Obiezioni al socialismo.

Molti avversari dichiarati del socialismo sono fautori di una tassa fortemente progressiva, qual’è nel «programma socialista minimo», e presagiscono che questa tassa, fra cinquant’anni, sarà in vigore in tutti gli Stati civili; oppure propugnano la necessità d’un’imposta proporzionale sulle successioni, diretta a vantaggio esclusivo delle classi lavoratrici, la quale costituisca una specie di diritto successorio per tutti coloro che non hanno alcuna successione da attendere, rendendo obbligatorio per tutti i ricchi quello che ora non è che spontaneo atto di carità di qualcuno.

Altri dicono, come il Richet: — Non crediamo nel socialismo; ma prevediamo che, per effetto della progressiva inevitabile diminuzione del valore del capitale (prodotta da un complesso di cause che dimostriamo), sarà un giorno quasi soppresso il capitalista; poichè per avere una rendita corrispondente al guadagno accresciuto del lavoratore, occorrerà un capitale così ingente, che saranno un’eccezione minima quelli che potranno vivere senza lavorare.

Dicono altri come il Secrétan: — Noi non siamo socialisti; ma pensiamo che le associazioni operaie si svolgeranno fino a un punto in cui coordinandosi tutte in una vasta associazione nazionale, si troveranno in grado di riscattare dai capitalisti tutti quanti i mezzi di produzione e di attuare un sistema che ripartirà più largamente e più equamente fra tutti i suoi lavoratori la somma delle ricchezze sociali.

Dicono molti altri come il Nitti: — Noi non abbiam fede nell’Idea socialista; ma siamo persuasi che, allargandosi e perfezionandosi l’organizzazione e l’educazione delle classi operaie, diventando anche più meccanica l’industria, partecipando direttamente al potere come è giusto e necessario il popolo lavoratore, la funzione della borghesia sarà ridotta col tempo presso che a nulla.

Altri molti, del socialismo nemici inconciliabili, come lo Spencer, ammettono come cosa possibile che il tipo sociale industriale «forse con lo svilupparsi delle cooperative, le quali cancellano, teoricamente, la distinzione fra lavoratore e padrone» abbia a produrre in avvenire un ordinamento politico ed economico, in cui non esistano più interessi opposti di classe.

Molti altri, come il Sonnino nel suo libro sulla Sicilia, dicono: — Noi neghiamo la lotta di classe (e si sottintende); ma riconosciamo che le nostre istituzioni libere sono ordinate in modo da perpetuare e peggiorare uno stato di cose disumano ed iniquo, che esse non son che armi messe nelle mani d’una classe perchè possa seguitare a vivere e a godere a spese delle altre, e che bisogna fare in modo che questo cessi, ossia «che l’aumento della ricchezza vada a benefizio delle condizioni generali del lavoratore, invece di andar tutto quanto, sotto forma di rendita fondiaria, nelle tasche dei proprietari».

Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla consecuzione del capitale».

Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profitto unico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».

Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania: — Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario, obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai, e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di legge.

Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma, propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo, e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore della terra o almeno una gran parte di esso, che è conseguenza naturale dell’accrescimento della popolazione e della ricchezza senza il concorso di alcuno sforzo o d’alcuna spesa del possessore.

Altri ripudiano il socialismo; ma proclamano l’utilità di convertire in servizi pubblici il maggior numero possibile dei servizi che sono affidati ora alla speculazione privata e ritengono col Chamberlain che il governo municipale sia il migliore strumento di riforme sociali che debba essere suo ufficio l’accumulare le ricchezze della comunità e adoperarle a sopperire ai bisogni dei cittadini men fortunati, ed esercitare come la direzione d’una grande società cooperativa, della quale ogni cittadino sia un azionista.

Dicono altri, come disse il Molinari, direttore del «Journal des Economistes»: — Noi crediamo assurdo il socialismo; ma siamo costretti a riconoscere che, per quanto debba esser grande il mutamento che da ciò deve nascere, «i giorni dell’agricoltura individuale sono contati»; e quale sia quel «grande mutamento» che il Molinari non determina, lo accennano altri, come lo Zangtar, che, dopo aver studiato le proprietà collettive dell’Ungheria e d’altri paesi, dicono: — Noi non siamo socialisti; ma chi sa che il comunismo incosciente dei popoli fanciulli non sia appunto quella forma naturale della produzione che, messa in pratica scientemente, sarà chiamata a riportarci, nella maturità del progresso, i giorni felici della fanciullezza, senza le tempeste che a questa s’accompagnarono?

