XIII.

Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del trentesimo palco del lado de la sombra (della parte dell'ombra), indirizzava la lettera: — A doña Fermina Menendez; — ed essendo quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di doña e col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo unico nei fasti del toreo andaluso; e basti il dire che la prima spada si chiamava il Tato, e che si sarebbero slanciati nell'arena otto tori, comprati a peso di dobloni novi, doblones de Isabel, nei pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due pomeridiane, la plaza era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di Triana, v'erano le più famose danzatrici delle escuelas de baile, centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle due precise, gli alguaciles entrarono nell'arena per far sgombrare la folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: — A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte! — Subito dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — A ti, don Luis Menendez, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato: da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra i suoi sudditi. Il general bonito, il bel generale, come si chiamava allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente, e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà. La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — Espiazione, e sotto il foglio di carta la sua mano destra....

Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in mezzo all'arena.