III.

Il giovane del giardino d'Azeglio era di questi. Si trovava da pochi mesi in Firenze, impiegato come scrivano nello studio d'un avvocato che gli dava novanta lire al mese. Era nato a Palermo, dove aveva fatto i suoi primi studii, e perduto in tenera età il padre e la madre. Di parenti non gli era rimasto che uno zio, il quale l'aveva raccolto e mantenuto a malincuore per alcuni anni; e poi gli aveva fatto intendere poco amorevolmente che in casa c'era una persona a suo carico. Allora il giovane, sollecitato da un amico di Firenze a venire in cerca d'un impiego nel gran mare della Capitale, se nera partito da Palermo con qualche centinaio di lire, e molte speranze. Ma arrivato in riva all'Arno, dopo molto scendere e salire per l'altrui scale, aveva dovuto dare un addio alle speranze, e contentarsi di campare copiando. L'amico se n'era tornato in Sicilia dopo poche settimane, e il povero scrivano era rimasto solo nella città sconosciuta.

Toccava appena i vent'anni, ma ne dimostrava assai di più, come tutti quelli che han cominciato per tempo a faticare per vivere. Aveva l'intelligenza aperta e pronta, e non mancava d'una certa cultura, benchè fosse stato costretto a lasciar le scuole, quando appunto cominciava a capire e a studiare. Gli era rimasto in capo quello che rimane generalmente a coloro pei quali il passaggio dell'adolescenza alla giovinezza segna l'abbandono dei libri per le faccende; qualche data istorica, qualche verso di Dante, e i nomi degli scrittori contemporanei più popolari. Ma aveva quell'accorgimento modesto e guardingo, comune a pochi, col quale, non oltrepassando mai i confini del proprio sapere, si riesce a tenerli sempre nascosti; e si può parlare di ogni cosa, senza mai dire uno sproposito, o si sa tacere in maniera, che non paia vergognosa l'ignoranza.

Le sue novanta lire al mese gli bastavano; con quaranta mangiava in una piccola trattoria, con diciotto aveva trovato una cameretta al quarto piano, in una via appartata, in casa di una povera famiglia, che viveva d'una piccola pensione e dei pochi quattrini della dozzina. Questa famiglia era composta d'una vecchia, vedova d'un impiegato fiorentino, quasi sempre malata; e d'una ragazza di diciott'anni, che non faceva altro che assister sua madre.

Questa aveva fatto qualche difficoltà a ricevere in casa il nuovo inquilino; e perchè non c'eran mai stati che dei vecchi, coi quali poteva parlare dei suoi malanni, ed anco averne qualche aiuto, quando occorreva, più che di parole; e perchè, d'altra parte, un giovane avrebbe fatto chiacchierare il vicinato, e dato a lei la noia di dover tenere gli occhi aperti. Ma Alberto, fin dalla prima volta che l'aveva visto, le era parso così quieto, così raccolto, così pari pari, che s'era indotta, dopo un po' di esitazione, a dargli la camera. La figliuola, dal canto suo, non aveva fatto nessuna istanza, nè mostrato desiderio ch'egli entrasse in casa a preferenza d'un altro; ed anche per questo essa aveva acconsentito.

— Non ha di discreto che gli occhi, — aveva detto la figliuola il giorno della sua entrata in casa.

Era un inquilino che dava poca noia. Tornava verso le nove della sera, dava la buona notte, e andava a letto subito; la mattina, al levar del sole, era già fuori. Così entrando, come uscendo, non faceva il più piccolo rumore. Nella sua camera, quando la madre e la figliuola entravano per rifare il letto, ogni cosa era al suo posto come l'avevan lasciata il giorno prima; pareva che non ci fosse stato nessuno. I mobili erano spolverati, i panni spazzolati e piegati; alle donne non restava quasi nulla da fare. Pochi vestiti; scarsa biancheria e di qualità infima, due o tre libri, un piccolo baule, eran tutto il suo corredo; ma in ogni cosa c'era l'impronta d'una cura continua e rigorosa, d'una lotta ostinata della spazzola, del sapone e dell'ago, contro il tempo, le seggiole e i tavolini dello studio. — Povero giovane, — esclamava la vecchia, — si vede che è corto a quattrini; ma non gli manca il giudizio. — La figliuola, i primi giorni, le diceva che per essere tanto assestato a vent'anni, bisognava non aver sangue nelle vene, e che a lei gli uomini che rubavano il mestiere alle donne, non le piacevano; ma dopo aver ripetuto molte volte queste parole, una mattina aveva soggiunto: — Eppure, un giovane che vive in questo modo.... è simpatico! —

