Nel campo nemico.
Compagno ingenuo, che ti perdi d’animo, qualche volta, considerando il grande numero degli avversari che si combattono e degli indifferenti che non ci badano, tu ti lasci scoraggiare da un’illusione. Chi esamina gli uni e gli altri, classe per classe, con occhio attento, non solo non si perde d’animo, ma sente rinvigorita la propria fede, e trova un vero diletto nello spettacolo che gli offre il campo nemico.
*
Per esempio, tu vedi una legione di giornalisti che tuonano e lanciano scherni e calunnie contro il socialismo. Non ti sgomentare. Non tutti credono e sentono quello che scrivono. Molti di essi, quando ragionano a quattr’occhi con socialisti loro amici, non sono così feroci e inflessibili come paiono nei loro giornali. Molti, nel giudicare la società presente, non sono molto discordi da noi; non pochi riconoscono nel Partito socialista la grandezza del fine, la logica e la lealtà del procedere, il disinteresse, la generosità, la dottrina dei principali propagatori; altri consentono anche in una parte del programma nostro e giungon fino ad ammettere che il socialismo è un freno salutare alla prepotenza di un individualismo senza pietà che ci condurrebbe alla rivoluzione; alcuni vanno più oltre, e presagiscono che il socialismo trionferà per cadere in breve tempo, è vero; ma dopo aver sgombrato e preparato il terreno a una riforma meno ardita, ma pure grande e durevole. E se di queste idee non lasciano trasparire nemmeno un barlume nei loro articoli, se il più delle volte dicono violentemente il contrario, è perchè non possono fare diversamente, perchè il contrario vuole che dicano la gran maggioranza dei lettori che tengono in vita il giornale di cui essi vivono, e se scrivessero la sola metà di quello che pensano, si vedrebbero grandinar nell’ufficio le disdette d’abbonamento. Ma se domani si fondasse un giornale socialista con un milione di capitale, che offrisse diecimila lire l’anno ai collaboratori, tieni per certo che molti di essi accetterebbero con gratitudine un posto nella redazione e vi adempirebbero «coscienziosamente» il loro dovere. La forza vera e tenace non è che nella profondità delle convinzioni. Quelli non son dunque dei nemici forti e incrollabili, che il socialismo abbia a temere.
*
Così, tu vedi combattuto furiosamente il socialismo da tutti i così detti «ben pensanti», i quali temono che il mondo mutando in meglio per molti, muti in peggio per i pochi. Costoro chiamano i socialisti «spostati, sobillatori, ribelli, invidiosi della ricchezza, nemici del consorzio civile». Non te ne inquietare. Se tu li sentissi, la maggior parte, quando parlano in privato dei borghesi più benestanti di loro, di quell’aristocrazia milionaria, che li offusca col suo lusso, li domina con la sua influenza e li offende con la sua alterigia; tu sentiresti sulla loro bocca tutte le formule della critica socialista più ardita, una identità di argomenti e di parole da farti credere che studino a mente i nostri giornali; ma condite di ben altra acrimonia. Bisogna vedere come analizzano le sorgenti torbide delle grandi fortune, come flagellano l’ozio fastoso e superbo, come si rivoltano contro la potenza corruttrice delle grandi ricchezze «accumulate in poche mani». Essi gridano la croce ai socialisti della soffitta; ma sono dei socialisti del terzo piano, furibondi contro gli sfruttatori e i parassiti del piano nobile. Se non mirasse più in alto di questo piano la nuova dottrina, si inscriverebbero forse nel Partito. In ogni modo, sono socialisti dalla cifra del loro patrimonio all’insù, «istigatori all’odio» tra cerchio e cerchio della loro classe, alleati nostri indiretti, fautori parziali, avvocati segreti e inconsapevoli della nostra Idea.
