Amicizia nuova.

..... a quell’uscita tutti e tre protestarono, ridendo, e uno più forte degli altri, picchiando un pugno che fece sobbalzare i bicchierini del cognac, con cui stavano coronando la colazione:

— Sì, — ripetè con garbo, ma con fermezza il professore, — ve lo ripeto. E volete che ve lo dimostri che non conoscete il mondo? Siete qui un conferenziere sociologo, che insegna a rimpastare la società, e due romanzieri che scrutate dentro e fate parlare persone di tutte le classi sociali, e non c’è uno di voi che conosca un operaio.

Uno dei romanzieri fece una spallata. — Ne conosco cento — rispose. — Non è mai venuto un operaio a fare una riparazione in casa mia che io non mi sia intrattenuto con lui per un’ora.

— A interrogarli come i generali interrogano le sentinelle: di che classe? quanti mesi di servizio? avete a lagnarvi di nulla? E credi d’averne conosciuto uno solo in codesta maniera? Credi che si possa studiare un uomo delle classi inferiori, a cui non ci lega nessun vincolo, da cui ci separano cento idee false, nello stesso modo che ci facciamo un concetto d’un romanzo nuovo scartabellandolo distrattamente in un momento d’ozio?

— Andiamo, — osservò il conferenziere agli altri due — l’amico non ha torto. Quanto a operai, voi vi rigirate fra le mani il burattino della letteratura romantica di cinquant’anni addietro, un po’ ritoccato dal pennello zoliano.

— E in che maniera l’avremo da studiare? — domandò uno dei romanzieri. — Abbiamo da andare travestiti a lavorar nelle fabbriche come il pastore Goerhe, o da aprire uno spaccio di liquori in un sobborgo come Enrico Leyret.

— No, — rispose il professore, — v’è un mezzo solo.

— Quale? — domandarono tutti e tre a una voce.

— L’amicizia.

Tutti e tre risero. E uno gli disse: — Sei tu che caschi nel romanzo falso. È un’amicizia impossibile. C’è troppa differenza di cultura, di maniere e d’abitudini.

— Ecco il gran pregiudizio! Strano davvero. Ciascuno di noi ha nella propria classe qualche amico che è nei modi, nel linguaggio, in tutte le sue abitudini un ribelle brutale alle forme convenzionali della vita signorile e che, salvo un po’ di grammatica, non ha maggiore istruzione d’un operaio infarinato di qualche lettura; e questo non c’impedisce l’amicizia.

— Ammettiamo; ma intendiamoci. Quest’amico operaio l’hai veramente, o non è che un tuo ideale? Se non è che un ideale, è un discorso finito.

— È una realtà.

— E come te lo sei fatto? Sentiamo. Con che arte? Insegnaci l’arte.

— Senz’arte. Ho capito subito che v’era un sol modo di guadagnarmi la sua confidenza, senza la quale non c’era amicizia possibile: quella di provargli che la meritavo dimostrandogli immediatamente la mia: anticipazione che nessuno della nostra classe fa mai a una persona di classe inferiore. Appena capii che era un galantuomo e un buon uomo, lo trattai come un amico, senza restrizioni nè di parola nè di pensiero: gli parlai delle cose mie, gli confidai dei dispiaceri gravi che avevo in quel tempo. Ne fu meravigliato, e me ne fu grato. Se avessi incominciato con chiedergli quanto non gli avevo dato ancora, con interrogarlo, cioè, riguardo alla sua vita, alle sue opinioni e ai suoi sentimenti, come tutti fanno, mostrandomi curioso di lui come d’un animale esotico, non avrei ottenuto nulla nè subito nè poi. Con tutto questo, non riuscii così alla lesta a quello che era mio intento, ebbi ancora delle diffidenze da superare, delle ritrosie da vincere. La cosa era nuova per lui. Per un pezzo, nonostante la simpatia che gl’ispiravo, rimasi per lui un oggetto di stupore. Mi scrutava con gli occhi, s’arrestava spesso tutt’ad un tratto, parlando; gli rinasceva a quando a quando un senso di suggezione, ch’io credevo già strappato dalle radici, e vi ripeto, senza arte, quasi senza volerlo, con la famigliarità spontanea dei modi, con l’intonazione del discorso più che con le parole, piantandogli sempre in viso gli occhi aperti e sinceri, per cui mi poteva leggere in fondo all’animo senza scoprirvi nessun secondo fine, senza trovarvi altro sentimento che quello di una schietta stima e di una viva benevolenza.

