VIII.

—Signori miei,—ci disse il medico la prima volta che Carluccio si levò,—sono in dovere di dirvi che questo ragazzo ha assolutamente bisogno di tornarsene a casa. È guarito; ma il menomo strapazzo gli può riuscire fatale. Forse tra pochi giorni, fatta la pace, volteremo le spalle a Venezia, ce n'andremo a Ferrara, e da Ferrara Dio sa dove; ci metteremo in corpo la piccola bagattella di quindici o venti giorni di marcia, o anco di più, ed è impossibile che questo ragazzo ci segua; egli ha bisogno di quiete, di riposo, e non di marciar sette ore al giorno e di dormire sull'erba. Questa non è vita per un fanciullo convalescente; ne converrete anche voi.—

E ci lasciò. Restammo qualche tempo soprapensiero. Ma alle parole del medico, per quanto si scavizzolasse a cercarle, non c'era ragioni da opporre. Ch'egli ritornasse a casa era una necessità evidente, imperiosa; ma come farlo tornare? Ma a qual casa ei tornerebbe, povero infelice? Alla sua, per morirvi di crepacuore? No, certo; e dove dunque? Si pensò, si consultò, si discusse, e non si riusciva a concludere nulla, e si era già quasi in procinto di non far caso dei consigli del medico, quando un ufficiale padovano, un giovanotto di tanto cuore che a darne un po' per uno a tutto il reggimento gliene sarebbe avanzato, uscì fuori a dire:

—Me ne incarico io, solo ch'io sappia il suo cognome e dove sta di casa. Lo metterò sotto la protezione della mia famiglia; scriverò a casa oggi stesso. Protetto dai miei potrà tornare colla matrigna, e se ci sarà bisogno ce lo piglieremo in casa e ce lo terremo fin che occorra; ve ne do parola; va bene?—

La proposta fu accolta con un generale «benissimo» e un gran batter di mani sulle spalle al proponente che gli fece sollevare dalla tunica tutta la polvere presa alla manovra.

—Ora viene il difficile però!—egli soggiunse liberandosi da noi con un paio di pizzicotti ben'azzeccati.

—Che cosa? si domandò.

—Persuaderlo.—

Risolvetti d'incaricarmene io, e ci separammo.

La sera di quello stesso giorno, prima del calar del sole, mentre stavamo in dieci o dodici a chiacchierar di bubbole accanto alla baracca del vivandiere, quello stesso ufficiale padovano di cui dissi poco fa, levò la voce sopra il cicalìo della brigata, ed esclamò:

—È stato concluso un nuovo armistizio; possiamo allontanarci dal campo; chi viene a veder Venezia?

—Io—risposero tutti ad una voce.

—Andiamo subito?

—Andiamo subito.—

E tutti si mossero.

—Carluccio, vieni con noi, andiamo a veder Venezia.—

Dal nostro campo, situato in vicinanza di Mestre, Venezia non si vedeva; ma in assai meno d'un'ora potevamo condurci in un punto di dove ell'era visibilissima; quel punto, voglio dire, in cui dalla grande strada che corre fra Padova e Mestre si dirama, dalla parte di Venezia, una piccola via, la quale sopra un argine assai rilevato giunge sino a Fusina, sulla spiaggia della laguna. In quel luogo v'è un gruppo di case di campagna e una locanda nota e cara per due dei più graziosi visini ch'io m'abbia mai veduto dacchè porto questi occhi. Pigliammo la via di Padova e ci dirigemmo a quelle case. Appena oltrepassata la locanda, che delle case era l'ultima, ci si doveva presentare allo sguardo, tutta ad un tratto, Venezia. La più parte di noi non l'aveva mai veduta; e però, come fummo giunti presso al casale, ci cominciò a battere il cuore molto forte. La vedremo finalmente, si pensava, la vedremo codesta benedetta città; ancora cinquanta passi; ancora quaranta; ancora.... oh come mi tremano le gambe! Ancora venti passi, dieci.... Qualcuno si soffermò e si guardò intorno sorridendo come per dire:—Oh vedete un po' come sono ancora ragazzo! Ancora cinque passi.... Eccola!—Un fremito mi corse da capo a piedi, e il sangue mi si rimescolò precipitoso. Restammo tutti immobili e senza parola.

