IX.
Cinque mesi erano trascorsi dall'ultima volta che l'avevamo veduto. Il mio reggimento era di presidio in una piccola città della Lombardia. Una mattina, uscendo di casa, incontro il mio amico di Padova, che mi si accosta, e con un viso stranamente turbato mi porge una lettera, dicendomi:—Leggi.—E senz'altre parole mi lascia e si allontana. Spiego il foglio, guardo; erano due lettere: l'una scritta da Carluccio, di cui riconobbi, a prima vista, i grossi caratteri; l'altra sottoscritta:—la tua affezionatissima sorella.—Era la sorella del mio amico. La lettera del ragazzo aveva la data di dieci giorni addietro; quella della sorella era del giorno innanzi. Lessi questa per la prima.
Due ore dopo ero in quartiere.
La mia compagnia era divisa in sette o otto gruppi, sparsi pei cameroni, e seduti dinanzi a certi cartelloni dov'erano stampate a caratteri di scatola le lettere dell'alfabeto. Un caporale per ogni gruppo insegnava a leggere indicando le lettere con una bacchetta di fucile. Mi avvicinai, non visto, ad uno di quei gruppi. Due soldati, seduti sull'ultima panca e mezzo nascosti all'occhio del caporale da coloro che avevano davanti, stavan col capo chinato e l'occhio intento sur un foglio di carta, dove l'un di essi andava disegnando non so che cosa con un mozzicone di matita. Quando mi videro, non furono più in tempo a nascondere il foglio, e levatisi in piedi subitamente, me lo porsero e stettero ad aspettare cogli occhi bassi una lavata di capo. Su quella carta v'era un abbozzo informe di una testa, che però, da una tal quale rotondità di contorni e da una certa boccuccia piccina piccina, poteva interpretarsi per la testa d'un fanciullo.
—Chi avete voluto fare con questo sgorbio?—domandai.
All'udir la mia voce, tutti gli altri s'alzarono in piedi.
—Chi avete voluto fare?—domandai un'altra volta.
—Carluccio.
—Carluccio è morto.
—Oh!—esclamarono tutti ad una voce guardandosi l'un l'altro.
—Già, proprio morto, povero ragazzo, a causa di quelle maledette febbri. Ecco, questa è una sua lettera ch'egli scrisse qualche giorno fa, ed è diretta a tutti i soldati della compagnia. Prendete, caporale, e leggetela.—
E mi trassi in disparte. Tutti si strinsero tacitamente attorno al caporale e questi cominciò a leggere. Non ne aveva letto ancora due righe che passò la lettera ad un altro, e cavò di tasca il fazzoletto; la più parte degli altri soldati fecero lo stesso.
—Buoni ragazzi!—io pensavo intanto guardandoli da un angolo del camerone.—Carluccio non c'è più, Carluccio è morto; avete tutti perduto un amico che amavate e che vi amava; è vero, poveri ragazzi, pur troppo; anch'io ne soffro nel più vivo del cuore; ma.... Ebbene, e io amerò lui in voi; tutta quella parte di affetto ch'io portava a Carluccio, d'ora innanzi l'avrete tutta voi altri...; vi amerò più di prima. E tu, o povero Carluccio, assicurati che la tua memoria non si perderà mai più fra di noi; io ti giuro in nome di tutti i soldati che amasti e che t'amarono, ti giuro che il tuo nome rimarrà legato alla bandiera del nostro reggimento come una tradizione preziosa, la quale ci terrà sempre vivo nell'anima il culto degli affetti gentili e una mesta pietà degli infelici.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
—E la morale?—io domandai al mio amico appena ebbe detta l'ultima parola.
—La morale,—mi rispose,—è questa. Vi ha un segreto per cui la vita del soldato, anche quando è più dura e penosa, possiamo farcela parer bella e contenta; è il segreto che ci dà il vigore nelle fatiche, la costanza nei sacrifizi, l'ardimento nei pericoli, e una forte e serena tranquillità in faccia alla morte; e questo segreto è tutto compreso in una parola.... Amare!
Io gli strinsi la mano.
—Se mai ti piglierà vaghezza di scrivere questo racconto,—egli soggiunse—e se, avendolo scritto, te ne verrà alcuna lode, ti prego di non farne un merito a me; io non ti avrei raccontato nulla, o t'avrei fatto un racconto freddo e sbiadito, se l'amicizia che strinsi poco tempo fa con un bel ragazzino, affettuoso e gentile come Carluccio, non mi avesse ravvivate nella memoria tutte le particolarità di quel fatto, e ridestata nel cuore quella fiamma di affetto che era necessaria perch'io te le narrassi con un po' di vivezza. Il merito del lavoro, se merito avrà, sarà in parte tuo e in parte di quel caro ragazzo. Egli ha nome Ridolfo. Te lo dico pel caso che tu volessi dedicargli, in mio nome, il tuo racconto, e aggiungere in fondo all'ultima pagina queste mie parole, acciocchè, dov'egli le legga, si ricordi di me.—
Dunque io dedico il racconto a te, caro Ridolfo; è poca cosa; ma tu che sei tanto buono, baderai soltanto a quel che v'è di meglio: il cuore.
Vogli un po' di bene a me pure, caro bambino. Addio.