— Un momento! — interruppe il conferenziere — il tuo operaio è socialista?

— Sì.

— Tu dici che non hai usato arte con lui; ma ti sei professato socialista.

— No, perchè non lo sono. E non sono neppure antisocialista. Il socialismo è un problema. Non lo so risolvere. Sto a vedere come procedano passo passo verso la soluzione, sulla gran lavagna della pratica, quelli che lo credono solubile, desidero che ci riescano, ecco tutto. Ma con l’amico non m’infinsi: sarebbe stato indegno, e anche peggio che inutile, perchè avrebbe finito con scoprire l’inganno.

— Ti ha almeno illuminato l’amico, riguardo alla soluzione?

— M’ha fornito dei dati che ignoravo.

— Riflettici la luce, dunque.

— Ne avete bisogno, infatti. Fra l’altro, ho capito per la prima volta dai suoi discorsi la vera natura e misurato tutta la forza del sentimento collettivo che anima ora la classe a cui appartiene: sentimento non prima intuito da me che in confuso: assai più profondo, più vivo, più facile a essere urtato e ferito di quanto noi tutti pensiamo. Ho capito che la natura di quel sentimento, in tutti i casi di conflitto, richiede da parte della autorità, dei padroni, della stampa, di ogni gente delle altre classi, forme di trattamento e di linguaggio, dalle quali si discostano molto ancora le forme generalmente usate; che una quantità di conflitti s’inaspriscono e si prolungano non per altro che per la trascuratezza di quelle forme, le quali non sarebbe soltanto prudenza, ma giustizia l’osservare; e che quando questo nuovo Galateo da classe a classe, che ora manca, sarà formato ed osservato, molti dissidi saranno facilmente composti, e molti, ora frequentissimi, non sorgeranno più. Io ne son persuaso come d’una verità psicologica elementare.

— Avanti, — disse uno dei commensali — a un’altra scoperta.

— Mi sono persuaso che v’è nella maggior parte, come in quell’uno, un sentimento, il quale li spinge al socialismo con altrettanta forza, se non maggiore, del desiderio e della speranza d’un miglioramento della vita materiale, ed è la coscienza ribelle, come a un’ingiustizia, allo stato d’inferiorità sociale e morale in cui li tiene l’opinione della borghesia, la coscienza del loro diritto a una maggior dignità di vita, anche fuori d’ogni considerazione di agiatezza, un’aspirazione alla coltura, all’educazione, a tutte quelle cose, la cui mancanza li separa, più che la disuguaglianza economica, dalle classi superiori. Mi sono persuaso che non deriva da pigrizia o da sollecitudine della salute il desiderio d’una riduzione della giornata di lavoro; ma da un vero imperioso bisogno di vivere un po’ di vita del pensiero, di avere il tempo di mescolarsi, se non altro come spettatori, alla vita del mondo, di rompere con qualche sosta più lunga quella fuga quotidiana, affannosa come la corsa di gente inseguita, dalla casa all’officina, dall’officina alla pentola, dalla pentola al letto, che travolge come un vento affetti e pensieri e opprime il respiro dello spirito e confonde quasi come in un sogno faticoso il sentimento dell’esistenza

— La seconda scoperta — osservò uno dei romanzieri — non val quella dell’America; ma val più della prima.

