Un “malfattore„.
Alberto — un ragazzo di dieci anni — giuocava nella stanza di suo padre, il quale stava leggendo la «Superstizione socialista» del Garofalo, quando la donna di servizio entrò dire: — C’è il tal dei tali: ho da farlo entrare?
— Cospetto! — esclamò il padrone, scattando in piedi. — Dopo cinque mesi di carcere! Entri sul momento.
A queste parole «cinque mesi di carcere» il ragazzo lasciò cadere il suo balocco e si ritirò in un angolo guardando all’uscio con gli occhi inquieti; perchè l’idea del carcere, naturalmente, non si poteva disgiungere in lui da quella d’un delitto.
E rimase immobile dallo stupore vedendo suo padre correre verso l’uscio e abbracciare affettuosamente il visitatore; il quale era un uomo sui trentacinque anni, di viso pallido e risoluto, vestito poveramente, ma pulito e di modi semplici e franchi.
Visitato e visitatore si fecero al vano d’una finestra e attaccarono una conversazione vivace, che era da una parte un incalzare di domande e dall’altra un succedersi di risposte, senza un momento di sosta. Quando, fra le altre cose, il ragazzo udì che l’amico di suo padre era stato condotto a traverso un villaggio, in mezzo a quattro carabinieri, con le manette ai polsi, come un famoso assassino ch’egli aveva visto uscire un giorno dalla Corte d’Assise, il suo stupore si cangiò in così aperto sgomento che il nuovo entrato, dandogli una occhiata per caso, se ne accorse. Ma prima di lui se n’era accorto suo padre.
Questi a un certo punto andò a prendere un pacco di giornali da un cassetto e, portandoli all’amico, gli disse:
— Tutto quanto le vorrei dire è stampato in questi fogli, che ho raccolti e serbati per lei. Ci dia una scorsa, vedrà che è stato sempre ricordato durante la sua assenza. Qui è espresso il sentimento mio e quello di tutti gli altri «malfattori».
Il visitatore prese i giornali, sedette con le spalle alla finestra, e cominciò a leggere. Il suo ospite lo lasciò solo e tornò dal ragazzo, aspettando una domanda che già gli leggeva negli occhi.
Il ragazzo, infatti, gli domandò a voce bassa:
— Che cos’ha fatto.... quel signore?
— Ha fatto — rispose il padre sorridendo — cinque mesi di prigione.
Il ragazzo rimase un momento perplesso. Poi domandò timidamente:
— Chi è?
— Alla buon’ora — rispose il padre, sedendo e attirando il figliuolo a sè; — a questa domanda mi è più facile rispondere. Ma temo che tu non capisca. Ascolta bene. Tu devi sapere che v’è in ogni paese una quantità di gente, fra cui molti uomini di grande scienza e di grande ingegno, e anche molti ricchi, i quali credono che a una gran parte delle infinite miserie e ingiustizie che affliggono il mondo ci sia rimedio. E pensano che il rimedio sia questo: che la società presente, in cui la vita di ciascuno è una lotta contro tutti, si trasformi in una grande associazione, nella quale tutti lavorino non più per il vantaggio e nella dipendenza e legati alla fortuna d’un piccolo numero, ma direttamente per la società che li retribuisca tutti equamente; in una grande associazione, in cui non ci sia più, come c’è ora, un gran numero d’uomini che faticano da ammazzarsi e son poveri, un altro gran numero che non trovan lavoro e sono affamati, e delle migliaia e migliaia che non lavorano e vivon nell’agiatezza. Mi hai capito? Ebbene, tutti costoro che desiderano e sperano che venga un giorno in cui tutti gli uomini lavorino concordemente per il bene proprio e per il bene comune, senza strapparsi il pane di bocca l’un l’altro, senza odiarsi e temersi a vicenda, e partecipando tutti ai benefizi della vita civile, come figliuoli di una famiglia nella quale tutti sono amati e protetti ad un modo, si chiamano socialisti. E che cosa fanno essi? Fanno questo. Si adoperano con tutte le loro forze a dimostrare agli altri che un tale