Discussioni.
Trovò in casa del Cambiari una dozzina di convitati i quali avevan finito allora di sparecchiare uno dei succolenti pranzi che il padrone imbandiva ogni quindici giorni a un numero sempre incerto di amici, poichè egli faceva gli inviti e se ne scordava, e fissava spesso a parecchi delle ore diverse. Il piccolo salotto, in cui la disarmonia dei mobili e dei colori e l’arruffio delle chincaglie scheggiate e sbreccate dai ragazzi raffiguravano il tenor di vita della famiglia, era affollato. Ma ad Alberto, tutto acceso della sua idea, non spiacque quell’affollamento inaspettato che in altra occasione gli sarebbe riescito molesto. Appena entrato, però, s’accorse da più d’un viso e da un leggero mormorio che, durante il pranzo, dovevano aver parlato dei fatti suoi, e di quali fatti s’immaginava. C’eran due ingegneri, un impresario costruttore, degli impiegati in riposo, ch’egli aveva trovato là qualche volta; degli sconosciuti, quasi tutti panzuti e brizzolati, e tre giovani signore; oltre alla numerosa progenitura del padron di casa di cui spuntava un musino roseo dietro ogni spalliera di seggiolone. Vedendo a vari convitati gli occhi lustri e le guancie scarlatte che tradivano il prurito della discussione, Alberto si tenne preparato a un assalto. E questo gli fa dato quasi subito, prima in forma di scherzo, poi a poco a poco, seriamente; ma con una così manifesta ignoranza degli elementi della quistione, con un così ingenuo sfoggio dei più vieti luoghi comuni, che egli seguitò a parar le botte a colpi d’arguzia, senza perdere un momento il suo buon umore. Quando gli assalitori cominciavano ad eccitarsi, capitò la visita dei coniugi Luzzi, e, la comparsa della piccola signora sfavillante di vita, chiusa in un fresco vestito avana che dava al suo visetto bruno, segnato d’un neo, una grazia adorabile, troncò di netto la discussione.
Alberto espose allora al Cambiari, a quattr’occhi, l’idea del suo lavoro, e gli disse il suo desiderio di parlare col Baldieri. — Con l’anarchico Baldieri? — esclamò il Cambiari, dando un passo indietro; e soggiunse in tuono d’avvertimento amichevole: — Alberto, bada!... — La cosa, d’altra parte, non era così facile: il Baldieri parlava a cuor libero con lui perchè (e glielo diceva) era un borghese logico e sincero, ossia un aperto nemico; ma un borghese socialista, con un rivoluzionario tartufo, come egli li chiamava, razza anche più odiosa a lui dei reazionari arrabbiati, doveva essere un altro paio di maniche; c’era il rischio di pigliarsi un «no» tanto fatto. Nondimeno, insistendo Alberto, egli promise che gli avrebbe parlato. E gli diede qualche informazione: era un operaio colto, aveva fatto il ginnasio inferiore, pareva un ufficiale in borghese; ma, si tenesse per avvisato! Non doveva aspettarsi dei complimenti da lui. Poi gli disse piano, accennando alla compagnia: — Se la riattaccano tira in avanti a celiare, te ne prego.
La riattaccò subito, infatti, un vecchietto arcigno, invalido, decorato di non so qual ministero, di conosciuta avarizia; il quale domandò bruscamente ad Alberto, agitando una mano per aria: — Ma insomma, a quale delle scuole del socialismo appartiene lei, si può sapere?
Alberto rispose: — A che serve dire di che scuola sono a chi non ne accetta nessuna? E a che pro parlar di rimedi sociali con chi crede i mali irreparabili e nega che ci siano?
— Noi non neghiamo i mali — rispose l’altro, — ma vogliamo ripararvi con la carità.
Alberto si ricordò in quel punto che in una sottoscrizione pubblica dello scorso inverno, quel signore aveva mandato ad un giornale due lire per sè e cinquanta centesimi per ciascun membro della sua famiglia, tutti firmati in colonna, in modo che era riuscito a far stampare sette volte il suo nome con uno scudo: la tariffa, presso a poco, delle inserzioni. — Con la carità? — gli disse allora, — faccia...; ma non si rovini.
La stoccata era forte: le signore non poterono rattenere un sorriso; la Luzzi si coperse il viso col ventaglio.
