Cambiamento di rotta.

Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola, per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente; lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta: scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.

Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova girandola, a fuoco perpetuo.

Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola un componimento sul tema: I Promessi Sposi. Due giorni dopo, avendo letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa, più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici; ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle. Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla, girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla, e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati, e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!