Dinanzi a noi si stendeva un vasto spazio di terreno incolto e nudo, sparso qua e là di guazzi e di larghi pantani, dopo il quale si vedeva in lontananza luccicare un tratto di lacuna e al di là di questo, Venezia. Essa ci appariva, come a traverso di una nebbia rada, in un lieve colore azzurrino, che le dava un non so che di delicato e di misterioso. A sinistra, quel suo ponte immenso, stupendo; a destra, lontano lontano, il forte di San Giorgio, e più in là molti altri forti sparsi per le lagune, che apparivano appena come punti neri. Era uno spettacolo maraviglioso. Il luogo intorno intorno era deserto, e tirava una brezzolina che faceva stormir forte gli alberi vicini; unico rumore che si sentisse.

Nessuno parlava, tutti contemplavano attonitamente Venezia.

—Orsù!—gridò all'improvviso uno de' miei compagni, un bell'umore, amico un po' troppo tenero, se si vuole, delle bottiglie e del baccano; ma buon ragazzo quanto altri mai.—Orsù, non istiamo qui a fare i sentimentali. Chi lo beve un dito di vino?—

Qualcuno gridò di sì, altri assentirono coi cenni, Carluccio corse alla locanda, e noi ci sedemmo lungo il ciglio dell'argine vôlti dalla parte di Venezia.

—Ecco l'amico dei galantuomini!—esclamò quel mio amico accennando il vino che giungeva.—Mano alle bottiglie, su i bicchieri!—Si sa, noi militari, in campagna, non si sta lì alla goccia; si tracanna a occhi chiusi, e però non è a maravigliarsi se dopo qualche minuto vi fu qualcuno che si sentì in vena di cantare.

—Di', tu, padovano, insegnaci una bella barcarola, tu che ne sai tante e ce le urli nell'orecchio dalla mattina alla sera, volerti o non volerti sentire.—

E tutti gli altri:—Sì, insegnaci una bella barcarola.—

—Rivolgetevi a lui,—rispose il padovano appuntando il dito verso un suo vicino, che pizzicava di poeta e di tenore.—Fategli improvvisare una romanza a lui, che è del mestiere.

—Bravo! Sicuro!—esclamarono tutti gli altri in coro.—Animo, signor poeta, fuori la romanza, fuori la musica, fuori la voce, e presto, e senza farsi tanto pregare, com'è uso di voi altri accozzatori di strofe.—

Credo che il mio amico, a cui erano rivolte queste parole, avesse già una poesia bella e fatta nella testa, perchè accettò l'invito troppo prontamente e con un troppo aperto sorriso di compiacenza. Ad ogni modo però, egli non tirò fuori che dei versi dozzinali; versi da campo, che vuol dire roba da strapazzo.

—Ci vorrebbe una chitarra....

—O dove s'ha da pigliarla qui una chitarra? Mi fai ridere.

—Aspetta, aspetta,—gridò un terzo e si diresse di corsa verso la locanda. Indi a poco, tornò con una chitarra in mano:—Voleva ben dire io che non s'avesse a trovare una chitarra qui a poche miglia dalla città delle gondole e degli amori notturni. To'!—

Il poeta (scusate) prese la chitarra, si pose in atto di sonare: tutti gli si strinsero attorno, tacquero, e stettero aspettando.

—Sentite. Prima vi recito i versi, strofa e ritornello; poi la strofa la canto io e il ritornello lo cantate voialtri; va bene?

—Benissimo. Animo, cominciamo.—

Ed egli incominciò:

Pur ti saluto anch'io,
O Venezia immortale!
Che infinito desìo,
Cara, io n'avea nel cor!
Che divino m'assale
Entusiasmo d'amor!

—Ma che! ma che!—interruppe schiamazzando quello stesso originale che avea fatto la proposta di bere;—cos'è cotesta roba? Non vogliamo delle malinconie noi, vogliamo star allegri; ci vuole una barcarola, ci vuole; ma che «immortale» ma che «disìo» ma che «fremito», ma che mi vai fantasticando, caro il mio poeta? Ti paion musi questi da fare i sentimentali?—

Tutti quelli che aveano alzato il gomito più del dovere approvarono clamorosamente.