Uno sconosciuto, balbuziente, coperse la ritirata del vecchietto ripetendo la sua domanda: — Dica dunque: è collettivista? è comunista? — È per l’uguaglianza assoluta, per un ordine sociale che metterebbe alla pari Dante Alighieri e un cretino?
— E perchè mai, — ribattè Alberto, facendo un viso ingenuo — respingerebbe «lei» un tale ordinamento?
Si udirono scricchiolare alcune seggiole; ma il colpito non sentì il colpo alla prima. Vedendo però sorridere la signora Luzzi, sospettò qualcosa e disse piccato: — Lei fa il socialista con un secondo fine.
Alberto lo guardò con stupore, e domandò sorridendo: — Per aver stipendi e decorazioni?
Quegli rimase un po’ incerto; poi rispose: — Per farsi elegger deputato!
Alberto diede in una risata. — Ma caro signore, trovi un modo più sensato di darmi dell’asino. Sarebbe come andarmi a imbarcare a Genova per arrivare più presto a Venezia.
Lo sconosciuto volle rispondere; ma il vecchio impiegato gli coprì la voce, dicendo aspramente: — Non credo che si possano professare sul serio quelle idee. Un borghese socialista non è che un negro incipriato!
— Questa immagine non è sua! — esclamò Alberto.
— Oh! Signor cavaliere, — rincalzò la Luzzi — lei, dunque, riconosce d’appartenere a una razza inferiore!
Il motto fece ridere. Alberto si voltò a guardarla, e disse: — Ah! Ecco la mia alleata!
Ma varie voci lo assalirono tutte insieme, domandandogli perchè, se era un socialista, non cominciasse a spartire l’aver suo fra chi non n’aveva.
— Oh bella, — rispose Alberto, — per due ragioni semplicissime: prima, perchè se mi conducessi povero, perderei la mia indipendenza, e dovendo chieder lavoro e danaro alla borghesia, non sarei più libero di manifestare le mie idee; e poi, perchè, com’è costituita la società, non potendo mio figlio guadagnarsi da vivere prima dei trent’anni, o morirebbe di fame, o dovrebbe lasciar gli studi e mettersi a fare un mestiere.
— Benone! — uscì a dire l’impresario, con un’aria trionfale, — ma se è socialista, perchè non mettere suo figlio a fare un mestiere?
— Perchè non ho diritto di forzare la sua volontà, di toglierlo violentemente dalla classe in cui l’ho posto; perchè se anche lo facessi col suo consenso, egli per l’effetto delle idee che oggi regnano, sarebbe disprezzato e creduto un pazzo tonto dalla classe da cui uscirebbe, quanto da quella in cui vorrebbe entrare.
— Magre ragioni! — rispose un vecchio maggiore pensionato, amico del Luzzi. — Chi è persuaso d’un’idea, deve tutto sacrificarle! Lei dovrebbe essere il primo a dar l’esempio.
A costui rispose la signora Luzzi: — Se è così, signor maggiore, lei vuole liberare Trieste dall’Austria, perchè non prende il fucile e parte per il primo per la frontiera?
Il maggiore si rivoltò, dicendo che il paragone non calzava; ma la signora Luzzi ribattè: — E poi, mi scusi, c’è contraddizione. Se un socialista è ricco, gli dite: — Dovete dar tutto agli altri. Se è povero gli dite: — Siete socialista perchè non avete nulla da perdere. Che logica è questa?
Rimasero tutti un po’ sconcertati; ma se la cavarono fingendo di prendere quell’argomento in ischerzo, e voltarono il discorso per domandare ad Alberto che idee avesse sulla proprietà, e se il socialismo volesse obbligar tutti a lavorare.
— Non si riuscirà mai a questo! — esclamò il maggiore. — La proprietà è un istinto! Persin lo scoiattolo, persino il topo campagnolo sono proprietari, perchè ammassano per l’inverno delle provvigioni sovrabbondanti, di cui resta loro una parte nella primavera. Vede dunque che perfino tra le bestie ci sono i ricchi, che hanno del superfluo perchè sono stati previdenti.
— Ma le bestie — rispose Alberto — fanno le loro provviste da sè, non le fanno fare agli altri, e non son provviste che fruttino altre provviste senza fatica come il danaro, e i topi non le lasciano ai figliuoli perchè marciscan nell’ozio.
— Queste son celie! — gli rispose uno dei due ingegneri. — Non c’è bisogno di ricorrer alle bestie. Lei che è letterato, dovrebbe sapere la definizione che ha dato dell’uomo un grande scrittore: «L’uomo è un animale proprietario». Che cosa gli avrebbe da rispondere, signor professore?
