di sentire, di vedere, e mi si rimescolava il sangue, e mi stringevo la testa fra le mani che pareva la mi dovesse scoppiare tant'era il tumulto delle idee che vi turbinavano dentro, e il petto mi ansava, e mi pigliavano degl'impeti di tenerezza infantile.
Una notte ero di guardia al Palazzo Madama; ero solo nella mia camera, seduto a tavolino, col lume davanti, e fantasticando più stranamente del solito, supponevo di essermi levato a sì grande altezza da abbracciar collo sguardo il paese intero, monti, valli, fiumi, foreste; e sentivo e vedevo in tutte le città le strade brulicare di popolo, e le piazze d'armi sfolgorare di baionette; e dalle fortezze, dagli arsenali, dai porti, uscire un suono confuso di armi e di canti, lo strepito cupo d'un lavoro concitato, febbrile; e per le strade ferrate, convogli sterminati, pesanti, lenti, percorrere il paese in tutte le direzioni, incontrandosi, incrociandosi, inseguendosi, salutati a festa dal popolo della campagna accorrente, e fermarsi qua e là, e versar cannoni, carri, cavalli, onde d'armati; e ad un tratto scoppiare concordemente da tutte le parti un formidabile frastuono di tamburi e di trombe, e da ogni città spuntare e allungarsi per la campagna le colonne dei reggimenti, convergere, congiungersi due a due, tre a tre, e avanzar lentamente verso i confini, incoronando le alture, serpeggiando lungo i fiumi, allagando le valli, spiegandosi in immense linee di battaglia sui piani; e sui monti del Tirolo, dal Lago di Garda su su a perdita d'occhio, rosseggiare in mille punti le bande dei volontari, inerpicarsi, precipitar giù per le chine, sparir nei burroni, riapparire in vetta alle rupi; e intanto tutta la vasta pianura lombarda popolarsi di tende e di parchi, risonar di musiche e di grida; e poi calare la notte, e tutto quetarsi; e finalmente, al primo chiarire d'una bell'alba di primavera, un nuvolo di cavalieri spiccarsi colla rapidità del fulmine dal quartier generale, spargersi in tutti i sensi, e propagare un grido di campo in campo; e tutto l'esercito rimescolarsi violentemente, e riordinarsi, e avanzare.... E qui l'immaginazione non potendo abbracciar tutto il quadro della smisurata battaglia, m'appariva un immenso velo di nebbia rotto qua e là a grandi tratti, d'onde si vedevano i nostri giovani reggimenti lanciarsi all'assalto dei colli, retrocedere, risalire ostinati; e squadroni di cavalieri a lancia calata irrompere pancia a terra contro i quadrati; e batterie raggiungere di volo altre batterie, e dal sommo delle alture fulminare e squarciare i fianchi delle colonne fuggenti; e stormi infaticabili di bersaglieri sparpagliarsi e riannodarsi e inseguire e recedere e celarsi e ridistendersi in lunghe catene; e in ogni parte assalti succedere ad assalti, linee succedere a linee, e il cielo rimbombare dell'orrendo fragore. Quand'ecco tutto ad un tratto si fa un alto silenzio, la nebbia si dissipa, la polvere dispare, sulle creste di tutti i monti ondeggiano i nostri battaglioni, sventolano le nostre bandiere, echeggiano le nostre fanfare, e dall'uno all'altro capo d'Italia un grido di gioia lungamente preparato, lungamente compresso, si sprigiona e.... Sii pure immenso, o grido, e risuonino di te tutte le volte del cielo; ma non me lo copri, no, non me lo copri quel filo di voce tremola che prorompe dal seno.... Oh Dio! la mia testa, la mia testa!
Mi slanciai fuor dalla camera, uscii dal Palazzo; Piazza Castello era deserta e queta come il cortile d'un vasto convento; la collina di Superga si disegnava distintamente sul cielo limpido e stellato, e la facciata della Gran Madre di Dio, rischiarata dal raggio della luna, pareva che fosse lì a due passi.—Che bella notte!—esclamai.—Oh! io sono veramente felice!—
Ma un'immagine turbava quella mia felicità: l'immagine di una povera donna, seduta in un cantuccio della sua cameretta, colla fronte appoggiata sulle mani, al buio, che pensava, pensava.
PARTENZA.
I.
