XXII.

Verso le otto della sera dovevano arrivare insieme dalla città Candida, suo padre e il fratello Carlo. A Iride, per procurarle il piacere della sorpresa, non era stato detto nulla dell'arrivo del marito. Furio non sapeva nulla nemmeno lui; alle sei era stato mandato dalla zia a portare una lettera a una villa vicina, e ritornando doveva trovare a casa, a sua insaputa, il fratello.

Riconovaldo, la sera, passeggiava pel giardino sconfortato e triste. In vita sua non gli era mai toccata un'umiliazione pari a quella che Candida gli aveva inflitto poco prima, su per la scala, e nei giorni addietro, ad ogni ora, ad ogni minuto, senza remissione, duramente e spietatamente. Non c'era più dubbio per lui; gli era parso uno stupido, un tristo, un ragazzaccio presuntuoso e insolente, quello che era, in una parola. Già egli se l'era sempre sentito; era nato coll'anima per isbaglio, quella ragazza aveva detto giusto; gli amici, ridendo, gli facevano intendere la verità; egli era l'ultimo degli uomini; un bello schizzo d'uomo; un fantoccio. La vergogna, la stizza, il rodimento gli erano cresciuti a segno da mutargli il viso che pareva quello d'un altro, pareva brutto; si sentiva brutto; si sentiva di fuori com'era dentro; era annientato. E tutto questo per Candida, per quel bel cesto di ragazza senz'anima e senza forma di donna, insipida, sgarbata e orgogliosa.... Egli l'odiava.

Mentre era su questi pensieri si sentì chiamare improvvisamente per nome, e voltandosi, vide la donna di servizio; una buona vecchia che serviva in quella casa da vent'anni.

— Sono due ore che la cerco, — disse la donna — e son parecchi giorni che ho da domandarle una cosa: mi permette? —

Il giovine accennò di sì.

— Una cosa che più ci penso e meno la capisco, e c'è solamente lei che me la possa spiegare. Ma bisogna che venga con me subito, perchè non c'è tempo da perdere. —

Riconovaldo s'alzò; la vecchia, precedendolo, lo condusse alla villa, gli fece salir la scala, apri la porta della camera di Candida e gli disse: — Entri. —

Il giovane la guardò meravigliato.

— Entri, entri; se non entriamo qui, non mi posso far capire. —

Il giovane entrò e guardò intorno; era una camera semplicissima; le pareti nude, un lettino bianco, poche seggiole, e un tavolino accanto alla finestra con su qualche libro.

La vecchia chiuse la porta, si venne a piantare in mezzo alla camera, in faccia a Riconovaldo, e cominciò con aria di mistero:

— La signora Candida è una ragazza tranquilla, non è vero?

— Così m'è sempre parsa, — rispose il giovane, senza capire a che potesse condurre quella domanda.

— Non ha mica nessun dispiacere nella famiglia?

— No, ch'io sappia.

— È anche una giovane di.... giudizio, seria; voglio dire che non ha uno di quei naturali, che hanno tante, a capricci; è sempre ad un modo lei colla gente, non è vero?

— È verissimo.

— E qui in campagna non conosce altra gente che suo padre, sua zia, suo fratello, lei e la cognata, non è vero?

— Nessun altri.

— Oh dunque, — esclamò la vecchia dopo un momento di riflessione, — come mai è tanto cambiata da un tempo in qua?

— Ma se dicevate adesso che è sempre ad un modo.

— Colla gente sì; ma quand'è sola e anche quando ci son io, no.

— E cosa fa quand'è sola?

— Oh se sapesse! Senta. Ma.... prima di tutto; sa lei che ci siano dei libri che fanno piangere come disperati?

— Dove sono questi libri?

— Eccone uno. —

La vecchia tirò il cassetto del tavolino, prese un libro e lo porse a Riconovaldo.

Storia di Sibilla, — lesse il giovane sul frontespizio; — è un romanzo, e con questo?

— Fa molto piangere?

— Può far piangere.

— Da disperati?

— Oh Dio! da disperati no; qualche lacrima, così, come se ne versano tante.