—Bel gusto,—io risposi,—fare i buffoni! Oh ne abbiamo proprio di che, con questa probabilità che c'è in aria di dover rimetter la sciabola nel fodero, e ripigliar gloriosamente la via di Ferrara e tornarsene chi sa dove a menar la vita papaverica della guarnigione! Oh abbiamo proprio di che fare i buffoni!—

I «sentimentali» si dichiararono dalla mia, i bevitori insistettero, il poeta tenne duro, e la brigata si divise in due. Una metà si scostò da noi di alcuni passi, e accesi i sigari, seguitò a trincare col miglior gusto del mondo; l'altra metà ripigliò il canto interrotto.

—Vi canteremo un ritornello anche noi, signori poeti piagnoloni!—gridò uno dei baccanti alzando il bicchiere: tutti gli altri risero.

—Cantate pure!—si rispose dalla nostra parte.

E il poeta (scusate) ripigliò:

Che divino m'assale
Entusiasmo d'amor!

E il coro:

Sì, Venezia immortale,
T'abbiam tutti nel cor.

E i baccanti:

Che poeta bestiale!
Che cane di tenor!

E lì una gran risata.—La vocina di Carluccio si sentiva distintamente in mezzo a tutte l'altre, sottile, tremola, armoniosa.

Da capo:

Ma pur mentr'io ti miro
E canto e ti sorrido,
Perchè un lieve sospiro
Come di mesto amor,
E non di gioia un grido
Prorompe dal mio cor?

Il coro:

Ti guardo, ti sorrido,
Ma non ho lieto il cor.

E i baccanti:

Invece io me la rido,
È il partito miglior.

E qui un gran frastuono di bicchieri e un altro rumoroso scoppio di risa; il sole era scomparso, e la brezza alitava fresca più che mai.

Ahi! da questa contrada
Che in noi si affida e spera
Ahi! non la nostra spada,
Non l'italo valor,
Ma una virtù straniera
Caccierà l'oppressor!

E il coro:

Quanto è mesta la sera
Con tal presagio in cor!

E i baccanti:

Che squisito barbèra!
Che spuma! Che color!

Questi due ultimi versi furon cantati con meno vivezza degli altri. Che la solitudine del luogo, e il morire del giorno, e la vista di Venezia che si andava popolando di lumi cominciasse a mettere un po' di malinconia anche nel cuore dei baccanti?

O madre, sul tuo seno
Vorrei chinar la testa,
E sciorre al pianto il freno,
E infonder nel tuo cor
Questa dolcezza mesta
Che mi sembra dolor.

E il coro:

Vorrei chinar la testa
Di mia madre sul cor.

E due voci dell'altro gruppo:

Non mi romper la testa,
Fammi questo favor.

Gli altri non risero più. Fu ripetuta altre due volte l'ultima strofa. I baccanti non fecero più parola e si voltarono tutti verso Venezia. Cantammo una quarta volta l'ultima strofa; ma Carluccio non la cantò più; ne aveva compreso il significato, povero ragazzo, e gli si era stretto il cuore; l'ora, il luogo e quella stessa musica lenta e mesta della canzone gli avean destato nell'anima una subita e viva tenerezza.

—Cos'hai Carluccio che tieni la faccia nascosta nelle mani?—io gli sussurrai nell'orecchio.

—Nulla.

—Senti.... E se noi ti dessimo un'altra mamma che ti volesse bene davvero?

Mi guardò cogli occhi spalancati. Io gli parlai lungamente a bassa voce; egli stette ad ascoltarmi senza batter palpebra.—Ebbene?—gli domandai quand'ebbi finito. Non mi rispose; andava strappando i fili d'erba che aveva intorno.—Ebbene?—

Si alzò di scatto, salì di corsa sull'argine e s'andò a nascondere al di là; dopo un momento si sentì uno scoppio di pianto così disperato che mi fece tremare il cuore.

