XII.

Poche ore dopo, Iride stava appoggiata a una finestra del salotto da pranzo, colle spalle volte alla campagna, e diceva: — Ma che proprio non ci sia modo di sfranchire un pò questo ragazzo? — In quel momento sentì il passo di Furio che scendeva le scale, e soggiunse subito: — Ora mi ci metto io. —

Furio entrò di corsa, credendo che non ci fosse nessuno; appena entrato, si fermò.

— Vieni qua, — disse risolutamente Iride, vedendo ch'egli si voltava per tornare indietro.

Furio la guardò stupito.

— Qua, — ella ripetè in tono scherzevole di comando; Furio, adagio adagio, le venne vicino.

— Ancora, — soggiunse Iride sorridendo.

Furio s avvicinò fino quasi a toccarla, col viso acceso, cogli occhi bassi, colle sopracciglia corrugate che pareva che soffrisse: non aveva che un leggiero sorriso sulle labbra, forzato, tanto per non parere un orso addirittura. Iride lo guardava con un'attenzione piena di curiosità, come per leggergli dentro, chè quella confusione le cominciava a parere strana davvero.

— Dove andavi? — gli domandò dolcemente, dopo un po', togliendogli di sulla manica della giacchetta un non so che di bianco, rimastovi appiccicato. Furio seguì con occhio attento e stupito quella mano, e poi rispose timidamente:

— In giardino.

— Sul lago? — dimandò essa di nuovo, come distratta, per dare al dialogo un certo tono di famigliarità; e si chinò a guardargli l'altra manica, come se vi avesse visto una macchia. Furio intravvide di su in giù quello stupendo volume di capelli biondi, e rispose con voce malferma:

— ... Sul lago.

— Ma guardami dunque! — esclamò Iride con allegra vivezza; — ti faccio paura? —

Furio si scosse e le lanciò uno sguardo che voleva dir cento no, franchi, sonori, risoluti; poi riabbassò gli occhi più confuso.

— Oh che strano ragazzo! — proruppe Iride con uno scoppio di risa; e piegando all'indietro la testa e giungendo le mani, scopriva tutto il collo bianco e le braccia bellissime.

— Ma perchè non ti pettini mai?

— ... Mi pettino, — rispose balbettando il ragazzo.

— Ma sei sempre così arruffato! — soggiunse Iride, e gli passò una mano sul capo. Furio diede un guizzo, piegò sotto come una verga di giunco, e il suo rossore disparve.

— E adesso? — dimandò la signora, ritirando la mano.

— ... Che? — mormorò Furio, ricomponendosi.

— Che cos'hai?

— ... Nulla.

— Guarda come ti sei messo la cravatta. Se fossi tua madre, vedo che avrei un gran da fare per darti un po' di garbo. Ecco, guarda come si fa, fermo un momento: così... e così... —

E nel piegare e ripiegare la cravatta andava ripetendo quei così con una vocina lenta e carezzevole, a pause, come si fa ai bambini quando non voglion lasciarsi vestire. Tutt'ad un tratto tirò indietro le mani e domandò: — Perchè tremi?

— Non tremo, — rispose in fretta il ragazzo.

— Ma sì che tremi, e sei diventato pallido!

— Io no.

— Ti dico di sì, figliuol mio; tu non ti senti bene, hai bisogno d'aria, dammi il braccio, e andiamo a fare una passeggiata nel giardino. —

Furio, esitando, le porse il braccio; la condusse, a passo incerto, fino alla porta, e lì l'affare si fece serio: doveva passar prima lui? prima lei? tutt'e due insieme? a braccetto o divisi? Iride, ridendo, passò la prima. — Ah! questo cavaliere... — esclamò poi, riprendendo il braccio del poveretto tutto vergognoso; — andiamo, via. —

Furio, che non aveva più quegli occhi dinanzi, ritornava a poco a poco padrone di sè e incominciava ad afferrare colla mente la sua felicità; ma, oh Dio! fatti dieci passi, cracche, le ha messo il piede sul vestito; Iride guarda, è stracciato.

— Ma guarda come cammini! — esclamò con voce stizzosa, arrossendo. — Non vengo più, ecco! — E si sciolse bruscamente dal braccio del suo cavaliere; ma subito ritornò verso di lui sorridendo, e gli disse: — Povero Furio, come sei rimasto male! — Poi, porgendogli la mano, soggiunse: — Qua, facciamo la pace. —

Furio pose la sua destra tremante nella piccola mano d'Iride, e continuò a camminare più impacciato che mai. Andavano per un viottolo fiancheggiato da due alte siepi. Iride fece qualche domanda al piccolo cognato intorno alla sua scuola, alle sue occupazioni, alla campagna, di quelle solite domande che si fanno ai ragazzi senza badare alla risposta, e poi, ridendo, lo interrogò della zia: — Un po' durotta, eh? — e l'interruppe per accennargli un fiore, che glielo pigliasse. Furio lo prese e lo teneva in mano per non saper come porgerlo.

— Animo, sii gentile, e mettilo qui, per bene. —

E si voltò di fianco e chinò con molta grazia la testa, perchè glielo mettesse nei capelli; Furio glielo mise.

— Dio mio! — gridò Iride, spaventata, dopo pochi passi; — che strada è questa? —

Aveva messo un piede sull'orlo d'un fossetto pieno d'acqua e c'era scivolata dentro un buon palmo. Con un leggero sforzo tirò fuori il piede tutto stillante. Allora Furio si buttò in ginocchio, e prima col fazzoletto e poi coll'erba del sentiero strappata in fretta e furia, cominciò a fregare lo stivaletto con una foga disperata.

— No, no, basta, — andava dicendo Iride: — basta, Furio, grazie, non ti affaticare, tanto son tutta bagnata, bisogna ch'io mi vada a cambiare, basta, lascia pure. —

E andava ritirando il piede, stretto intorno alla noce dalla mano del ragazzo, come da un cerchio di ferro.

— Ma basta! — proruppe Iride con uno scoppio di risa.

Furio si alzò tutto rosso, sudante e glorioso, e quando Iride si fu allontanata, diede in un riso represso, si strinse un dito fra i denti, si stropicciò forte le mani, battè i piedi, rise di nuovo, e alzando gli occhi al cielo esclamò con trasporto di contentezza:

— Oh Dio! Dio! Come sono felice! Non c'è nessuno più felice di me sopra la terra!