— Allora guardi; ci devono essere dei segni; legga qui. — E le indicò una pagina piegata, dove ci eran tre righe segnate coll'unghie.

Riconovaldo lesse da sè: — “Miss o' Neil era una ragazza grande, magra, angolosa, che camminava con una regolarità e una rigidezza d'automa....„

— E ora qui.

— “.... Brutta fino quasi al ridicolo, la gente si capisce, non l'aveva punto assuefatta male. Circondata sempre d'un'atmosfera glaciale, sempre imbarazzata e nervosa come persona che cammini sotto sguardi malevoli ed ironici....„

— E qui.

— “.... Voi non lo potete mica sapere tutto quello che io soffro, povera bambina, voi non lo potete.... è impossibile! Immaginatevi ch'io sono sola al mondo, più sola d'un'altra, perchè sono brutta e spiacevole, e questo mi condanna a esser sempre sola, senza affetto, senza marito, senza figliuoli! E io sarei stata una così buona madre, sapete, Sibilla, una così tenera madre!„ —

Riconovaldo, leggendo, s'era turbato; quand'ebbe finito, chiuse il libro e rimase pensieroso.

— Ma che diavolo dice quei libro? — domandò la donna.

Il giovane non rispose

— Io era qui quando la signorina leggeva, e leggendo quella pagina lì, piangeva, e faceva i segni coll'unghia, e poi, quando andai fuori, diede in un pianto dirotto, e seguitò a piangere per tutta la sera. —

Riconovaldo continuava a tacere, cogli occhi immobili a terra, come trasognato.

— E poi tante altre cose, — riprese la donna. — Una sera venne su in fretta, che pareva più allegra del solito, e cominciò a scrivere, a scarabocchiare, a stracciar fogli e ci stette fino a notte avanzata, che non pareva mai contenta del suo lavoro; e poi per che cosa? Avesse almeno scritto una lettera! Di tanto scrivere, la mattina non c'era altro che un fogliolino di carta pieno di sgorbi e di cancellature, nascosto in fondo al cassetto...

Così dicendo la vecchia aperse il cassetto, prese il foglio e lo porse; Riconovaldo lesse a stento tra frego e frego: — “.... Bisogna capirli, bisogna studiarli, ma per studiarli bisogna amarli.... I ragazzi.... Quando il cuore si apre.... la compagnia delle bambine della sua età....„ Cos'è questo? — gridò il giovane colla voce tremante, passandosi una mano sulla fronte; scorse il foglio da capo a fondo, c'era tutto il suo discorso di quella sera intorno all'educazione dei ragazzi.

— Ma questo è niente! — disse ancora la vecchia; — o mi dica un po' lei, come può venire in mente ad una ragazza di fabbricarsi un mazzetto di questa fatta e di custodirlo come un gioiello? —

E ciò dicendo levò dalla cassetta e mostrò a Riconovaldo un mazzetto di fiori secchi col gambo lungo un palmo, legati malamente come un mazzo d'insalata. Riconovaldo riconobbe il mazzetto che aveva regalato per ischerno a Candida, e ch'essa aveva buttato in un canto.

— Che gliene pare? — soggiunse la vecchia scotendolo per un braccio, che pareva estatico. — E dire che baciava questi fiori come se glieli avesse regalati l'innamorato! Mi spieghi dunque tutto questo.

— Un momento, — rispose il giovane, correndo nel canto della finestra per esser libero coi suoi pensieri. Egli era giusto e buono; la scoperta di quel segreto gli scosse tutto quello che aveva di più gentile e di più generoso nell'anima; un impeto di gioia, una piena di dolore amaro, uno struggimento profondo di tenerezza e di pietà gli presero il cuore ad un punto, gli occhi gli s'empierono di lacrime, il petto gli ansava, ed egli mormorava tra sè concitato: — M'ingannavo, dunque! Essa è buona, è santa, mi amava; la ragione della sua freddezza è in quelle parole del romanzo; non poteva sperar nulla, credeva impossibile ch'io la ricambiassi, si voleva sottrarre al pericolo, si voleva vincere; taceva, soffriva, piangeva, mi perdonava, scriveva le mie parole, baciava i miei fiori, e io la credevo senza cuore, io la pungevo, io la schernivo, io l'ho insultata; io che non son degno di baciarle il vestito, io ho insultato lei, quella giovane disgraziata, quel povero angelo senza speranze e senza conforto; io sono un vigliacco!

