Compagno.
Non sorrida di questa parola, professore egregio; è passato il tempo in cui si poteva ridere dei fatti nostri. Se ella, dotto cultore degli studi storici, vivrà altri cinquant’anni, si potrà fare molto onore, un giorno, studiando come sia sorto e come si sia diffuso tra noi l’uso di quella parola.
Ma è il semplice vocabolo, forse, non l’idea, che fa sorridere, ed ella ci vorrebbe domandare, come gli altri già fecero, perchè abbiamo adottato quello e non altro.
Amici, vorrebbe dire?
Amici si può essere anche dissentendo intorno alle più grandi quistioni che agitano il mondo, e, d’altra parte, noi siamo tanto numerosi, anche in una città sola, da non poterci più chiamare propriamente con quel nome.
Fratelli?
Con questa parola non ci possiamo distinguere e riconoscere, perchè per noi tutti gli uomini sono fratelli.
Camerati?
È in uso tra la «forza armata», e nostro supremo desiderio e nostra ferma fede è di non aver mai ad usare altra forza che quella della parola.
Compagno, dunque, è il nostro vero appellativo, che significa chi è avviato con noi, per la medesima strada, alla medesima mèta, acceso della stessa speranza, esposto agli stessi pericoli, pronto a soccorrerci, sicuro d’esser soccorso, commosso dalla stessa gioia che commuove noi ad ogni nuova conquista compiuta, nel lungo cammino, dal grande esercito inerme e invincibile a cui apparteniamo, e con cui combattiamo senz’ambizioni, senza rivalità, senza vantaggi, coll’unico compenso che vien dalla coscienza di servir la verità e la giustizia, di preparare al mondo un’età migliore.
Ma già a che serve spiegare, professore egregio? Come il nome d’una persona amata ha per chi l’ama un significato occulto e quasi un suono intimo che altri non può comprendere nè sentire, così la parola «compagno» per noi; e sarebbe inutile ogni sforzo che noi facessimo per spiegarne a lei il valore, come è inutile spiegar la bellezza d’un verso a chi ignori la lingua nella quale è scritto.
Solo l’operaio che s’ode chiamar «compagno» dallo studente, il «signore» che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo il propagandista appassionato che se lo sente dire per la prima volta dall’amico per un lungo tempo restio, il quale adotta la parola come segno e prova della sua conversione desiderata; solo il prigioniero che in fondo a un pezzetto di carta, fattogli pervenire con mille stenti, trova scritto: i compagni, sotto la consolante promessa che a sua moglie e ai suoi figli non mancherà il pane: solo l’oratore che lancia quella parola compagni a una folla di cinquemila uditori di ogni classe, che l’accolgono tutti con lo stesso fremito di compiacenza altera; solo colui che giunto in una città sconosciuta, si ode chiamar «compagno» da cento giovani non mai veduti, ai quali, per l’effetto di quell’apostrofe, si sente legato a un tratto da mille vincoli di affetto e di pensiero come ad amici d’infanzia ritrovati; questi soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù e di vittoria che questa parola racchiude.
Come nei giorni della fanciullezza, alla scuola, in luogo della parola «amico» che non s’usa ancora, s’usa quella di «compagno» e si rivolge a tutti, signori e poveri, col sentimento stesso non turbato ancora da alcun concetto di diversità di classe sociale; così a noi, con l’uso di quel nome si ridesta nell’anima il senso istintivo di fraternità e d’uguaglianza di quell’età più bella, che era rimasto sepolto per molti anni sotto un cumulo, sovrappostosi a poco a poco, di false idee, d’orgogli miseri e d’interesse di classe diventati egoismo pauroso e incosciente; e in questo ringiovanimento di cuore e di linguaggio sentiamo come un presagio e un avviamento a quel ritorno degli uomini — illuminati dalla scienza e dalla esperienza — a certe condizioni e forme di vita della fanciullezza dell’umanità, che è la definizione poetica e incompiuta del socialismo.
Sì, questa parola «compagno» che ha acquistato un senso nuovo in tutte le lingue europee, che si scambia famigliarmente da Parigi a Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, da Bruxelles a Sidney, fra uomini che non si vedranno mai; questa parola al cui suono grave ed amorevole, quando lo diciamo al più umile lavoratore della nostra famiglia, tace in noi, come per virtù d’una parola magica, ogni sentimento d’orgoglio vano, o se un momento persiste, è soffocato dopo quel momento da un senso di vergogna, e di rimorso violento come una rivolta del sangue; questa parola che a vederla scritta in capo a una lettera diretta a noi, ci par tanto più bella e solenne quanto più rozza ed inetta si rivela la mano che l’ha tracciata a fatica; questa parola è per noi un alto e prossimo argomento di conforto e di gioia.
