XXV.

In quel frattempo Riconovaldo condusse nel salotto da pranzo i due vecchi, e li fece sedere davanti a sè, dicendo che lo stessero a sentire senza interromperlo.

— Vi ho fatti venir qui — cominciò con viso e accento severo — per dirvi che la cagione di tutto quello che è accaduto siete voi. —

Il vecchio si rizzò.

— Lasciatemi dire, — riprese Riconovaldo; — v'ho da dire una cosa che nessuno vi disse mai, o che voi non voleste mai capire. Ed è che per Furio voi non avete mai avuto cuore, che lo avete disconosciuto, trascurato, e tenuto in casa come un estraneo, credendovi sciolti da ogni dovere verso di lui con dargli da mangiare e da dormire... Lasciatemi parlare... L'avete creduto sempre uno scemo, ed è pieno d'ingegno; perverso, ed è pieno di cuore; e rivende in tutto e per tutto voi, suo fratello, me, tutta la mia stirpe e tutta la vostra. Voi lo avete sempre umiliato; gli avete turato la bocca ogni volta che v'ha domandato un po' d'affetto; l'avete tenuto qui per comodo vostro sei mesi dell'anno, come una fiera in un parco, a inselvatichirsi nella solitudine e a istupidirsi nella noia; gli avete fatto respirare per quattordici anni, non l'aria pura e benefica della famiglia, ma quella fredda e pesante d'una casa d'ospizio, come se l'aveste raccolto per la strada, o ve l'avessero dato a convitto; non avete avuto un palpito insomma, non vi siete dati una cura, non vi siete preso un pensiero, un solo pensiero per lui. Nessuna meraviglia dunque che questo ragazzo, con tanto affetto nell'anima, a cui s'impedì sempre l'uscita, l'abbia poi versato tutto con impeto alla prima occasione; nessuno stupore che le prime parole affettuose abbiano trovato in lui un'eco troppo viva, se non glien'avevate mai fatta sentire nessuna; nulla di più naturale che il primo viso di donna che gli si parò dinanzi, gli abbia fatto dar di volta al cervello, s'egli non n'aveva mai visti, se era stato sempre lontano dalla gente, se era sempre vissuto in mezzo ai campi come un eremita. Sacrificate una volta i vostri comodi, se avete cuore e giudizio, andate a stare in città, conducetelo con voi nelle case dei vostri conoscenti, fatelo stare in mezzo alle bambine, sfranchitelo, incoraggiatelo, amatelo, e fategli capire che lo amate, e penetrate un po' nell'anima sua e nella sua testa, chè non tutti son fatti a un modo e non bisogna giudicar tutti da noi. E finitela con questa maniera d'educazione che vuol mantenere l'autorità colla freddezza e la disciplina coll'umiliazione, e non fa altro che soffocar l'amor proprio, indurire il cuore, alimentare la diffidenza, seminar l'avversione e l'ingratitudine. È un'educazione da collegi. La casa non è un collegio. Nella casa non ci devono essere nè freddezze, nè odii, nè ipocrisie, nè oppressioni; nella casa si corregge, si consiglia, si prevede, si dà dei buoni esempi, e si ama, e così si compie il proprio dovere, si educano i figliuoli, si preparano gli uomini e si lavora per la società. Scusate se sono stato un po' duro, e ora andiamo a terminar questa scena.

Tutte queste cose erano state dette con tanto calore, con tanta forza, con un accento così fermo di persuasione, e tanto spedito, che i due vecchi, sopraffatti, non solo non trovarono modo d'interrompere, ma nemmeno quand'ebbe finito non riuscirono lì su quel subito a infilar due parole. L'ispettore avrebbe ben voluto dire, con aria di rassegnazione, che c'era qualchecosa di vero; ma il giovane lo spinse leggermente fuori del salotto, senza lasciargli il tempo di rifiatare.