— Signor Riconovaldo, — disse improvvisamente la vecchia, — è arrivata la carrozza; se ne vada via subito; guai a me se Candida lo vede qui! Ho appena tempo di riporre i libri.

— Andatevene.

— Ma no; lei mi vuol far sgridare; per carità vada via, a momenti Candida è qui, la scongiuro, se ne vada!

— L'aspetto.

— Ah! no, signore, per carità.... Dio! Eccola qui!

— Oh Candida! Candida! — proruppe Riconovaldo con un accento profondamente doloroso e supplichevole, correndole incontro colle mani giunte; — perdono, mia povera Candida, perdono! —

Candida capì a volo, e indietreggiò gettando un grido.

— No, Candida! — continuò affettuosamente il giovine pigliandola per mano, e conducendola in fretta vicino alla finestra, — non mi sfuggire; perdonami; tu sei buona, tu sei un angelo; ho visto un libro, i fiori, quel foglio di carta; io non sapevo nulla, io non potevo immaginare;... io sono stato un indegno; tu sei buona, Candida, perdonami; io non posso vivere con questo rimorso nell'anima; sarebbe una disperazione; non sono cattivo, Candida; te lo sarò parso, ma non lo sono, te lo giuro; parlavo per dispetto, credevo che tu mi disprezzassi e mi sentivo offeso; perdonami, dimmi che ti scorderai tutte le mie parole; io t'ho fatto del male, lo so, sì; tu neghi, perchè sei buona, ma t'ho fatto del male; se tu non mi perdoni, vivrò sempre col crepacuore e colla vergogna; io t'ho insultata, Candida; perdonami....

— Riconovaldo! — esclamò Candida con voce manchevole, cercando di sciogliersi dalle sue braccia. — Non è niente vero... vi siete ingannato.... lasciatemi....

— .... Tu sei offesa, — egli continuò con voce affannosa, baciandole il vestito a ogni parola, — tu non mi vuoi perdonare, è giusto; ma io non voglio lasciarti così, è impossibile, non saprei più che far di me, non mi potrei più soffrire, sarei troppo spregevole anche ai miei occhi; mi parrebbe sempre di vederti piangere, mi saresti un ricordo doloroso per tutta la vita, io non posso andarmene senza il tuo perdono; Candida, te ne scongiuro, perdonami... cara, buona Candida....

— Sì, perdono.... — mormorò con voce semispenta la ragazza, posandogli la mano sulla fronte per tenerlo lontano — ma andatevene, andatevene....

— No, perdono non basta, Candida; dimmi qualche altra parola; tu non hai detto perdono col cuore; dimmi che mi perdoni tutto, che dimenticherai tutto, che non mi credi un indegno, che le mie parole non ti faranno piangere, che le terrai come parole d'un insensato, dette in un momento di passione; io volevo essere stimato da te; io non posso sopportare l'idea che tu mi disprezzi, tu che sei tanto buona; dimmi che mi stimi ancora, te ne scongiuro; ho bisogno del tuo perdono e della tua stima!...

— La mia stima! — gridò Candida, frenando un vivo slancio d'affetto.

— Sì, sì, Candida, dimmi questa benedetta parola; dimmi così: — Riconovaldo, io ti perdono e ti stimo.

— Ebbene, sì! — esclamò essa, fissando i suoi occhi ardenti e soavi in quelli gonfi di lacrime del giovine; — io ti perdono, io ti stimo... ti stimo, e ti.... stimo! — soggiunse a bassa voce.

— Candida! — gridò il giovine balzando in piedi con rapidità fulminea, e stringendole la testa tra le mani; — tu volevi dire un'altra parola; dilla! —

E Candida gli bisbigliò all'orecchio: — T'amo! — e nascosto il viso contro la spalla di lui, diede in un pianto disperato.