IV.
Alcuni giorni prima che seguisse il caso del giardino d'Azeglio, una sera, un po' avanti l'ora solita, Alberto tornò a casa col viso stravolto, e si chiuse nella sua camera senza dir parola. La mattina seguente si levò per tempo, e cercò d'uscire non visto; ma la ragazza, che stava in guardia, lo fermò in tempo, e prima con un piglio scherzoso di comando, poi con un accento commosso di preghiera, tentò di farsi dire quello che gli era accaduto. Alberto, più serio, ma anche più affettuoso del solito, le rispose che non gli era seguito nulla, che la sera innanzi sera sentito un po' male, e che il riposo della notte l'aveva rimesso. Ma era ancora pallido, e aveva gli occhi rossi. Giulia non credette. Pregò ancora, lo prese per mano, versò qualche lagrima, ma inutilmente; il giovane le strinse la mano e la guardò con tenerezza, e poi uscì senza dir parola. Da quel giorno in poi non parve più quello di prima. Anche le sue abitudini mutarono; tornava a casa ora molto più tardi, ora molto più presto che per il passato, parlava più di rado; e quantunque facesse uno sforzo continuo per parere, se non allegro, tranquillo, si capiva, al solo guardarlo, che era agitato e triste. La ragazza lo supplicava: — Parli! mi dica che cos'ha! non mi faccia soffrire! — E lui ancora più caldamente pregava Giulia che non si desse pensiero di quel suo cangiamento, ch'era effetto d'un malessere passeggiero. Ma intanto ogni giorno diventava più pallido e più melanconico, e lo sforzo che faceva per sorridere e per parlare, appariva sempre più evidente e più doloroso. La sera della scena del giardino tornò a casa per tempo, e Giulia lo pregò ancora, più teneramente che mai, di parlare; egli le rispose con voce stanca e tremante; — Fra qualche giorno.... oggi è impossibile; — e si chiuse nella sua camera, lasciando la povera ragazza desolata. La mattina dopo, prima che le donne si destassero, era già fuor di casa.