Del non poter più dire, del non sentirsi più dire da molti il caro nome di amico, ci conforta il poter chiamare, il sentirci chiamar da molti col nome di compagno. Ad ogni amico perduto cento compagni sottentrano, uniti a noi, anche se conosciuti appena, da un nodo meno intimo, ma più saldo e più fortemente umano di quello che s’è spezzato. Nella folla che passa e nelle moltitudini immobili, cercando dei visi amici, il nostro sguardo si arresta di preferenza sul viso di coloro che chiamiamo compagni; visi mal noti, quasi sempre, veduti forse una volta sola fra altri mille; ma che ci ricordano riunioni fraterne, ore d’entusiasmo, moltitudini eccitate, sempre serene, cui su tutte le fronti brillava la stessa fiamma. E più ci rallegra quella parola, non detta a noi dalla bocca, ma dall’atteggiamento del viso, in mille incontri fortuiti, espressa con un sorriso indefinibile, significata in un saluto familiare cordiale. Che importa sapere il nome del passante? Il suo sguardo, il suo saluto ci dice: — Sono un tuo compagno. — E in quelle tre sillabe non udite, ma viste quasi, come i tre colori sfuggevoli d’una bandiera, si sono incrociate due correnti luminose di idee, di simpatie e di speranze.
Intanto la parola si diffonde. Ogni anno nuove miriadi di uomini la comprendono e l’accettano. Essa corre di bocca in bocca in borgate dove ieri era ignorata, è imparata da donne e da fanciulli, penetra nelle scuole, risuona nelle assemblee, entra nelle letterature, s’impone nella storia. E quanto più s’estende sulla faccia della terra e tanto più echeggia profonda nel nostro spirito, tanto più si fa grande al nostro pensiero e diventa dolce al nostro cuore. E per questo, con sempre maggior ardore, noi raccomandiamo ai giovani di rispettarla e d’onorarla, di non profonderla improvvidamente, di meditar bene su tutto ciò che essa significa e impone, di pronunciarla sempre col cuore e con la coscienza, di far comprendere alle loro sorelle, alle loro fidanzate, ai loro vecchi che nulla dice quella parola ch’essi non possono gridare a fronte alta davanti alle immagini della patria che amano e del Dio che pregano; non solo, ma che debbono accettarla essi pure, diffonderla intorno a sè, e benedir la gioventù che l’ha fatta sua e la grida al mondo, perchè essa esprime la comunione di milioni d’anime in un ideale che abbraccia le più grandi aspirazioni e le più sante leggi di Cristo.
Questo diciamo ai giovani. È superfluo dirlo a coloro che hanno accolto la fede socialista in quell’età, nella quale, quando essa nasce, nasce a un punto dal cuore, dalla ragione e dalla esperienza della vita. Chi, per un tempo, ha pronunciato la parola «compagno» con accento paterno e la intese dire a sè con accento filiale, continuerà ad amarla e propagarla, anche se la fede nella dottrina gli verrà meno; perchè non potrà più rinunciare alla profonda e austera dolcezza che quella parola gli fe’ conoscere, e rimarrà afferrato, illuso volontario al suo sogno, come a un’illusione necessaria alla sua vita. E non sperino i fidi e vecchi amici che ci combattono, e neppur i più amati parenti, che quella parola possa mai morire sulle nostre labbra e nel nostro cuore. Quando pure la vecchiaia e l’infermità e l’oscurarsi dell’intelligenza o un rovescio di fortuna ci condannasse nei nostri ultimi anni ad essere soldati disarmati e inoperosi dell’idea che ci splende alla mente, quella parola ci rimarrebbe sempre nell’anima come l’espressione del più alto stato a cui la nostra coscienza e la nostra vita d’uomini e di cittadini si siano sollevate. E all’ultima nostra ora, dopo che avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame del sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale possiamo dire ancora una volta «compagno» come nei nostri bei giorni di lavoro o di battaglia. E la più ambita, la sola gloria postuma, desiderata da quelli fra noi che avranno degnamente operato per la grande causa, sarà d’essere accompagnato là dove siamo tutti attesi da un drappello di coloro a cui demmo quel nome e che sia il più povero di loro quello che dandoci l’ultimo addio, ci saluti una volta ancora con quella parola che ci fu così dolce e onorevole, e ci dica: compagno, riposa; noi proseguiamo il cammino.