*
V’è un’altra classe di avversari nostri che forse ti danno a pensare; sociologi in carica, economisti insegnanti, accademici e conferenzieri, i quali dimostrano scientificamente che il socialismo è una dottrina assurda e funesta. Non bisogna dar loro un’importanza eccessiva. Molti di essi si trovan nella condizione di quei sacerdoti che non han più fede: bisogna pur che fingano di averla. Certo non esiste ancora un programma governativo per le scienze economiche e sociali, come lo chiedeva al ministero non è molto tempo, un senatore israelita; ma, dentro a certi limiti, si può dire che è sottinteso. Lo stipendio segna la strada; non si può professar socialismo dalla cattedra scientifica. Può un cittadino qualunque, anche colto, giustificar la sua conversione alle nuove idee, dicendo: — Mi son messo a studiare e mi son persuaso; — ma come può dire un economista: Dopo trent’anni di studio riconosco che ho battuto una strada falsa? — Non si può pretender l’eroismo da alcuno. E quanti di essi, che combattono il socialismo con baldanzosa sicurezza, sono assaliti da mille dubbi, che li fanno tentennare e transigere nelle dispute private, e quanti dissensi dividon la loro famiglia anche in faccia all’avversario comune, anche sui punti capitali delle loro dottrine! Ma già l’edifizio della scienza ufficiale, screpolato e rotto da ogni parte, somiglia a una di quelle vecchie case di via Pietro Micca, di cui non restan più che i muri esteriori, in mezzo ai quali si va innalzando, non veduta, la casa nuova. Vista di lontano, la facciata ha ancora aspetto di solidità e alcun che di maestoso, ma non è più che un simulacro d’edifizio, condannato anch’esso a cader fra poco.
*
V’è un’altra famiglia di nostri concittadini, che ti è cagione di sconforto e di amarezza. Sono poveri impiegati, istitutori, borghesi d’apparenza soltanto, formanti la così detta coda della borghesia, non più legati a questa che di nome; i quali, per mille ragioni d’interesse e di sentimento dovrebbero far causa comune con noi e schierarsi primi nel nostro campo. Non pochi, è vero, vi son già schierati. Ma i più rimangono ancora dall’altra parte, resistono all’azione della propaganda, non si fanno veder mai con uno dei nostri giornali tra le mani, sfuggono perfino visibilmente la nostra compagnia. E, tu li credi nemici del socialismo e li chiami ciechi e li hai in ira. Quanto t’inganni, per la maggior parte di loro. Non son ciechi, non timidi; vedono e capiscono quanto noi; con noi sono la loro coscienza e il loro cuore; ma il pane loro e della loro famiglia è nelle mani altrui; se entrano nel socialismo, lo perdono; sono vigilati e minacciati; non hanno libertà nè sicurezza. Ma non dubitare: i nostri giornali e i nostri libri li leggono di nascosto, in seno alla propria famiglia esprimono le nostre idee e le nostre speranze, sulla scheda elettorale scrivono i nomi che noi scriviamo, e dell’incremento maraviglioso del moto socialista che seguono con tutta l’anima, gioiscono e insuperbiscono in segreto. Attendi che il partito diventi così alto e vasto da poterli proteggere, e ve li vedrai accorrere a migliaia, alla luce del sole, e riconoscerai che, in ispirito, v’appartengono per sempre.
*
Tu consideri ancora come nemica quella gran moltitudine di gente di tutte le classi che al nome del socialismo scrolla le spalle e risponde che non vuol nemmeno udirne discorrere e volta la schiena ai propagandisti. Ma t’inganni. Tutti costoro ripugnano dal socialismo, non perchè è quello che è ma per l’unica ragione che è una idea nuova, e ripugnano egualmente da tutte le altre idee consimili per quella inerzia dell’intelligenza e dell’animo chiamata ora misoneismo, per cui l’accettazione d’ogni idea è una fatica, anzi un vero dolore, che offende e sconcerta l’organismo come una violenza fatta alla sua natura. Essi non hanno nè convinzioni nè passioni: stanno dalla parte dove si può stare senza muoversi e senza pensare. Sono monarchici sotto la monarchia, repubblicani con la repubblica, clericali dove il clericalismo predomina, democratici dove impera la democrazia. La loro divisa è: — Non vogliamo esser seccati. Non si curano di sapere se i socialisti abbiano torto o ragione, se possano condurre la società al meglio o al peggio: per loro sono dei disturbatori: e per questo solo li hanno a noia e chiudon le orecchie alla loro voce. Non li udrai mai neppure esprimere un giudizio sulla dottrina socialista; o se lo esprimono sarà un giudizio d’altri, ripetuto macchinalmente, che non ha alcuna radice nell’animo loro in cui nessuna idea può mettere radice. La moltitudine è numerosa, certamente; ma non è forza ostile e temibile. Non c’è bisogno di conquistarla, poichè su di essa non le idee, ma i fatti soltanto hanno potere. Essa cederà ai fatti. Essa non sostiene alcuna forma politica o sociale se non fino al momento in cui è più comodo sostenerla che lasciarla cascare. Essa non ha altra forza che quella del suo peso, e appena sentirà inclinato il terreno verso il socialismo, scivolerà in questo tutt’a un tratto e tutta insieme come una massa di neve giù per la china a un leggero soffio di vento.
