Mentre passano gli scioperanti.

V’è un certo numero di borghesi, i quali, in fondo, per bontà di cuore e per lume di ragione, sono favorevoli, benchè indeterminatamente, al movimento attuale del proletariato; ma che dallo spettacolo di qualunque agitazione di popolo, sia pure nel loro concetto giustificabile, e anche da una semplice passeggiata rumorosa di scioperanti per le strade cittadine, hanno una scossa violenta all’animo, da cui son messe in fuga, come un branco di passeri spaventati, tutte le loro idee democratiche. In ogni torbido popolare vedono la minaccia e il principio d’uno scatenamento fatale dei peggiori istinti della moltitudine, il quale li fa disperare che essa possa mai progredire civilmente per la via della libertà e dell’ordine, nè incivilirsi mai per alcun’altra via. Io ne vidi parecchi, in un’occasione recente, impallidire al passaggio d’una folla agitata, ma non minacciosa, d’operai, e lessi nel loro viso l’amarezza profonda, ch’essi provavano in quel punto, di sentir vacillare e cadere in sè opinioni e sentimenti, dei quali abitualmente si vantavano. È un senso di sgomento improvviso e irragionevole, somigliante a quello che si ridesta a ogni più leggiero tremito reale o illusorio dei muri della casa in chi ha esperimentato una volta il terrore d’un terremoto.

E non di meno son gente che, a mente calma, capisce quanta parte di responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche, i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della malvagità e della vendetta.

Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire: — In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo, poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se avessero altro a cui pensare!

Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero, come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza, largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un esempio.

Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo, perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero, offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.