XXIV.
La mattina appresso Iride e suo marito partirono; in poche parole era stata chiarita ogni cosa; la condotta sconsiderata della signora era stata indovinata e posta fuori di dubbio alla prima; nè lei nè Carlo potevano più rimanere alla villa.
Furio ritornò in sè molto tardi; riavutosi dallo svenimento, lo aveva preso una febbre violenta. Quetata la febbre, e con essa il delirio, egli si trovò nella sua camera solo e circondato da un profondo silenzio come se la villa fosse stata abbandonata. Il pensiero di quel che era accaduto la sera lo assalì all'improvviso, lo prese un'angoscia disperata, e pianse amaramente per molte ore, esclamando fra i singhiozzi: — Candida! mia povera Candida! Che cosa ho mai fatto! — e desiderava di morire.
Stette per molte ore solo, senza sentire il suono nè d'un passo nè d'una voce, oppresso da uno sgomento indicibile.
A un tratto si spalancò la porta della sua camera. Egli balzò a sedere sul letto; ma non vide nessuno, non sentì nessuno; la porta pareva stata aperta da un fantasma.
Passò qualche altro minuto.
Sentì un rumore di passi lenti e gravi; tremò; qualcuno saliva su per la scala; passò suo padre davanti alla porta, senza guardare; passò la zia, passò il medico di casa, passò un signore sconosciuto, passò Riconovaldo, tutti silenziosi, col capo basso, tristi. Egli tese l'orecchio, sentì che salivano al secondo piano, e restò immobile col respiro sospeso. Allora gli tornarono in mente quelle parole: — Bisogna tagliarle il braccio; — e cominciò a tremare violentemente in tutta la persona.
Dopo pochi minuti s'affacciò qualcuno alla porta e disse:
— È finita. —
Allora Furio gettò un grido straziante e cacciò la testa sotto le coperte prorompendo in singhiozzi disperati.