XII.

Erano passati quindici giorni dalla partenza di Manuel Menendez. Una mattina, poco dopo il levar del sole, Fermina stava lavorando nella sua stanza, seduta accanto alla finestra, e alzava di tratto in tratto la testa, per rivolgere uno sguardo malanconico al fiume, alla Torre d'oro, alla Cristina, alle guglie lontane della cattedrale, a cento luoghi e a cento cose che le rammentavano il suo immenso amore svanito, e sospirava. In quei momenti, avrebbe voluto poter riamare Menendez, anche sapendo di non doverlo mai più rivedere, non foss'altro che per dare un alimento alla sua anima vuota; e andava frugando, infatti, dentro all'anima, non più col timore, come aveva fatto altre volte, ma colla speranza di ritrovarvi ancora qualche cosa. Ma anche in quei momenti o non vi trovava nulla, o vi trovava soltanto un resto di sdegno pronto a riaccendersi, e s'affrettava a spegnerlo cacciandovi sopra un altro pensiero. — Morto, morto —, diceva tra sè, scrollando la testa con tristezza, e sentiva profondamente che se anche Menendez le fosse ricomparso davanti, essa l'avrebbe ricevuto come le altre volte, senza risentirne la più leggiera scossa, senza dubitare un momento dell'immutabilità del suo cuore, senza dover fare il menomo sforzo per ripetergli: — Va, lasciami sola nella mia tomba, tutto è finito.

Il corso dei suoi pensieri fu improvvisamente interrotto da un leggiero fruscío; si voltò, mise un grido e balzò in piedi.

Menendez era dinanzi a lei.

Fermina si ricompose subito; ma non potè far a meno di fissare per qualche momento uno sguardo inquieto sopra di lui.

Il suo viso era pallido e dimagrato; il suo occhio, smorto; le sue labbra, livide. Aveva la cappa sulle spalle e una borsa da viaggio a tracolla. Stava ritto sulla soglia della porta, un po' curvo e colle gambe un po' piegate; e fissava Fermina con uno sguardo profondo, pieno d'amore e di mestizia.

— Siete stato malato! — gli disse lei con un leggiero accento di pietà.

Menendez esitò un momento e poi rispose con voce debole:

— Sì.... un poco.

Fermina abbassò la testa.

— Ed ora parto —, soggiunse il giovane.

— Per dove? — domandò Fermina senza alzare la testa.

— Per Cuba.

— Oggi?

— Adesso.

— Per sempre?

— ..... Per sempre.

Fermina mise un sospiro, si passò una mano sulla fronte, e poi disse con un accento pietoso: — Ebbene.... addio, Menendez; il Signore t'accompagni.... e.... addio!

— Non hai altro da dirmi? — domandò Menendez colla voce tremante — sei sempre la stessa?

Fermina gli rivolse uno sguardo che rivelava il suo cuore desolato di non potergli dare che una triste risposta.

— Ebbene, — disse allora Menendez avvicinandosi al suo tavolino;.... — poichè non ci vedremo più, fammi una grazia, Fermina. Accetta questo ricordo. — E dicendo così, mise sul tavolino una piccola cassetta di mogano, colla chiavina nella serratura. — Non respingerlo, Fermina! te ne prego! Non è un dono. Non contiene che un foglio di carta in cui è rivelato un segreto che tu devi conoscere; un segreto di famiglia, che non ho rivelato ad altri che a te; una cosa sacra. Accettalo, Fermina; ti giuro sul mio onore che è necessario che tu lo accetti; riconoscerai tu pure questa necessità quando avrai visto di che si tratta, e dirai che avevo ragione e che ho fatto il mio dovere..... Ed ora non ho più altro da dirti. Addio, Fermina!.... dimenticami e sii felice!

Fermina si asciugò una lagrima e gli porse una mano, voltando il viso dall'altra parte.

Menendez le coprì la mano di baci e si diresse verso la porta.

— Menendez! — disse vivamente Fermina.

Menendez si voltò.

— Addio! — ripetè la ragazza con voce alterata, ma ferma; — sono più sventurata di te, perchè non ho più nulla nel cuore! Va, Menendez! Va, e il Signore sia sulla tua strada!

Menendez uscì, socchiuse la porta e cominciò a scender lentamente la scala, coll'orecchio intento, col respiro sospeso, col cuore che gli batteva come se volesse rompergli il petto.

A un tratto sentì il rumore della chiavina della cassetta che girava nella serratura.

Le gambe gli piegarono sotto e un velo nero gli si stese sugli occhi.

Si appoggiò al muro del pianerottolo.

Passarono alcuni secondi.

All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore, risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si chiusero e cadde svenuta.

I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava aspettando nella strada.

— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti presento mia moglie.