stato della società è possibile, non solo, ma che si attuerà a poco a poco, necessariamente, per forza delle cose; ma che per conseguirlo più presto e senza violenze bisogna che tutti lo desiderino e lo preparino infondendo nelle moltitudini un concetto lucido di che cosa esso sia e un sentimento profondo della concordia fraterna necessaria ad attuarlo, educandole all’adempimento dei loro doveri e all’esercizio dei loro diritti, persuadendole che l’unico modo di raggiungere la mèta è che esse affidino la rappresentanza dei loro interessi e delle loro volontà ad uomini che siano interessati a raggiungerla, ossia che appartengono anch’essi alla immensa famiglia su cui pesa la povertà e l’ingiustizia. Mi sono spiegato? Ora questo signore che vedi, è un socialista. È un lavoratore che lavora per vivere, ma in tutto il tempo che gli resta libero va attorno fra la gente, e ragiona, spiega loro la cosa, cerca di trasfondere negli altri la propria fede, senza istigare all’odio contro alcuno, non solo, ma adoperandosi a spegner gli odii dove li trova, esortando i violenti a temprarsi, gli incolti a studiare, i discordi a conciliarsi, tutti i poveri e malcontenti a confidare in un avvenire migliore, a cui si verrà pacificamente e legalmente, per la sola forza della verità e della giustizia, quando la verità sarà compresa da tutti e la giustizia sarà da tutti voluta. E bada che egli non si affatica e non si affanna se non per produrre un bene, del quale egli è certo che non arriverà in tempo a godere. Egli vive come un povero perchè è povero; ma dà agli altri anche quel pochissimo che a lui par superfluo e a noi parrebbe necessario. Se fosse ricco, darebbe per la fede tutto il suo avere. Se gli chiedessero la vita, darebbe anche la vita, perchè non vive che per quell’Idea. E ha un passato senza macchia, ed è buono e semplice come un ragazzo. Puoi pensare quanti uomini ho conosciuto in vita mia; ebbene, egli è uno di quegli uomini più onesti, più disinteressati, più rispettabili che io abbia conosciuti. Io gli voglio bene e lo ammiro.
Il ragazzo rimase un po’ sopra pensiero, guardando ora suo padre, ora «il libero dal carcere». Poi domandò:
— E allora.... perchè l’hanno messo in prigione?
— Perchè pensa e dice tutto quello che t’ho detto, — rispose il padre.
— Ma dunque.... potrebbero mettere in prigione anche te, che dici le stesse cose?
— Certo.
— E perchè ci hanno messo lui soltanto?
— Perchè dice tutte quelle cose più forte e più apertamente, che è quanto dire che è più disinteressato e più sincero, che desidera più ardentemente il bene, che è più coraggioso e più generoso di me.
Il ragazzo non ribattè più parola e stette guardando con gli occhi spalancati il suo ospite, che continuava a leggere.
— Animo, — gli disse il padre all’orecchio; — quando è entrato egli s’è accorto che tu hai avuto paura di lui come di un brigante; tu gli devi una riparazione; vagli a domandare se sta bene.
Il ragazzo si mosse lentamente e s’andò a mettere fra le ginocchia del «pregiudicato» senza osar di parlare, ma come offrendo la testa bionda alle sue carezze. Quegli smise il giornale e dato uno sguardo a lui e al padre, capì e sorrise. Ma il suo saldo cuore che in mezzo alle persecuzioni e sotto l’affronto delle manette non aveva mai avuto un momento di debolezza, fu scosso dall’atto del fanciullo, il quale rappresentava ai suoi occhi una nuova generazione gettata da un impulso generoso dell’anima nella causa che gli era sacra. Lo fissò un momento con gli occhi scintillanti, poi prese con le mani quella testa bionda e vi stampò un bacio.... che gli fu reso con effusione.
Riavvicinandosi a suo padre il ragazzo gli accennò con un gesto di meraviglia, che la sua fronte era inumidita.
— Non t’asciugare, — rispose il padre — è acqua di battesimo.