VI.

Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti, ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza; non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato, sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione, un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro, dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui. Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa, colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto era finito.