VIII.

Il giorno dopo, all'ora solita, Carlo e Camilla si trovavano dinanzi al portone. Essa aveva. gli occhi rossi; egli la salutò sorridendo.

— Sei allegro? — domandò Camilla.

— Sì.

— Si direbbe che hai già dimenticato che devi partire.

— Io non parto, — rispose francamente il giovane.

— Come non parti?

— Non parto — soggiunse egli, spiccando chiaramente le sillabe, — non vado a fare il soldato.

— Ti metteranno in prigione! — esclamò Camilla fissandolo inquieta, chè indovinava il suo pensiero.

— A lasciarsi prendere! — egli mormorò guardando in aria.

— Carlo! — esclamò la giovane smettendo il lavoro, — tu scherzi!

— Scherzo?... Vedrai.

— Carlo! — riprese Camilla — tu non pensi a quello che dici! Tu non mi vuoi bene! Da quando in qua t'è venuta questa idea?

— L'ho sempre avuta.

— Non è vero!

— Come non è vero? — gridò Carlo voltandosi in tronco, e le diede una di quelle terribili occhiate che le facevano morir la parola sulle labbra. Camilla si rimise a sedere, appoggiò la fronte sulle mani, e mormorò con voce umiliata: — Abbi compassione di me.... non mi far soffrire.... dimmi che non dici davvero.

Egli le pose una mano sul capo in atto carezzevole, ma la ritirò subito e stette pensando. Tacque per qualche minuto anch'essa, assorta nella meditazione della nuova disgrazia che il disegno di Carlo le faceva prevedere; poi s'alzò, e appoggiando le mani colle dita intrecciate sopra una spalla del giovine, gli disse con tutta la dolcezza del suo cuore e della sua voce:

— Io ho capito quello che tu hai in mente, e... guarda, so anche chi ti ce messo quell'idea. —

Il giovane fece cenno di no.

— Non dir di no, Carlo, io non ti voglio metter male con nessuno; dico soltanto per farti vedere che certe cose non ti credo capace di pensarle. Tu mi vuoi bene, non è vero? —

Carlo accennò di sì.

— Dunque... un po' di pensiero di me, se è vero che mi vuoi bene, te lo dovresti prendere. Vorresti lasciarmi sola? Capirai bene che io non posso andare con te. Tu mi puoi dire che anche per andar a fare il soldato mi devi lasciare. Lo so anch'io, ma è un'altra cosa. Se vai a fare il soldato, io so dove vai e so anche quando torni; anno più, anno meno, se non seguono disgrazie, è sicura; ma se parti per un altro motivo... addio matrimonio; chi sa quando potresti tornare. E poi... dove andresti? Oh Dio mio, non mi ci far pensare; bisognerebbe bene che andassi in un altro paese; lo so dove vanno; passano i monti, ce n'è già stati anche da queste parti di quei che disertano; ma si son più visti? io sento dire che finiscon tutti male. E poi... se è per il sostentamento della famiglia, tu sai, che, grazie al cielo, anche se non ci fossi tu, per qualche anno non sarebbe una rovina; ma posto pure che s'avesse bisogno di te... a esser fuor di paese, mi pare che sarebbe la stessa. Perchè te n'andresti allora? Pel bene dei tuoi, o di me, no;... ma già l'hai detto per farmi paura, Carlo, non è vero?

— Ma sai, — rispose Carlo con un sorriso forzato, senza guardarla, — che si direbbe quasi che ci hai piacere ch'io vada a fare il soldato? Di' la verità, ci hai piacere?

— Piacere! Ma, Carlo! Possibile che tu non possa dirmi una parola senza farmi male al cuore? Non mi conosci ancora? Da quando mi hai dato la notizia, sette giorni fa, non ho più avuto un momento di pace, tu lo sai; non ho fatto che piangere e disperarmi... e poi guardami in viso, come mi son ridotta; vedi che non penso che a te, che ti sto sempre accanto, che appena ti vedo allegro mi consolo, e ogni volta che mi dici una parola trista, cambio di colore; e in ricompensa della vita che faccio, invece d'incoraggiarmi, di mostrarmi almeno un po' di compassione, mi dici che ho piacere che tu parta!

— Non ho detto questo, io.