Il 6 di maggio, verso le cinque di sera, stavamo in crocchio una diecina d'ufficiali sulla porta della caserma, quando s'udì un passo precipitoso giù per le scale e subito dopo comparve l'aiutante maggiore affannato gridando:—Signori! Si parte questa sera alle otto. Bagagli in caserma alle sette. Montura di marcia.—
Un grido di gioia, e senza neanco domandare dove s'andava, via di corsa, chi al caffè vicino ad avvisare gli amici, chi in caserma a chiamare l'ordinanza, e chi a casa. Di lì a un momento scoppia nel quartiere uno strepito d'inferno, sonano i tamburi, si sparge la notizia nel vicinato, la gente accorre, e in pochi minuti, di casa in casa, di strada in strada, vola la voce per mezza la città, e si propaga l'allarme fra le mamme.
Corro a casa, salgo le scale a tre scalini alla volta, picchio, m'aprono, è mia madre.
—Dio mio! cos'hai? cosa c'è?—
Ansavo come un cavallo.
—Bisogna partire.
—Oh!
—Già.... e non c'è tempo da perdere.
—Quando?
—Alle otto.
—Alle otto;—ripetè collo stesso accento mia madre, come per eco, e restò li senza far motto nè gesto, guardandomi con aria di stupore.
—Presto, presto; bisogna fare il baule; alle sette bisogna che sia in quartiere; a momenti verrà l'ordinanza; intanto bisogna cominciare; animo....—
E dopo un istante, vedendo che mia madre non si moveva:—Dunque?
—Ah!—diss'ella, come riavendosi da uno stordimento.—Eccomi pronta. Erminia!—
Mia sorella comparve subito.
—Parte—le disse in fretta mia madre;—bisogna mettergli al posto la roba; è tutta pronta, non è vero? Oh bene. Adesso.... aspetta. Dov'è il baule? Ma no; è meglio prima.... guarda.... o piuttosto....—
E guardava di qua e di là come smemorata.—In queste occasioni, è fatta apposta per perder la testa quella povera donna.—Dunque? domandò poi, per levarsi d'impiccio, a mia sorella che stava lì anch'essa immobile e come trasognata.
Ah!—rispose scuotendosi ella pure tutt'ad un tratto;—Presto, sì, bisogna sbrigarsi.—
E corsero tutt'e due nell'altra camera.
Una scampanellata; apro: è l'ordinanza.—Eccomi!—esclama trafelando.
—Maria!—grida mia madre tornando in fretta. La donna di servizio accorre.
—Andate a chiamar subito mia figlia. Passando, dite al portinaio che venga a pigliare il baule. Fate chiamar Ettore qui al caffè vicino. Che vengan subito tutti. Presto.—
L'ordinanza porta il baule sul terrazzino; il rumor del baule chiama alla finestra la ninfa languida; la ninfa languida chiama alla finestra la cuoca purpurea; l'atto impetuoso con cui la cuoca purpurea spalanca la finestra chiama sul terrazzino gli altri vicini.
Intanto mia madre andava e veniva senza concluder nulla.
—Amico!—grido io battendo le mani.
—Italia!—egli risponde nello stesso punto apparendo sul terrazzino in maniche di camicia e in atteggiamento ispirato.
—Parto alle otto.—
Scompare, torna vestito, leva in alto il bastone:—Ti aspetto alla stazione!—esclama, e precipita giù per le scale urlando:—Viva la guerra!—e facendo scorrere il bastone sui ferri della ringhiera che faceva un fracasso di casa del diavolo.
L'ordinanza mette nel baule la tunica e i calzoni. Atto di languida sorpresa della ninfa. Grande spalancamento d'occhi della cuoca.
—Alberto,—esclama mia madre sostando dal suo affannoso andirivieni.
—Eccomi.—
Mi tira in disparte.
—Dimmi.... dove andate, lo sai?
—A Piacenza.
—A Piacenza. E.... dimmi un po': è una città fortificata Piacenza, non è vero?
—Si, è fortificata.
—Resterete là.
—Non credo.
—Ma.... non le difendono le città fortificate?
—Quella là no, perchè noi andremo avanti, ed essa resterà indietro.
—Già....—ella disse coll'aria di chi perde una speranza. E ritornò di là.
Altra scampanellata; apro: è mia sorella maggiore. Mi stringe forte la mano e va di là.