— Gli risponderei che non discuto quell’epiteto, con chi si appropria quel sostantivo.
La Luzzi rise: l’ingegnere fece una spallata. — Non sono questioni, mi scusi, da trattarsi con giuochi di spirito!
— Ma come vuol che me la cavi altrimenti, — rispose Alberto ridendo — se m’assaltano tutti insieme e non mi lascian rifiatare.
— La proprietà è frutto del lavoro!
— Non tutta, nè sempre.
— Eh, andiamo — osservò il Cambiari all’ingegnere battendogli una mano sulla spalla, — che lavoro ti sono costate le ottantamila lire che guadagnasti rivendendo il tuo terreno fabbricabile di San Salvario a dieci volte il prezzo che ti era costato?
— Sei socialista tu pure? — gli domandò l’ingegnere indispettito.
— Quando son disoccupato, — rispose il Cambiari.
— Ma quello è un caso eccezionale, — ribattè al Cambiari il maggiore. — Prendiamo il nostro impresario qui presente. Egli non lavora più con le braccia, ma è più benemerito che se lavorasse, perchè con la proprietà acquistata dà del lavoro ogni anno a duecento operai.
— Dà del lavoro! — interruppe Alberto. — Perdoni, signor maggiore: io domando se non sono duecento operai che danno il loro lavoro a lui....
— Ma come?
— Ma certo! Se il lavoro di quei duecento operai non fruttasse a lui molte migliaia di lire, lo darebbe loro?
— Ma questa è una capriola.
— Una capriola da avvocato — aggiunse l’impresario.
— Già, è l’avvocato del lavoro, adesso, il cavaliere degli sfruttati.... l’amico degli operai: il titolo d’un almanacco a dieci centesimi! È anche amico degli operai che fanno il lunedì? — domandò un signore grasso, amico del Bianchini padre, che teneva le mani incrociate sul ventre.
— E perchè no? — gli disse la signora Luzzi con un sorriso vezzoso — non è amico di lei, che «fa» tutta la settimana?
Risero tutti, anche il signore grasso. E questa volta Alberto si voltò verso la signora con un moto di viva simpatia che essa vide.
— Eh, caro signore, — riprese l’avvocato — lei fa l’avvocato dogli operai senza conoscerli; ma cambierebbe idee se ci avesse che fare. Restii al lavoro, briaconi, ignoranti e presuntuosi insieme, maldicenti, feroci dei padroni: un bravo operaio è una mosca bianca, lo creda pure....
— Io non capisco.... — rispose Alberto — ma se gli operai sono fannulloni, chi è che fa tutto l’enorme lavoro manuale di cui la società ha bisogno ogni giorno? Vanno a ubriacarsi all’osteria! Si vanno a ubriacare anche molti signori in luoghi più puliti, è vero; ma senza la scusa di aver per case delle buche, in cui ripugni di passar la sera, o col vantaggio di poter nascondere l’ubriacatura in una cittadina. Sono ignoranti! Questo è certo, e non hanno scusa: quando li vedo tornare a casa la sera, rotti da dieci ore di lavoro, io domando: O perchè non vanno al Circolo filologico? Dicono anche male dei padroni. Ma mi pare che lei, dal canto suo, non faccia di loro dei panegirici.
— Ben risposto, davvero! Ma le ripeto una cosa sola: vorrei che ci avesse da fare per una settimana e mi darebbe poi il suo bravo parere sopra le otto ore di lavoro!
— Il lavoro è un freno! — sentenziò il vecchio impiegato.
— Un freno che ammazza — rispose Alberto — non è più un freno; è un capestro.
— E lo vogliono allentar bene il capestro i profeti socialisti che profetizzano il lavoro di tre ore al giorno!
— È un assurdo — disse dolcemente uno dei signori che non aveva parlato — anche per rispetto alla religione. Il lavoro è un gastigo che Dio ha inflitto agli uomini. Non sarebbe più un gastigo se fosse ridotto a tre ore.
— Allora, — gli rispose Alberto, — lei che vive di rendita non discende da Adamo, perchè Dio non l’ha condannato al lavoro?
— Ma per me ha lavorato mio padre.
— E perchè, — domandò la signora Luzzi — Dio ha condannato suo padre e non lei?