— L'hai detto e poi... Dubiteresti di me forse? Vuoi ch'io ti prometta che per tutto il tempo che starai lontano non guarderò in viso nessuno, nemmeno per un momento, come se non avesse gli occhi? Io son capace di farlo, faccio magari un voto, io; tu non mi conosci ancora, vedrai. Io son donna da venir qui, in questo posto, tutte le sere, cinque anni di seguito, come se tu ci fossi sempre. Cinque anni? dieci, quindici anni ti aspetterei, senza lamentarmi; senza farti mai il più piccolo torto, nemmeno col pensiero. Ma purchè io sappia che tu sei in paese, che non giri pel mondo come un disperato, che non c'è nessuno che ti cerca, che fai il tuo dovere. Tutti gli altri vanno... Carlo, tu puoi capire quanto mi costa dire questa parola; eppure sento che è mio dovere di dirtela, e te la dico con tutto il cuore, senza esitare, anzi, guarda, con una certa soddisfazione, come se fosse la parola di una preghiera: Va tu pure! —

Quando siamo ostinati in un proposito, e specie in un proposito tristo, la parola di chi vuol persuaderci a staccarcene, quanto più è amorevole e dolce, tanto più indurisce l'ostinazione e inasprisce la resistenza.

— Va! va! — proruppe il giovane, scrollando le spalle; — s'ha un bel dire: Va, quando si sta a casa! bisogna sapere che razza di vita è quella che si va a fare!.... Va!

— Non t'impazientire, Carlo; sa Iddio se io m'immagino che sia una bella vita! Per quanto sia brutta, non lo sarà certo quanto pare a me; ma pure bisogna farsi animo. O che la vita che andresti a fare fuor di paese sarebbe meglio? Ce ne sono state dell'altre ragazze che discorrevano con giovani che dovevano andare soldati; ne conosco io più d'una, le conosci anche tu. Ebbene, i giovani sono partiti, sono stati lontani parecchi anni, qualcuno è anche andato alla guerra. Le ragazze li aspettarono; in tutto quel tempo vissero ritirate; finalmente quelli tornarono, si volevano più bene di prima, si sposarono, e ora vivono in pace, senza rimorsi. Io non credo che sarebbero così contenti, se fossero fuggiti, anche nel caso che avessero potuto tornare. E la vita del soldato non era mica più brutta allora che adesso.... E poi se tu fossi uno di quei deboli, come Pietro, il figlio del fornaio, che non ha potuto resistere, e dicono che è morto in una marcia, non direi; ma sei robusto, (lo guardò), e staresti anche bene.

— Sì, sì, tutte buone parole, — rispose il giovane con un leggiero sorriso; — ma non fanno al caso: io non parlo di fatiche, io non ho paura della fatica. Gli è questo qui, — e si picchiava sul cuore, — che non se la sente di fare il soldato. Io non son fatto per servire, ecco. I signori qui accanto m'avevano fatto la proposta di andare in città, e a che patti! Hai visto se ho accettato; è il mio carattere, cosa vuoi? coi superiori non me la dico, è impossibile. Figurati la schiavitù del soldato! Mi sgridano, rispondo, e sai cosa succede. Io so che vita è, me l'hanno detto, e poi tutti lo sanno; va una volta in piazza d'armi e lo saprai anche tu. Io sento che se vado non torno; non è una vita per tutti, tant'è vero che c'è di quelli che s'ammazzano dalla disperazione. Andrei a lavorare nelle miniere, piuttosto; andrei magari qui alla fabbrica di vetri, dove si sta tutto il giorno davanti alle fornaci, e si perde gli occhi; andrei dove tu vuoi, anche a crepare; ma a fare il soldato, no, non posso, è inutile, son fatto così: servire non è il fatto mio.

— Servire! — disse timidamente la ragazza; — io non so, ma... per quello che sento dire, e che pare anche a me, il soldato fatica e corre anche dei pericoli; ma non serve nessuno. Chi serve?

— Tutti! — gridò il giovane, — tutti serve!.... Chi serve! —

Camilla tacque un momento, e poi disse a fior di labbra, incertamente, come si dicon le cose sentite dire, più perchè ci son rimaste negli orecchi, che per averle capite:... — Serve il Re.

— Un'altra ora! — rispose Carlo, cercando in sè stesso una risposta; — il Re! Già, è sempre lì in caserma a far da protettore, il Re! È lì a farti far giustizia, quando ti maltrattano a torto; a farti dare del pane buono quando te lo danno colla muffa; e a far capire ai medici, quando ti curano, che sei carne di cristiano? Ne sa dimolto il Re!