Terza scampanellata. È mio fratello Ettore. Stretta di mano, e via.
Do un'occhiata alla ninfa: oh Dio, che sfinimento! La mia ordinanza osserva colla coda dell'occhio se le guancie purpuree danno segno di voler impallidire:—no. Io suppongo di avere un cerotto sul collo, e tento di piegare il capo in atto melanconico: invano; la patria è più forte.
Intanto ritorna mia madre, colle braccia cariche di biancheria, seria, impassibile, che mi fa stordire; dietro a lei tutti gli altri, silenziosi, colla testa bassa.
Mia madre si china sul baule; l'ordinanza fa un atto rispettoso per pigliarle la roba; ella si scansa e risponde:—No; lasciate fare a me.—Le mie sorelle stendon le mani per far lo stesso.—Lasciate fare a me—risponde un'altra volta mia madre; e si china per mettersi in ginocchio.—Mamma!—io le dico con accento di affettuoso rimprovero trattenendola pel braccio. Essa mi guarda.—Non voglio—io soggiungo. Ed essa con accento più affettuoso del mio:—Te lo domando per piacere.—
S'inginocchia e ripone la roba. Il soldato mi guarda tra intenerito e sorpreso come per dirmi:—Quanto siete fortunato, tenente!—Io lo guardo come per rispondergli:—Lo so; mi rincresce che non ci sia la tua.—
Mia madre s'alza e va via. Sento un respiro affannoso; mi volto; è mia sorella minore che piange.
Mia madre ritorna con un non so che tra le mani, lo pone nel baule e va di nuovo di là; guardo: è il suo ritratto.
Ritorna con tre libri e li mette sopra il ritratto.
—Che cosa sono, mamma?
—Sono I Promessi Sposi.
—Oh grazie!—e le baciai la mano; essa la ritirò in fretta; sempre impassibile; la guardavamo tutti stupiti, ci metteva inquietudine.
—Lèvati la sciarpa.
—Perchè?—domandai.
Essa senza dir nulla me la toglie e la mette nel baule.
—Mamma.... me la debbo mettere.—Non risponde: va nell'altra camera. Altro respiro affannoso: piange mia sorella maggiore.
Mia madre torna con una magnifica sciarpa di seta, me la mette al collo e mi dice:—L'ho fatta nell'ore che tu eri in piazza d'armi.
—Mamma!—e giunsi le mani in atto supplichevole come per dire:—È troppo!—Ella voltò la testa dall'altra parte.
L'ordinanza guarda mia madre cogli occhi lucidi.
—C'è tutto—essa dice guardandosi intorno. Breve pausa, e poi.
—Si può chiudere.—
Abbassa il coperchio, preme colla mano, non riesce a chiudere; preme col ginocchio respingendo coi gomiti chi la vuole aiutare, le scivola un piede, vacilla....—Ma, mamma! ma cosa fai!—esclamiamo tutti noi sorreggendola.
Picchiano: è il portinaio che viene a prendere il baule.
—Già qui?—esclama mia madre volgendosi in tronco, con un accento di spiacevole sorpresa....—Prendete.
Il portinaio si mette il baule in spalla.
—Alla Caserma di Porta Susa—dico io.
—So dov'è—egli risponde avviandosi.
—Fermatevi!—esclama improvvisamente mia madre; quegli si volta.
—Badate....—e cerca qualcosa da dire; badate di non lasciarlo cadere.
—Non dubiti.—
Esce; mia madre lo accompagna fino alla porta; lo guarda scender le scale;—è scomparso;—stringe le labbra, batte le palpebre, ha vinto; il nodo di pianto è andato giù; impassibile come prima; comincio a turbarmi.—Come finirà!—
Ecco il burbero benefico.—Buona sera.—Nessuno risponde; ha già capito; mi guarda in viso; io alzo la fronte.—Via non c'è male—par che dica. E passiamo tutti nella stanza accanto.
Un'ultima occhiata alle finestre; languore mortale. Nuovo sforzo di collo: invano; vince la patria; addio per sempre!
Siamo tutti seduti in circolo nell'altra camera; nessuno parla. S'ode il fruscìo d'una veste, s'apre la porta, ecco la signora forte; tutti s'alzano in piedi.