Era quasi trascorso un mese, dacchè il giovane era entrato in quella casa, e fra lui e le sue ospiti non eran corse altre parole che il solito buon giorno e buona notte. Una sera la madre fu presa da un accesso forte del suo male consueto, e il giovane venne pregato d'andare a chiamar il medico. Andò, tornò col medico, e, dopo che questi fu partito, restò nella camera accanto al letto della malata. La ragazza doveva scendere nella strada a pigliar certe medicine dallo speziale dirimpetto. Prima di scendere levò il lume di sulla tavola, perchè sua madre pativa la luce, e lo pose a piè del letto, accanto al giovane; poi s'avviò per uscire. Arrivata sull'uscio, approfittò del buio che la nascondeva, per voltarsi a guardare il suo inquilino. — O chi è quello là? — domandò a se stessa maravigliata. Il lume, rischiarando di sotto in su il volto del giovane, gli dava una sfumatura alla pelle e una vivezza d'espressione così nuova, che appariva quasi trasformato. — Par bello, — soggiunse la ragazza, e discese. Quando risalì, cominciò a discorrere, guardandolo. A ora tarda si separarono, ed essa ripetè tra sè stessa: — Non ha proprio altro di bello che gli occhi.... e la voce. —

Così, a poco a poco, ora per effetto d'un lume posto in un certo punto, ora per la espressione insolita d'un atteggiamento, ora per il suono particolare d'una parola, il giovane si venne mutando ai suoi occhi a tal segno, che in capo a due mesi non le pareva più quel d'una volta, accolto sulle prime con indifferenza e guardato non di rado con dispetto.

La madre di tratto in tratto cadeva ammalata, e ogni volta egli andava pel medico, e restava poi accanto al letto, quando la figliuola doveva uscire. Così nacque fra loro una certa dimestichezza. La vecchia aveva cominciato ad aprir gli occhi; ma non vedendo assolutamente nulla che le desse motivo di tenerli aperti, li aveva richiusi. Ringraziava spesso il suo inquilino delle cure che le prestava, e ne discorreva affettuosamente colla figliuola. Finirono col far conversazione ogni sera, tutti e tre, intorno al tavolino da lavoro; la madre parlando per lo più dei pettegolezzi delle vicine, ii giovane della sua Palermo, la ragazza di bazzecole, tanto per farsi veder sorridere e poter guardare negli occhi il suo ascoltatore, mentre egli guardava lei. Oltre gli occhi discreti e la voce bella, essa aveva scoperto il sorriso simpatico e le maniere “proprio gentili„.

Una sera stavano affacciati tutti e due alla finestra guardando giù; era buio e pioveva, e non si vedeva anima viva. A un tratto balenò in fondo alla via una luce viva e tremula; eran le fiaccole della Compagnia della Misericordia. — Che serata melanconica! — mormorò la ragazza, voltando le spalle alla finestra; — è una di quelle serate che verrebbe voglia di addormentarsi e di non svegliarsi più... Non l'ha mai provato lei questo sentimento? —

Il giovane sorrise, poi mormorò: — Lei ha ancora sua madre; come le possono venire in mente queste idee?

— E lei non l'ha più?

— Io non ho più nessuno. —

La ragazza fu scossa dall'accento di queste parole, lo guardò, e disse a bassa voce: — Non lo aveva mai detto. —

Dopo un altro momento domandò: — Non ha neppure fratelli? —

— No.

— Avrà degli amici in Firenze....

— Nemmeno.

— Ma come si fa a vivere senza voler bene a nessuno?

— E chi le dice ch'io non voglia bene a nessuno?

La ragazza lo fissò, sorrise, mosse una mano per ravviarsi i capelli, non potè, era imprigionata; mosse l'altra, era stretta anche quella; chinò gli occhi, li rialzò, non v'era più alcuno; fuggì essa pure. Da quel giorno, in quella casa, tutto mutò: pensieri, visi, atti, discorsi; la madre aprì una terza volta gli occhi, ma cogli occhi anche il cuore ad una speranza lontana; le conversazioni si protrassero ogni sera fino ora più tarda; la dimestichezza divenne intimità; e solo una volta ci fu un po' di malumore da una delle due parti. La madre propose al suo inquilino di fargli il desinare in casa: egli rifiutò; ma dopo due giorni si ristabilì la pace.

I due giovani eran tutt'e due piccoli e bruni; egli serio, essa allegra, e più bella; e si chiamavano Alberto e Giulia.