— Taci: è tutto un nuovo mondo per te, che non sei mai uscito dal vecchio continente della letteratura. Ho scoperto che noi siamo tutti in un grande errore supponendo che per effetto della distanza da cui son separate le classi, la nostra si sottragga in gran parte all’osservazione e all’indagine censoria delle classi lavoratrici; mi sono accertato, studiandone uno solo, che anche fra gli operai più incolti v’è ora l’intuizione acuta d’una quantità d’abusi dei signori, di ingiustizie e di lacune delle leggi, d’immoralità mascherate della vita politica e del commercio finanziario, delle quali li crediamo ignoranti affatto come di cose dell’alta scienza; che v’è fra di loro un gran numero di «dilettanti critici» di processi e di cronache mondane scandalose, di «specialisti» che conoscono le sorgenti impure della fortuna di molti loro concittadini, che segnano a dito i figliuoli ricchi e rispettati di padri usurai o falliti con frode, che indicano le palazzine guadagnate in un’ora con un colpo fortunato alla Borsa, che conoscono vizi ed imbrogli di faccendieri illustri e potenti, come giornalisti di professione, che portano in tasca e cavan fuori a proposito, per leggerli nei crocchi, dei giornali vecchi, nei quali sono accennati i milionari pensionati del Governo a ottomila lire l’anno e i professori d’Università che riscuotono lo stipendio di un decennio senz’aver fatto una lezione, e che citano esatte le somme enormi profuse da municipi dissestati in festeggiamenti adulatorii e le gratificazioni favolose largite da certe grandi amministrazioni ai loro pezzi grossi, mentre fanno aspettare per anni dei miseri sussidi a vedove e a orfani di lavoratori manuali che, faticando diciotto ore al giorno per sessanta lire al mese, si sono accorciata la vita a benefizio degli azionisti. Mi sono persuaso che sono tutte queste cognizioni accumulate nei cervelli, tutti questi sentimenti, ribollenti negli animi, che fanno trasmodare molte volte le moltitudini mosse da prima da un intento pacifico, e che la più parte di coloro che le condannano, accorderebbero loro molte «circostanze attenuanti» se sapessero.... quante cose esse sanno.

— Ci hai dell’altro? — domandò il conferenziere.

— E del meglio? — domandarono gli altri due.

— Dell’altro e del meglio. Ho capito quanto sia erroneo il concetto che noi ci facciamo, generalmente, del lavoro manuale, e quindi ingiusto nel più dei casi il rimprovero che si fa agli operai di non «amare il lavoro» nel senso e nel modo che noi amiamo il nostro. Ho capito quanto si debba essere indulgenti, per questo riguardo, col grandissimo numero che compiono un lavoro monotono, il quale è duro e opprimente per modo che molti l’abbandonano per darsi a fatiche anche più gravi e men retribuite, non per altro che per liberarsi dall’eterna intollerabile uniformità dei movimenti muscolari a cui li costringe l’attuale divisione del lavoro nella grande industria, e per cui, alla lunga, nasce in loro un abborrimento invincibile. Molte cose avevo lette nei libri al proposito; ma il mio amico per il primo, con certe frasi e immagini vive del suo vernacolo, molte volte ripetute, mi fece comprendere e sentire quasi come per esperienza la tortura della fatica avvelenata dalla noia, la tristezza delle lunghe giornate passate nelle officine oscure, tra il fumo e il polverio, in uno strepito assordante, l’aspettazione interminabile del suono liberatore della campanella, il continuo affannoso desiderio che spinge tutti i pensieri verso la domenica come a una terra promessa lontana, dove si potrà respirare e pensare, essere un uomo per un giorno.

Mi son quindi persuaso anche di questo: come in moltissimi non si ha che sonnolenza, atrofia morale, prodotta da estenuazione di forze e da un enorme tedio accumulato, quello che a noi pare rassegnazione ragionevole al proprio stato; mi son persuaso che quello che noi giudichiamo in molti indifferenza o avversione al socialismo che li cerca, non è altro che inettitudine o ripugnanza allo sforzo necessario per comprendere e appropriarsi le proprie idee, impotenza della mente paralizzata da un lavoro macchinale di molti anni, il quale non è più in loro, come dicono i fisiologi, di pertinenza del cervello, ma del midollo spinale, e li ha ridotti a vivere come le rane, a cui sono stati tolti i lobi cerebrali. A voi, romanzieri: ecco un argomento degno dei vostri studi più dei cuoricini delle contesse.