—Cosa c'è?—domandarono gli altri.

—C'è quello che si poteva prevedere.—Tutti tacquero e si udirono distintamente i singhiozzi di Carluccio.

—Bisogna lasciar che si sfoghi,—disse uno;—ne ha bisogno, povero fanciullo, e gli farà bene.

Ripigliarono la canzone:

O madre, sul tuo seno
Vorrei chinar la testa
E sciorre al pianto il freno,
E infonder nel tuo cor
Questa dolcezza mesta
Che mi sembra dolor.

Fra verso e verso si sentiva il singhiozzare stanco e lamentoso di quel poveretto.

Lo spettacolo di Venezia, in quel punto, era incantevole.

—Zitti!—disse improvvisamente un di noi.—Tutti ammutolirono e tesero l'orecchio: il vento ci portava or sì or no un suono fioco di trombe.

—È la fanfara dei croati di Malghera!—esclamò il padovano.

Non dimenticherò mai lo strano senso di malinconia che provai in quel momento.

È inutile ch'io ripeta i pianti, le disperazioni e le preghiere di Carluccio; basti il dire che più d'una volta la pietà ch'ei ci fece fu tanta da metterci in procinto di mandar tutto a monte. Ma si trattava della sua salute e tenemmo fermo. L'idea però d'una buona famiglia che lo avrebbe protetto, e messo alla scuola e mandato ogni giorno alla passeggiata coi fratelli piccini dell'ufficiale, e che, a un bisogno, se lo sarebbe preso in casa come un figliuolo, e lo considerava già fin d'allora come tale; questa idea, e più l'avergli letto una lettera affettuosissima della madre del suo ospite in cui erano fette mille promesse e mille assicurazioni che Carluccio sarebbe stato il più caro oggetto dei suoi affetti e delle sue cure; tutto ciò mitigò d'assai il suo dolore e fece sì che, dopo aver tentato e ritentato più volte di smuoverci dalla nostra risoluzione, egli si rassegnasse alla dura necessità, sospirando:—Ebbene.... allora.... tornerò a casa!—

Dopo qualche giorno levammo il campo a ci mettemmo in cammino alla volta di Padova. Vi arrivammo un bel mattino allo spuntar del sole. Si entrò per il Portello e si passò per quasi tutte quelle medesime strade che avevamo percorse la prima volta. Giunti ad un certo punto, vedemmo tutto ad un tratto staccarsi dalle file l'ufficiale padovano e con esso Carluccio che si teneva con tutte e due le mani il fazzoletto sugli occhi, e dirigersi tutt'e due rapidamente verso il portone d'una casa signorile. Giunto al limitare, Carluccio si arrestò un istante, voltò verso di noi la faccia convulsa e lagrimosa e, alzando le braccia, singhiozzò una parola che nessuno capì; i soldati gli rimandarono il saluto coll'atto della mano; egli scomparve.

Dopo quel giorno non lo vedemmo più. Abbiamo però saputo quindici giorni dopo, che appena lasciato il reggimento egli era stato condotto in casa di quel mio amico, e quivi ricevuto da tutta la famiglia colle più vive dimostrazioni di sollecitudine e d'amore; come la matrigna, che già da qualche giorno l'aspettava, s'era recata piangendo a visitarlo in quella casa, e se l'era ricondotto con sè, e gli usava ogni maniera di riguardi e di garbatezze; non certo per sua bontà, chè non n'era capace; ma perchè, sapendolo amato e protetto da una famiglia agiata, ne sperava e ne aspettava qualche soccorso di danaro per sè, oltre i frequenti regali che riceveva il figliuolo. Il qual soccorso, tra parentesi, non si fece attendere molto, e fu largo e si andò ripetendo di mese in mese con sua grande sorpresa e non meno grande soddisfazione. In seguito ci fu scritto che Carluccio stava bene; ma ch'era sempre un po' malinconico; specialmente quando vedeva andare alla piazza d'armi i reggimenti della guarnigione e sentiva sonar le bande e i tamburi. Allora diventava pensoso e sospirava, e qualche volta si andava a rincantucciare in un angolo della stanza, e piangeva in segreto.