Un rimorso.
Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.