— Sta bene; — gli rispose uno degli apostrofati — ma.... passez au déluge.

— Eh, il diluvio verrà, se non metterete giudizio. Tutte queste cose il mio amico non me le disse come io le ho dette a voi, si sottintende; ma io le compresi dai frammenti dei suoi discorsi o glie le lessi dentro per gli spiragli che mi lasciava aperti tra parola e parola. Incoraggiato, ho continuato a scavare nell’animo suo, aprendogli sempre il mio tutto quanto, e v’ho scoperto delicatezze di affetto che non immaginavo, sentimenti e pensieri che non venivano fuori se non perchè non trovavano la via d’uscita, o ne uscivano travisati dall’espressione monca ed impropria; ho afferrato a volo idee e intuizioni nette di una mente vergine, non viziata, come la nostra, dalla consuetudine di guardar le cose a traverso le reminiscenze dei libri e di giudicarle in relazione coi giudizi altrui; ho inteso da lui giudizi sulla società e sulla vita originali e sensati, domande elementari e profonde di bambino, che mi mettevano in impiccio, e ragioni semplici e lucide, alle quali, con mio stupore, non trovavo nel mio magazzino intellettuale nessuna ragione da opporre, che non fosse un giuoco di parole. Per tutte queste cose mi son legato a lui, e ho provato nella sua compagnia come un ringiovanimento del senso dell’amicizia, certe compiacenze vive e delicate delle prime intimità fraterne dell’adolescenza, delle quali non avevo quasi più memoria. L’amicizia dura da vari anni. S’è stabilito un commercio intellettuale fra di noi. Io gl’impresto dei libri; egli, dopo lettili, mi domanda delle spiegazioni le quali non di rado non valgono i suoi commenti impreveduti, che mi fanno pensare anche quando battono in falso. Ho veduto la sua intelligenza allargarsi e rischiararsi rapidamente, come quella d’un ragazzo che, invece d’imparare, riacquistasse la memoria di cose dimenticate. E ciò non ostante, non so proprio chi di noi due abbia giovato all’altro di più. Per me egli è stato la chiave che m’aperse la porta d’un mondo ignorato. E gli sarei grato per il solo fatto di avermi indotto questa persuasione: che il miglior modo di istruire e di educare il popolo, di riuscirgli utili e di essere giusti con lui, è quello di legarglisi con dei vincoli individuali d’amicizia, e che se ogni borghese colto avesse un vero amico nelle classi operaie, il mondo procederebbe certo egualmente verso la mèta a cui la legge della vita lo sospinge, ma forse per altra via e con altro passo, con maggior vantaggio di tutti.

— Applausi dal settore di destra — disse uno dei romanzieri. — M’hai persuaso benchè tu abbia parlato come un professore. Cedimi dunque il tuo amico.

— Ah no! — rispose il professore. — Fate voi altrettanto per conto vostro. Un’amicizia di tal genere non serve a nulla, anzi non si può avere se non si conquista. Vi trovereste a dover rifare il lavoro medesimo, a vincere le stesse difficoltà e le stesse diffidenze ch’io ho dovuto vincere. Non è uno di quegli amici che s’imprestano come un soprabito.

— E allora come trovarne?

— Ci dovrebbero essere delle agenzie speciali.

— Dobbiamo ricorrere alla «Camera del Lavoro».

— Ridete pure, — rispose il professore mentre tutti si alzavano per uscire. — Avete ingegno: son ben certo che quello che vi ho detto, vi rimarrà stampato nel cervello, e che ci penserete molte volte.... senza ridere.