— Io non so; ma ho anche sentito dire che fare il soldato... è un onore.

— Ah, povera te, un onore! L'onore è per quelli che comandano, e hanno i galloni d'oro e le tasche piene di quattrini; ma per il povero contadino che va lì a sgobbare quel tanto e poi chi s'è visto s'è visto, non c'è onore che tenga. Sai cosa c'è? C'è i ferri corti, cara mia; ecco quello che c'è. E poi... (qui abbassò la voce e riprese con accento molto significativo) tu non sai che vita fanno i soldati. —

La ragazza lo guardò un momento incerta, come se non avesse capito, e poi, abbassando gli occhi, mormorò:

— A me mi pare che chi vuole, può portarsi bene da per tutto.

— Già! Hai sempre una buona ragione da dire, tu! Tu accomodi tutto! Tu vedi tutto bello!

— E tu non vedresti tutto tanto brutto — rispose Camilla con una certa vivacità, — se non ci fosse chi ti fa vedere in quel modo!

— So di chi vuoi parlare, non è vero, e non dire una parola di più!

— Ma come vuoi ch'io parli allora? — proruppe essa con una voce, in cui si sentiva il tremito dell'indignazione; e intanto le si gonfiavano le vene del collo bianco e sottile. — Io ti dico quello che sento, quello che mi dice il cuore e che mi par il tuo bene, e tu vai in collera! Vuoi ch'io ti dica per forza quello che pensi tu? Comandami! minacciami! Ma col cuore non me lo farai dire, non lo dirò mai, mi ripugna... non posso!

— Ebbene! — disse Carlo con una voce che pareva tranquilla, ma con un viso che la fece tremare; — vado, te lo prometto, vado; ma... sentimi bene, te lo dico prima, e sta sicura che terrò la parola: io non sono uno di quelli che si lasciano mettere il piede sul collo, io ci ho del sangue nelle vene... mi conosci; ebbene, io, la prima volta che un superiore mi fa una prepotenza, o mi dice una brutta parola, o mi mette le mani addosso, fossimo anche in mezzo alla piazza d'armi, in mezzo alla strada, in presenza di cento persone, di te, del tuo Curato, dei tuoi parenti, di chi diavolo vuoi, com'è vero Dio gli spacco la testa col calcio del fucile, e segua quel che vuol seguire! —

Camilla si coperse il viso con orrore; egli la guardò di traverso, con quello sguardo di compiacenza bestiale che misura la ferita aperta dalla parola: ma quasi nello stesso punto, per uno di quei rapidi mutamenti del cuore che non sono rari in quelle nature violente, si commosse alla vista di quella poveretta che singhiozzava, come se il petto le si volesse spezzare.

— Camilla! — gridò con voce amorevole.

— Sì! — essa prese a dire singhiozzando, — vogliate bene a un giovane, consacrategli tutto il vostro cuore, soffrite, tremate, consumatevi per lui; tutto questo colla speranza che, quando egli si trovi in un momento difficile, vi dia la consolazione di vedere che ha bisogno di voi, che gli potete riuscir utile, confortarlo, incoraggiarlo; sì, illudetevi; quel momento verrà, farete quanto potrete per persuaderlo a non mancare ai suoi doveri: ebbene, allora, per ricompensa del vostro affetto, egli vi risponderà che vuol fare... — e soggiunse a fior di labbra — l'assassino! — e diede in uno scoppio di pianto più forte.

Carlo si chinò e la prese per una mano; essa approfittò di quel momento per gridargli con voce supplichevole: — Promettimi che andrai! — e l'afferrò per le braccia.

— Camilla! — esclamò egli, svincolandosi e allontanandosi rapidamente; — sono un disgraziato! —

Camilla fece cenno che si fermasse, Carlo scomparve; allora essa riabbassò il capo piangendo. In quel punto la scosse il suono d'una voce lieta e amorevole che domandava: — Cosa c'è?

— Ah! il signor Curato! — esclamò Camilla. — Ho tanto bisogno di lui, è buono, gli dirò tutto, mi farà coraggio, sia ringraziato il cielo! —

E corse verso il vecchio prete colla confidenza e colla serenità d'una bambina.