Il malinteso borghese.

L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo». Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura». Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.

La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi. Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate, chimeriche le idee socialistiche?

Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre, disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande e consolante significato.

Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese? A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».

Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà che vi mozza la parola.

Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.

Questa profonda agitazione di popoli, che ha la sua causa in tutte le miserie e in tutti i dolori umani e trae la sua forza da tutti i progressi materiali e morali dei tempi nuovi; questa aspirazione di milioni e milioni d’uomini a salire ad un ordine di vita più degno, a godere della parte che loro spetta dei beni che essi producono, ad affrancare il proprio lavoro dalla servitù che lo strozza e l’anima loro dalla ignoranza che li incatena e li avvilisce, questo irresistibile movimento del proletariato «spinto da tutte le forze della storia e da tutte le necessità economiche del secolo» ad un miglioramento di Stato che andrà a vantaggio di tutto quanto il corpo sociale e attuerà una forma di civiltà superiore, impossibile a immaginarsi raggiunta per altra via; tutto questo non è che.... «il denaro degli altri».

Questo sentimento invincibile, d’un nuovo diritto che in questi paesi urta e scuote dalle fondamenta l’edificio delle vecchie legislazioni e vuole conversa in pro dei milioni di deboli la protezione della legge non sfruttata finora se non da pochi che la dettarono; questa ribellione della coscienza universale contro il disordine della produzione, contro la furia pazza della concorrenza seminatrice di rovine; contro le disuguaglianze mostruose e la mostruosa tirannia delle ricchezze usurpate e confederate a pubblico danno; questo vasto e possente soffio di pietà e di fraternità che tende ad associare tutte le forze a benefizio comune, sopprimendo le cagioni degli odii e delle violenze sociali e conciliando tutta la libertà con tutta l’uguaglianza possibile in una forma di Stato che non sia altro che «la volontà organizzata di tutti»; tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».

Tutti i grandi intelligenti che da mezzo secolo hanno forzato l’economia politica a riconoscere di non esser soltanto «la coscienza dell’egoismo umano» e hanno gettato lo sgomento e il disordine fra le file dei vecchi campioni del brigantaggio legale: l’uomo di genio che con uno dei più poderosi sforzi che abbia mai compiuto il pensiero umano ha dimostrato la trasformazione sociale come la meta inevitabile di tutta l’evoluzione storica, suscitando dietro di sè una legione di dotti e intrepidi apostoli che hanno conquistato la Germania; i potenti pensatori americani ed inglesi che con maraviglioso apparecchio di dottrina agitano da anni la formidabile questione della «nazionalizzazione della terra»; i sapienti ed infaticabili organizzatori belgi che con un lavoro miracolosamente paziente hanno fatto già «emergere dal mare borghese un arcipelago di isole socialiste» pronte a riunirsi alla prima scossa tellurica in un continente; tutti i privilegiati e i ricchi d’ogni nazione, che, spinti dalla ragione e dal cuore verso la nuova Idea, hanno per essa rinunziato agli onori, alle ricchezze e alla pace; e tutti quegli altri innumerevoli di ogni classe che, senza alcuna speranza di vantaggio personale neanche remoto, hanno affrontato ed affrontano per quella Idea calunnie, persecuzioni, esilii, miseria, alteri dei loro sacrifizi, incrollabili nella loro fede, ricompensati di ogni danno e felici per quella speranza d’un mondo migliore che portan nell’anima; tutti costoro non sono che gente.... che vuole «il denaro degli altri».

Questo a molti della classe proletaria parrà incredibile. — Non credono quello che dicono — penseranno essi — così diranno per ira o per ostentazione di noncuranza a chi con lo spauracchio del socialismo li turba: ma, in realtà, intuiranno la grandezza dell’Idea e dei fatti, e celatamente se ne occuperanno con curiosità e con coscienza. — Ma no, punto. Ci sarà qualche rara eccezione. Ma la grandissima maggioranza, giudicando come giudica, è in piena buona fede, e per naturale indolenza o per dispettoso proposito tiene rigorosamente chiuso l’intelletto a tutto quest’ordine di idee, e con puerile ostinatezza ripete all’infinito contro le nuove dottrine degli stessi logori, decrepiti argomenti ereditati dalle passate generazioni, strepitando contro chi, anche con le più miti forme, insiste a farle osservare che non servono più. Bene ha detto non so che storico: che Dio acceca le classi sociali che vuol perdere. Ed è fiato perso dir loro come il cardinale Manning — che è insensatezza il chiudere gli occhi per non vedere l’abisso verso cui si corre.

Si consolino dunque quei rozzi lavoratori, che qualche volta si dolgono e si vergognano di mancar della coltura necessaria per comprendere pienamente la grande questione che li interessa.

Quel monco e vago concetto che essi possono avere dei vizi del nostro ordinamento sociale e delle vaste riforme disegnate è quasi una cognizione luminosa in confronto della «voluta oscurità del sepolcro» in cui rimane a tal riguardo la mente della maggior parte della gente colta, oscurità in cui socialisti e ladri di strada, collettivismo e anarchia, Carlo Marx e Davide Lazzaretti, e organizzazione del lavoro e divisione dei beni e naufragio della civiltà, formando tutto una arruffata inestricabile fantasmagoria, attraverso alla quale passa una volta all’anno un lampo livido di paura, non tanto per illuminarla, quanto per accrescerne la miseranda confusione.

Si consolino dunque. Coll’andar del tempo, istruiti dalla propaganda, esercitati dalla riflessione, essi comprenderanno sempre meglio gli elementi della dottrina e la ragione degli avvenimenti; mentre il maggior numero dei loro avversari, avendo sempre più annebbiata la mente dall’orgoglio offeso e dalla crescente inquietudine, capiranno sempre meno dell’una e dell’altra cosa.

Il socialismo, rovesciate le ultime barriere internazionali, invaderà il loro paese come un oceano, ed essi cercheranno ancora all’orizzonte i «pochi abitatori», cagione unica della inondazione, per denunziarli alle Autorità costituite. La marea montante inghiottirà l’una dopo l’altra istituzioni fracide, privilegi iniqui, idoli falsi e ricchezze scellerate, ed essi crederanno quello il trionfo passeggiero di un’idea pazza, portata in su da un’ondata improvvisa della canaglia; «e avranno l’acqua alla gola che non capiranno ancora»; e moriranno affogati, senz’aver capito ancora. E se risuscitando di qui a cent’anni, potessero vedere estirpata dal mondo la miseria, rigenerate le plebi, trionfante la giustizia e mutata in libertà vera questa larva miserabile che ne porta il nome, credo che davanti a quello spettacolo crollerebbero il capo in atto di sdegno, dicendo: — Tutto questo non è che.... «il danaro degli altri».