Età agitata.
I moti delle classi lavoratrici che interrompono a quando a quando il corso regolare della vita pubblica non paion ai contenti del mondo che perturbamenti funesti dell’ordine, somiglianti ai terremoti, alle inondazioni e a quell’altre commozioni della natura, le quali non producono che rovine. Ma, considerati insieme e in un vasto spazio di tempo, tutti questi sforzi vasti o circoscritti, quieti o violenti, fortunati o sfortunati, con cui le moltitudini tendono a migliorare il proprio stato, tutte queste agitazioni e convulsioni che mettono innanzi alla società nuovi problemi da risolvere, che le ripresentano sotto nuovi aspetti problemi antichi, che la fanno temere, pensare, discutere, cercar rimedi, esperimentar mutamenti, che la costringono, per preservare e risanare il suo organismo, a estirpare da sè abusi e privilegi del passato, a tentar continuamente nuovi modi e forme di funzione e di conciliazione dei propri elementi, sono correnti di vita intellettuale e morale che la ringiovaniscono e la fecondano.
Se un miglioramento grande si avrà nell’avvenire, sarà effetto delle perturbazioni e degli affanni che rendono quasi intollerabile la vita presente a tutti coloro a cui pare che l’essere soddisfatti dia il diritto di vivere in pace. Quello che a noi pare irrequietezza morbosa e disordine fatale, a chi giudicherà in tempi lontani il tempo nostro parrà preparazione, lavoro, lotta necessaria, generatrice di bene. A noi sembra di essere in balìa d’un turbine che ci rigiri di continuo nello stesso spazio; ma il turbine, rigirandosi procede, e ci porta innanzi fra le sue spire; e il polverio che ci avvolge e ci fa difficile il cammino è un nuvolo di semi che ricadono sulla terra e germogliano. La società non partorisce senza dolore: soffriamo tutti; ma è legge benefica della vita. Anche nell’animo del borghese impaurito che impreca agli agitatori, e rivorrebbe la quiete antica a prezzo della libertà, si vien formando sotto la paura e la collera un concetto nuovo della giustizia sociale, doloroso, come un dente che spunta, ma ch’egli non può reprimere; ogni giorno, nel secreto della sua coscienza, e a malgrado proprio, egli fa una concessione alle tendenze che avversa; e il germe, che in lui non ha ancora forza di rompere l’involucro dell’egoismo di classe, fiorirà nel suo figliuolo in un’idea umana. In questo cozzo tempestoso di forze e di passioni, che travaglia tutti gli spiriti, l’anima umana ingrandisce, e s’apre lentamente alla luce d’una bontà nuova, che sorge come un astro all’orizzonte del mondo.
Simboleggiò forse questo pensiero il grande scrittore del «Germinal» nella scena culminante del suo libro terribile. Dopo i lunghi giorni d’affanno mortali passati dal minatore nelle tenebre delle gallerie franate e dall’ingegnere nel lavoro disperato del salvamento, Stefano, operaio ardente e ribelle, e Negriel, il capo autoritario e scettico, che fino allora s’eran odiati, quando s’incontrano si gettano nelle braccia l’un dell’altro e «singhiozzano a grandi singhiozzi nella commozione profonda di tutta l’umanità che è nell’anima loro». Così nel poema. Passerà la tempesta, e s’incontreranno così nella storia.