VI.
Dopo un mese il dottore e il tenente erano amicissimi. La conformità della loro natura e della loro età, e più quel trovarsi assieme dalla mattina alla sera in un paese dove si può dire che non ci fossero altri giovani della loro condizione, fece sì che in poco tempo si conoscessero l'un l'altro intimamente e si volessero bene come amici antichi. Ma durante quel mese l'un d'essi, l'ufficiale, aveva mutato abitudini in un modo singolare. I primi giorni s'era fatto mandar da Napoli certi libroni, e la sera, per un par di settimane, non avea fatto che leggere e pigliar degli appunti e intavolar delle discussioni lunghe ed astruse col dottore, terminando quasi sempre col dire:—Basta; io credo che in questo caso i medici ci abbian poco o punto che fare.—Vedremo a che cosa riescirai,—rispondeva il dottore, e si dividevano con queste parole, per ripigliare daccapo la discussione l'indomani.
Un giorno, dopo aver fatte certe domande al sindaco, l'ufficiale aveva mandato a chiamare l'unico sarto del paese, poi s'era recato alla bottega dell'unico cappellaio e poi a quella dell'unico merciaio, e quattro giorni dopo era uscito a passeggiare sulla riva del mare tutto vestito di tela di Russia, con un ampio cappello di paglia e una cravatta di colore azzurro. La stessa sera, incontrandolo, il dottore gli avea chiesto:—Ebbene?—Nulla.—Nemmeno un segno...?—Nulla, nulla.—Non importa; perseveranza.—Oh! non ne dubitare.
Il ricevitore del paese aveva fatto per molt'anni il cantante e sapeva sonare vari strumenti. Un giorno l'ufficiale era andato a lui e senz'altri preamboli:—Mi faccia il piacere,—gli aveva detto;—m'insegni a sonar la chitarra.—E il ricevitore, cominciando da quel giorno, dava lezione di chitarra, mattina e sera, al tenente, e questi imparava a meraviglia, e in poco tempo s'era messo al caso di fargli l'accompagnamento quando cantava.—Lei deve avere una bella voce,—gli disse un giorno il maestro. E di fatto aveva una voce gentile. Incominciò anch'esso a imparare a cantare, e in capo a un mese cantava sulla chitarra le canzoncine siciliane con un garbo e una soavità ch'era un varo diletto a sentirlo.—Abbiamo avuto un altro ufficiale che sonava veramente bene anche lui!—gli diceva a volte il ricevitore.—C'è un'arietta—soggiunse un giorno—ch'egli cantava sempre..... un'arietta.... aspetti; ah come la cantava divinamente! Cominciava.... Se l'era fatta lui, sa; cominciava:
Carmela, ai tuoi ginocchi
Placidamente assiso,
Guardandoti negli occhi
Baciandoti nel viso
Trascorrerò i miei dì.
L'ultimo dì, nel seno
Il volto scolorito
Ti celerò, sereno
Come un fanciul sopito,
E morirò così.
—Me la dica ancora una volta.—Il ricevitore la ripeteva.—Me la canti.—E la cantava.
Un altro giorno, dopo aver parlato a lungo col tabaccaio che avea la bottega accanto a casa sua, andò dal maresciallo dei carabinieri e gli disse:—Maresciallo, mi hanno detto che lei è un eccellente schermitore.—Io? Oh Dio buono, son due anni che non ho più preso la sciabola in mano.—Vuol che si scambi un par di colpi di tanto in tanto?—E come volentieri.—Allora fissiamo il quando.—E fissarono il quando. E da quel giorno in poi, ogni mattina, tutti coloro che attraversavano la piazza sentivano un gran cozzare di sciabole e un gran pestar di piedi e sbuffi e vociaccie nella casa del tenente. Era lui e il maresciallo che giocavan di scherma.—Quest'esperimento potevi risparmiartelo,—disse un giorno il dottore all'ufficiale;—ha dato segno di nulla?—Di nulla; ma era bene provare. M'han detto ch'egli tirava ogni mattina col maresciallo, appunto a quell'ora, e ch'essa, non piacendole di stare a vedere, scendeva in piazza....—Oh sì, ci vuol'altro, mio caro, ci vuol'altro!