Attore drammatico.
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove, succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono. Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come il soliloquio di Saul e quello di Aristodemo nell'ultim'atto, per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione sine qua non, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici: anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene, e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso Salvini da una vecchiaia avvilita.