Altri, combattendo il socialismo, dicono, come il Barazzuoli, che bisogna estendere la proprietà al maggior numero possibile di contadini, «perchè il contadino che non possiede non sarà mai altro che un servo della gleba»; e come si possa accordare questo frazionamento della proprietà terriera con la fine della agricoltura individuale pronosticata dal Molinari, che è ben altro economista che il Barazzuoli, lo dica chi ha mente più acuta della nostra. Altri nemici del socialismo come Vittorio Bersezio, mettono però innanzi la massima: La terra a chi lavora. — Altri, come la nostra Rassegna «L’Economista», respingono il programma socialista, ma caldeggiano l’idea della nazione armata. — Altri, come la più parte dei soci della «Lega della pace», dicono: — Non siamo socialisti: ma crediamo nella federazione dei popoli e nella pace universale. — Altri, come il Clemenceau: — Non siamo socialisti; ma vogliamo assicurata a tutti i lavoratori la vecchiaia. — Ed altri ancora: — Non siamo socialisti, ma vogliamo parificati i diritti della donna a quelli dell’uomo. — Non siamo socialisti; ma vogliamo la giustizia gratuita. — Non siamo socialisti, ma vogliamo con l’istruzione obbligatoria il mantenimento dei fanciulli poveri: senza di che l’istruzione obbligatoria è una tirannia e una menzogna. — E si potrebbe continuar senza fine in citazioni consimili; le quali ci dimostrano la verità di quella sentenza che ricordò poco fa Carlo Wagner agli studenti universitari francesi: — L’avversario è un collaboratore.

Mettete insieme, infatti, tutte le affermazioni, le proposte, le tendenze, le speranze dei valentuomini sopracitati, per ciascuno dei quali il socialismo è un’utopia, e vedete, se, supponendo le une attuate e le altre avviate ad attuarsi, non conducono necessariamente, fra tutte, all’attuazione integrale della idea socialista; vedete se nel centro a cui tutte queste linee ideali convergono si possa essere altra cosa che il socialismo. Tutti questi nostri avversari ci fanno l’effetto di tante persone che portino inconsciamente una pietra per la costruzione d’un edifizio il quale dicono impossibile a costruirsi. Essi non possono concepire una riforma, un’idea di progresso e di miglioramento sociale, la quale non sia un argomento che indirettamente ci confermi nelle nostre convinzioni, un involontario impulso al movimento delle nostre idee, una prova di più che non è possibile progredire se non per la via sulla quale noi li precediamo, e che per non essere trascinati al socialismo non ci son che due mezzi logici: rimanere immobili o retrocedere. Ma il rimanere immobili è per forza d’una legge sociale, inviolabile quanto una legge di natura, impossibile, e il retrocedere pare a quelli stessi che lo vorrebbero una cosa anche più temeraria e funesta che l’andare avanti.

Spontanei o forzati, consapevoli o no, sono dunque tutti in varia misura nostri collaboratori. Progressisti arditi o cauti, conservatori tenaci, retrogradi di cuore, se non di fatto, tutti i nostri avversari si ritrovano, rispetto al socialismo, nella condizione di quei cittadini di Nuova York, che vanno sulle «strade giranti»; possono gli uni correre innanzi, altri star fermi, altri camminare in direzione opposta al moto del ponte che li sostiene; ma tutti son portati irresistibilmente da quella parte verso cui la strada procede.

E questa verità è compresa oramai anche dalla parte più incolta e più apatica del popolo lavoratore. Non è un socialista italiano che lo dice: è un francese legittimista e conservatore: «Intorno al letto di porpora e di letame su cui muore questa società in decomposizione, il popolo aspetta. Ben persuaso che tutto sarà per lui un giorno o l’altro, egli è più burlone che violento, e meno impaziente che non si creda: egli mostra invece una certa rassegnazione sorniona — una pazienza di erede....»