Professori di liceo.

Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto, d'insaccarvici tutti a ogni modo.

E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col Diritto spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del Barbiere di Siviglia in particolar modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....