III.
Del resto, chi volesse sapere che maniera di vita sarebbe venuta a trascinare in quella villa la cognata di Furio, lo dice questa lettera scritta da suo fratello, che c'era stato l'anno prima una diecina di giorni, a uno dei suoi amici intimi.
“.... Il ragazzo, Furio, è tornato a scuola in città, ch'è a un'ora di qui, il giorno dopo ch'io arrivai. Per quel poco che potei vedere, mi parve il miglior soggetto di casa; ma non gli vogliono bene. Sua sorella, Candida, sta tutto il giorno tappata in camera; e non ti saprei dir bene di che cosa sappia; ma a far la vita che fa, bisogna che sappia di poco; si consuma; ci si vede già il patito, e non ha ancora vent'anni. Cattiva non la direi; sai, è una di quelle slavature di ragazze, che se ne vedono tante fra le maestre di pianoforte e le guardarobe degli orfanatrofii, senza fibra, senza sangue, senza curve, che vivono e muoiono caste nello stesso modo e per la stessa virtù che le figurine di gesso. Alta, smilza, un viso affilato di beghinetta, pettinata come una madonna, coi capelli lisci e appiccicati; non è brutta, se si vuole; ma nulla più. Per me, è come se non ci fossi; non mi parla, non mi guarda, si direbbe che non mi vede. Così mi tocca star tutto il giorno testa testa coll'uno o coll'altro di questi due vecchi, uggiosi tutti e due da stancare quanti hanno avuto il vanto della pazienza da Giobbe in poi. E ispirano anche più stizza che uggia. Lui è ispettore del Demanio, in vacanza; cavaliere. Pianta, quattro stanghe in uno di quei busti di legno dei barbieri da contadini, e n'avrai un'immagine; grande gravità, grande albagìa, gran testa di legno, ignorantissimo e vanissimo; di quella vanità goffa e meschina che matura specialmente negli uffizi governativi. Fondi un usciere presuntuoso con un sindaco di villaggio che la pretenda a grand'uomo: n'esce lui con quel palo in corpo, con quelle gote gonfiate, con quel perpetuo sorriso di pietà. È cortese; ma di quella cortesia che si crede necessaria come velo modesto dell'importanza, e affabile temperamento dell'autorità; cortesia che casca giù dall'alto, e dice: — Mi degno. — Credo che abbia poco cuore, o che il cuore gli si sia intorpidito, per disuso. E la sorella, peggio. Di figura, è una megera; e anche più d'anima, se l'ha; di qualche anno sopra la cinquantina; secca allampanata, tutta punte, con una faccia bronzina, di quelle faccie lucide che par che ci abbian dato una mano di vernice. Il carattere l'ha tutto espresso nella bocca; la quale non è una bocca, ma un taglio lungo e sottile, fatto con una temperinata, sempre chiuso, anche quando parla, ch'è di rado, grazie al cielo. È vedova anch'essa, come suo fratello, e fortunati i morti: ma credo che non se ne sia mai accorta, non deve aver mai sentito nulla, è un foglio di cartapecora male incartocciato; e poi lunatica, inquieta e brontolona. In verità io non so capire perchè lì dentro ci debba essere un'anima immortale! La sera egli scrive le sue cose d'ufficio, la sorella fa la calza, io suono il pianoforte, leggo, parlo; nessuno dei due alza la testa; solamente lui, di tratto in tratto, mi dà un'occhiata di sopra gli occhiali, e con quel suo odioso sorriso protettore mi risponde. — Sicuro! — e daccapo a scrivere. Credi, mi sento brulicar qualcosa su per le dita....„ La lettera era sottoscritta Riconovaldo.