XI.
Carlo si fermò in mezzo alla strada, convulso, e rimase qualche minuto in uno stato di tremenda incertezza. In quei pochi minuti si decise la sorte della sua vita. La prima idea che gli venne fu di correre da Camilla e gridarle: — Sì, andrò a fare il soldato, son pentito, sono un altro, perdonami quello che t'ho fatto soffrire e non si parli più del passato. — Ma non aveva ancor finito di dire a sè stesso quelle parole, che già la rabbia di sentirsi vinto, il suo orgoglio selvaggio, e quella feroce voluttà del dispetto che era dominante nella sua natura, avevano preso il di sopra. Stette ancora un momento piantato là, ansante, come se avesse fatto una lunga corsa, e poi disse risolutamente: — No, no, no! Non son che parole! Son tutti d'accordo per volermi alla catena! È inutile, è un avversione del sangue, non posso, non sarà, dovessi ridurmi a vivere come un bandito o come un cane. — E tornò difilato alla bottega dell'amico.
Questi, appena Carlo ebbe finito di riferire i discorsi del curato, diede una scrollata di spalle, tirò fuori dal cassetto un giornale spiegazzato e sucido, lo spiegò sul tavolino e: — Senti questo — disse — io non ti domando altro che di sentir questo, e poi farai quello che vorrai.
E cominciò a leggere:
“.... Noi abbiamo veduto cogli occhi nostri fino a quale eccesso di furore bestiale possa trascinare l'uomo codesto zelo insensato di disciplina, che si pone fra le più elette virtù militari. Un reggimento di fanteria tornava da una esercitazione campale faticosissima; i soldati digiuni cadevano stremati di forze; invano i superiori si scalmanavano per farli andare innanzi. Allora il colonnello radunò tutti gli ufficiali e disse loro: — Assolutamente, all'ora tale, bisogna arrivare; si servano della sciabola. — E gli ufficiali si precipitarono tutti ad un tempo sopra i soldati, gridando: — Animo! Su! Avanti! — pestando i piedi e agitando le sciabole nude. Pochi soldati poterono alzarsi; i più rimasero stesi in terra. Allora le sciabole fendettero l'aria, e cadde una tempesta di piattonate sulle schiene, sulle teste, sulle braccia di quei poveri infelici che chiedevano pietà; e colle piattonate i calci, e coi calci gl'impropèri soliti: — Poltroni! Canaglia! Carogne! — Risposero qua e là grida di lamento e di sdegno; e gli ufficiali a tirar fuori i taccuini, a notare i nomi, a minacciar ferri, consiglio di disciplina, reclusione, galera. Alcuni soldati, levatisi a stento, stramazzavano daccapo, e su questi si precipitavano i medici, gridando: — Impostori! — e scotevanli e strascinavanli fin che s'accorgessero che avevano il viso livido e le membra irrigidite. Altri, ripreso l'andare, barcollavano sotto l'immane peso dello zaino, e ingombravano la strada ai compagni, così che gli ufficiali indispettiti finivano per liberarsene, buttandoli nella polvere con un urtone. Altri, fermatisi per asciugarsi il volto sanguinoso, toccavano nuove percosse dagli ufficiali, che vedeano in quell'atto una protesta. Il reggimento, così camminando, arrivò a una porta della città. Ne uscì in quel punto un aiutante di campo a cavallo e s'avanzò di carriera verso il colonnello. Dopo un istante si propagò un grido fra gli ufficiali: — Il principe! Il principe! — Il reggimento fu fermato e schierato in un baleno; i soldati ch'erano indietro, cacciati innanzi a spinte, quelli stesi in terra afferrati pel collo e tirati su. Fu dato il comando: — Presentate le armi! — Il principe si avanzò, bello, fresco, allegro, seguito da cinque ufficiali che guardavano le signore alle finestre; diede uno sguardo di compiacenza alle prime compagnie, fece un complimento ai primi capitani; e non era ancora arrivato davanti al mezzo del reggimento, quando di fila in fila corse una voce sommessa, come un ordine ripetuto, e dopo un istante, da quei mille petti sfiniti, da quelle mille bocche arse, uscì un grido lungo, stanco, straziante, accompagnato da un sorriso di sarcasmo amaro, un grido che aveva qualcosa della risata d'un pazzo e del rantolo d'un affogato: — Viva il principe! — Il colonnello fu invitato a pranzo....„
Arrivato qui, ripiegò il foglio e disse: — Hai capito? I preti ti danno delle chiacchiere; io ti do delle verità sacrosante e stampate. Che cosa te ne pare?
Carlo non rispose, e rimase per lungo tempo immobile colle braccia incrociate sul petto e cogli occhi fissi sul giornale. La sua risoluzione, però, non era ferma ancora quanto egli voleva far credere a sè stesso. Qualche cosa di bello e di grande gli era passato nell'anima ed egli se ne sentiva ancora sconvolto e quasi sgomentato.