*
V’è poi nelle classi colte una categoria a parte di avversari nostri, specialmente di personaggi in vista, fini d’ingegno ed elastici di coscienza, i quali combattono il socialismo; ma spiando l’orizzonte e fiutando il vento. Sono professionisti, scienziati, scrittori, uomini politici, persuasi, in fondo, della inevitabilità di un grande mutamento di cose; ma persuasi a un tempo che, per ora, è loro più utile combatterlo che secondarlo. Lo combattono però con gli opportuni riguardi per non precludersi la via al gran passaggio che si propongon di fare al momento propizio. Accarezzano con una mano il proletariato, ma lisciando con l’altra la borghesia! Parlano dell’affratellamento delle classi, ma senza dire qual sia la prima che deve tender le braccia; inneggiano all’avvenire migliore, ma senza determinare in che cosa esso debba diversificar dal passato; approvano le leggi eccezionali, ma a condizione che siano «applicate» con delicatezza. Così potranno dire un giorno d’esser fautori antichi delle nuove idee e d’aver cooperato al loro trionfo. V’è nella pelle di ciascuno di questi borghesi un socialista rimpiattato, pronto a saltar fuori; il quale, quando vanno in piazza, fa capolino, e quando entrano in un salotto si aggomitola. Ma salterà tutto fuori fra non lungo tempo, non dubitare, e senza aspettare scioccamente l’ultima ora. Chi sa quanti di costoro volgono già in mente degli eloquenti opuscoli di propaganda diretti a convincere o a vituperare gli ultimi renitenti ostinati! E sarà un bello spettacolo in quel tempo una furia di conversazioni inaspettate, una baldoria di coscienze rifatte, un carnevale di trasvestimenti e di trasformazioni e di giravolte da superare in grandiosità e in lepidezza quanto si è veduto al mondo finora.
*
Così è. I nemici del socialismo, gli ostacoli che gli attraversano il cammino, giudicati dai più così formidabili, son tali in apparenza più che in realtà. È un sistema di vecchie fortezze disposto in maniera che, caduta l’una, le altre non reggono; un esercito scrivente e parlante, composto in gran parte di penne mercenarie che non hanno forza alcuna sui cuori e sulle coscienze; una confederazione d’interessati, ai quali non rimane più un solo grande principio, dietro a cui nascondere la difesa dei propri interessi; e serrata intorno a loro, una moltitudine d’infingardi e di abbrutiti incapaci di difenderli, e, mescolati a questa moltitudine, gran numero di astuti che covano già in cuore il tradimento. La prova che, sentendosi deboli, sono sgomenti, è che non han nemmeno l’elementare prudenza di difendersi con delle concessioni ragionevoli e di fare il loro festino con un po’ di modestia: negano più avaramente che per il passato e fanno un carnevale provocatore. A loro conviene veramente quella similitudine di Louis Blanc che paragona la società del suo tempo a Luigi XI nei suoi ultimi giorni, quando si sforzava di sorridere, di dissimulare il suo pallore, di non vacillare camminando, e diceva al suo medico: — Ma guardate! io non sono mai stato così bene. — Così la società d’oggi, dice egli, si sento morire e nega la sua decadenza. Circondandosi di tutte le menzogne della sua ricchezza, di tutte le pompe vane d’una potenza che svanisce, essa afferma puerilmente la sua forza e, nell’eccesso medesimo del suo turbamento, si vanta. I privilegiati della civiltà moderna somigliano a quel fanciullo spartano che sorrideva, tenendo nascosta sotto la veste la serpe che gli rodeva le viscere. Essi pure mostrano un viso ridente, e si sforzano d’esser felici; ma l’inquietudine sta nel cuore e li rode. — Ma già neppure più sorridono: gridano il socialismo barbarie, chiamano i socialisti malfattori, bestemmiano la libertà, si raccomandano a quel Dio in cui non credono. La malattia volge al suo termine quando incomincia il delirio.
Ecco la verità consolante.
Ed ora ti saluto, giovine compagno, e ti esorto a procedere serenamente e nobilmente sulla via.... del domicilio coatto.