—Mia buona amica—ella dice porgendo tutt'e due le mani a mia madre con quel suo garbo, con quel suo brio così vivo e sereno.—Ho saputo ora soltanto che vostro figlio doveva partire. Sono momenti dolorosi, certo; ma tutti bisogna che soffrano la loro parte per il paese. Gran giorni son questi per l'Italia! Gran guerra! Credete; è impossibile che il nemico regga lungamente a quest'onda di fuoco che lo investirà d'ogni parte. L'esercito ha alle spalle tutto un popolo pronto a scendere in campo. Gran giorni questi! Così si fanno le nazioni!—
Mia madre la guardava attonita.
—Poterla vedere un momento, da lontano, la gran battaglia! Vederla nel punto più bello, quando i nostri reggimenti avranno cacciato i nemici da tutte le colline della linea di battaglia, e giù per le chine, dall'altra parte, cavalli, soldati, carri, cannoni, tutto a precipizio e a rifascio!.... Coraggio, cara signora; questa è una vera crociata; anche le donne e i bambini anderebbero a combattere; se l'esercito si dissolvesse, in quindici giorni ne sorgerebbe un altro.
—Sì! sì!—proruppe mia madre con uno slancio che volea parere entusiasmo, ma non era altro che amor materno velato di amor di patria:—Sì! È una crociata! Dovrebbero andarci tutti alla guerra, tutti, da esserci a milioni a milioni, che i nemici avessero paura, e smettessero persino l'idea di resistere e aprissero le porte delle fortezze....
—Dov'è il mio figliuolo?—domanda una voce tremola dalla camera vicina; s'apre nello stesso punto la porta e compare il vecchio cieco, colle braccia tese in atto di chiamarmi a sè. Io lo abbraccio; egli mi tocca la sciabola, la sciarpa, le spalline e domanda con voce commossa:—Già pronto?—Poi mi mette le mani sulle spalle, mi appoggia la guancia sul petto e resta fermo così. Silenzio generale. Il burbero, ritto in fondo alla stanza, contempla il quadro colle sopracciglia aggrottate e le braccia incrociate sul petto. Mia madre mi guarda fiso.
Trascorsero alcuni minuti, ed io, guardato in fretta l'orologio, dissi con grande sforzo:—È ora.—
Tutti balzarono in piedi e fecero un passo verso di me. Il burbero mi si accostò e mi susurrò all'orecchio:—Sii uomo.—Pausa.
—....Dunque—io mormorai, mettendomi il cheppì.
—Dunque—disse risolutamente la signora stringendomi e scotendomi la mano ad ogni parola;—coraggio, fatevi onore, ricordatevi di noi, e scrivete.—Detto questo, si ritirò.
—Addio, Alberto!—esclamò mio fratello gettandomi le braccia al collo e baciandomi.
Le mie sorelle mi abbracciarono singhiozzando e fuggirono.
—Qua!—esclamò il vecchio aprendo le braccia;—qua figliuolo! E stringendosi la mia testa contro la spalla, mormorò colla voce tremante: Se questa fosse l'ultima volta che t'abbraccio.... voglia il cielo.... che questo segua per causa mia.—
Il burbero mi strinse la mano, mi guardò fiso, e si ritrasse.
Io e mia madre ci fissammo un istante; essa mi si slanciò tra le braccia, mi avvinse il collo con una forza virile, mi coprì di baci disperati, poi afferrandomi con una mano un braccio e premendomi l'altra sulla spalla, stretta, attaccata al mio fianco, si fece trascinare, più che condurre, sino alla porta. Là mi sciolsi a forza e mi slanciai giù per le scale. Nel punto istesso, come se m'avesse visto piombare in un precipizio, ella gettò un grido lungo, straziante:—Alberto! Alberto!—
Sentii, continuando a scendere, che erano accorsi tutti gli altri; udii un rumore confuso di voci; il mio soldato fra gli altri che diceva:—Coraggio, signora; io gli starò sempre vicino; glielo prometto!...—i singhiozzi disperati di mia madre; un ultimo e stanco grido di:—Alberto!—e poi più nulla.
Traversando frettolosamente il cortile incontrai i quattro nipotini del vecchio che tornavano dalla scuola; li fermai, li copersi di baci:—Oh! me li soffoca!—gridò la bambinaia spaventata.
—Signor tenente, se vedesse!—esclamò l'ordinanza raggiungendomi col fazzoletto agli occhi.
—Taci.—
E via di gran passo.