Il signore rimase così impacciato che per salvarlo, l’ingegnere suo vicino apostrofò improvvisamente la padrona di casa:
— Ci dice lei il suo parere, signora Cambiari?
La signora voltò verso l’interrogante il suo viso ingenuo di bella paciona e rispose con amabile semplicità: — Il mio parere è quello di tutti, mi pare. Perchè si lavora? Per vivere. Dunque, quando si ha da vivere, perchè si dovrebbe lavorare?
Applaudirono tutti, ridendo, eccettuato Alberto, che cercava con gli occhi quelli della signora Luzzi, i quali sfuggivano.
Ma la discussione si ravvivò intorno al solito argomento, se gli operai avessero ragione o torto a lagnarsi, e tutti diedero addosso al Bianchini. Il maggiore disse che era il benessere che li guastava. Il signore grasso, che teneva ancora le mani sul ventre, approvò, soggiungendo che appunto per quella ragione non era neppure da desiderarsi un miglioramento notevole del loro stato. — È provato.... — disse. — È provato — ripetè, alzando la voce per coprir quella dei ragazzi che facevano passeraio in un angolo — che col diminuire del prezzo dei generi alimentari, e specialmente della carne, aumenta il numero dei delitti contro la proprietà e.... — soggiunse più basso — contro il pudore.
— Ah, se fosse vero, — rincalzò la signora Luzzi — lei che è un così fino gastronomico, sarebbe già stato arrestato.
Molti risero, altri fecero dei cenni di disapprovazione. — Ma lei ha torto — riprese la signora, senza turbarsi, — perchè è la cattiva nutrizione, che intristisce gli uomini. Sa il proverbio tedesco: «Der Mensch ist was er isst». L’uomo è ciò che egli mangia!
— Ma signor Luzzi! — esclamò il Cambiari, voltandosi verso il marito — la sua signora è socialista! È forse lei che la catechizza?
Il Luzzi, che non aveva ancora aperto bocca, crollò il capo in atto di compatimento verso sua moglie, come per dirle che era una pazza, poi espose la propria idea, mettendo nei suoi occhietti di topo un’espressione di finissima astuzia. Eran tutti malati d’immaginazione. Il socialismo era un fantasma creato dalla borghesia, la quale rassomigliava a certi malati che a furia di parlare di una malattia che non hanno, finiscono con soffrirne davvero. Egli aveva affermato il proposito di non aprir bocca in quelle controversie, perchè gli facevan compassione.
Tutti scrollarono le spalle; quel Luzzi che non aveva senso comune. Il socialismo esisteva, anche troppo; ma erano «i socialisti borghesi, borghesi dilettanti» quelli che gli fortificavano la vita. — Sono loro — disse il vecchio impiegato ad Alberto, ripetendo delle parole lette di fresco — loro che giuocano col mostro ancor piccolo, ancora innocente, con un nastro al collo come un agnello, e lo tiran su a bocconcini, senza pensare che un giorno mostrerà i denti e divorerà loro stessi e tutti quanti.
— Ma è appunto quello che io penso! — rispose Alberto.
— E anche quello che desidera?
— Io non desidero che il bene di tutti.
— A spese di alcuni, non è vero?
— Sarebbe sempre più giusto che il bene di alcuni a spese di tutti.
Tutti protestarono in coro, l’impiegato fece un atto di sdegno e la discussione stava per volger alle brutte quando il Cambiari la interruppe con uno scherzo, e la troncò poi affatto la comparsa di un cameriere con un gran vassoio pieno di bicchieri.
Allora tutti si levarono in piedi e formarono vari gruppi conversanti a voce bassa e concitata, nei quali Alberto argomentò dai gesti e dagli sguardi che gli si levava la pelle. E si accorse che le signore non gli erano meno ostili degli uomini. Già, durante la conversazione, nonostante le risatine, provocate da certe sue risposte epigrammatiche, egli aveva colto a volo da tutte, fuorchè dalla padrona di casa, delle occhiate malevoli, quasi sprezzanti. E quell’abbandono, a cui non era preparato, del sesso gentile, che l’aveva sempre accarezzato cogli occhi e con la parola, lo rattristò. Si trovava solo in un angolo: cercò con lo sguardo la signora Luzzi.
Era accanto a lui, come se avesse indovinato il suo pensiero.
Egli le disse piano, con calore: — Grazie.
E vide che i suoi occhi, belli come non gli erano mai apparsi, si velavano.
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