VII.
Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera; non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra, col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir; Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio: — Es mentira, Menendez! — e disparve. Menendez impallidì e cercò di sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più forte: — Mentira! — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio. Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: — Mentira, Menendez, mentira! — Molta gente si fermò; altre ragazze, avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza, vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: — ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.