Un grande dolore.

Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.

Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè; disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi, sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare il medico, che accorse subito.

Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.

Era perduto.

Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo, e offeso il cervello.

Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà artistiche, aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio e di disciplina; così finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita onesta e feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui perla famiglia, prima ch'egli potesse avere alcuna ricompensa dalla buona riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di lui, e di rigettarci, lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per tanto tempo che per renderci più funesta la sua fine!

Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale, ancor vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più terribilmente che dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci rimaneva ancora davanti, come l'immagine stessa della nostra sventura, la sua larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole sconnesse e insensate, che ci laceravano il cuore più che il silenzio della morte; ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro, come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci ascoltava con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo parlato una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli toccasse più altro che l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti, gli ritornava un barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come a lampi coscienza della sua sventura, si batteva la mano sulla fronte in atto disperato, ed esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di esser ridotto per noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo straziava di non poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con esclamazioni rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano fuggir singhiozzando.

Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose, riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa, e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere, sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente, aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa, fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che, certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso, il più disperato dei tuoi ultimi pensieri!

E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e che terribili giorni!