XIII.

A Iride non era nemmeno passato per la mente che sotto quella gran timidezza del ragazzo si nascondesse qualcosa; e non c'è da meravigliarsene. I ragazzi noi li crediamo sempre più ragazzi di quel che sono. E questo, perchè, al solito, vedendoli e trattandoli, non ci è presente alla memoria il grado vero d'intelligenza e di sensitività che avevamo noi all'età loro. Se ci fosse presente sempre, ci ricorderemmo, per esempio, quasi tutti che, da bambini, abbiamo sentito far dei discorsi, in presenza nostra, che noi ora, alla presenza d'altri bambini, non ripeteremmo; e allora coloro che li facevano, erano fermamente persuasi che noi non gl'intendessimo; e gl'intendevamo invece quanto loro, e facevamo le viste di no. L'intelligenza dei fanciulli precorre quasi sempre l'accorgimento dei genitori o degli educatori, o di chiunque abbia ragione di tenerli al buio di qualche cosa per un certo tempo; le cautele vengono quasi sempre tardi; e fra quando cominciano a capire e quando si comincia a sospettare che capiscano, tutti i fanciulli sono più o meno ipocriti, e la loro ipocrisia è tanto più fina e profonda, quanto più viva e più spesso delusa la curiosità.

Lo stesso segue degli affetti.

Un ragazzo di quattordici anni! Chi gliel'avesse detto, a Iride, ell'avrebbe dato in uno di quei suoi scoppi di risa freschi e sonori, che facevano restar a bocca aperta il suo piccolo schiavo.