Nuove amicizie e nuove grullerie.

Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del Fischietto e del Pasquino: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali, cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo Spiritismo, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono. Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa: consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.

Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei Drammi della vita militare e di Tosca, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei amato, morto, come un fratello!

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Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè, umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi, facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile, come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser uomo.

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L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo, amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni, che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso, qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare? Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo, viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore, m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio continuo della morte.

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Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la lettura quotidiana del Diritto, a cui mio padre s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche Napoleone il piccolo, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di “metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina, uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela, il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete, vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani, piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato il figliuolo a Milass. — Il mio primo senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.